Il Consuntivo serve a capire come sta il Ticino. E non sta bene

Il Consuntivo serve a capire come sta il Ticino. E non sta bene

La ridistribuzione della ricchezza primaria rimane definicitaria, ed è il princple problema economico del Cantone - Di Fabrizio Sirica


Redazione
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Il Consuntivo serve a capire come sta il Ticino. E non sta bene
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Cos’è un consuntivo e cos’è il dibattito che ne consegue? Qualcuno ci ha detto, in Parlamento,  che “sono solo soldi spesi nel recente passato”. Io invece trovo che l’insieme di dati contabili che ne emerge, traccia innanzitutto i bisogni della società, ma pure la sua evoluzione. In altri termini, a me il Consuntivo serve a capire “come sta il Canton Ticino”.

Nella lettura economica più classica, per la mia parte politica, la Sinistra, è del tutto evidente che la ridistribuzione della ricchezza primaria resta deficitaria, e rappresenta il principale problema economico del cantone. I salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione. Il potere d’acquisto si riduce, la richiesta di welfare aumenta. La percezione di sé, di come si sta, nella maggioranza della cittadinanza è quella di continuare a camminare in salita.

La ridistribuzione secondaria, ossia quella garantita dallo Stato, è sotto attacco a tutti i livelli: basti pensare alle proposte di tagli della Confederazione e a quelli tentati sui sussidi cassa malati in Ticino, al taglio agli istituti per invalidi e alle case anziani.

La classe sociale più debole lo è sempre di più, la povertà assoluta e quella relativa aumentano; lo dicono le statistiche, ma lo dicono soprattutto le persone che incontriamo. Il ceto medio si impoverisce, colpito da salari stagnanti, affitti in aumento, premi di cassa malati sempre più insostenibili.

Dove va quindi buona parte della grande ricchezza prodotta? I dati fiscali sono chiari: va all’1%, alle persone più benestanti, che tuttavia investono le proprie ricchezze nei mercati finanziari globali senza ricadute sul territorio, o nell’immobiliare da reddito.

Elementi, questi, che ci parlano di un problema strutturale, alimentato dalle politiche della maggioranza del Governo e del Parlamento. Non solo negli esiti, ma anche nel metodo. Dopo aver fatto sgravi fiscali si rincorre l’equilibrio contabile. Si parla di pareggio, di debito eccessivo, sostanzialmente per giustificare tagli sui servizi e sugli ultimi, dove c’è meno resistenza politica come nei confronti dei migranti, dei working poor e dei residenti stranieri.

Il paradosso del metodo di fare politica della maggioranza è quello di partire dal modello di fiscalità desiderato per arrivare ad adattare i bisogni, quando è del tutto evidente che si dovrebbe fare esattamente il processo inverso.

Ma avverto la necessità di andare oltre a questa “solita” analisi. Prenderò di seguito alcuni segmenti della società, che parlano dei più fragili, perché è un po’ come usare un mezzo di contrasto in oncologia: rende visibili le zone più sensibili, le tensioni, le contraddizioni di fondo che possono diventare tumori del corpo sociale. Se vogliamo capire davvero come sta una società, dobbiamo guardare lì. Non nei suoi successi apparenti, ma in come tratta chi è più vulnerabile.

  • Minorenni. Cito: “In relazione alle richieste relative ai servizi sociali si evidenzia che negli ultimi 15 anni il settore della protezione dei minorenni è stato oggetto di potenziamenti crescenti (+ 100%) raggiungendo nel 2024 l’importo di 40,8 milioni di franchi”;
  • Psichiatria. Crescono i ricoveri psichiatrici per gli adulti; Il Ticino registra una crescita costante: da 1’400 nel 2015 a 2’200 ricoveri nella sola clinica psichiatrica cantonale nel 2024;
  • Anziani. Continua a salire inarrestabilmente la spesa sanitaria, in particolare per l’assistenza agli anziani e in particolare nell’ambito ambulatoriale;
  • Carcerati. La situazione nelle carceri ticinesi è al collasso: le strutture sono al 100,69% della capienza, aumentano i detenuti con gravi disturbi psichiatrici e il personale è allo stremo. Si parla apertamente di “rischio burn-out” e si chiede un intervento strutturale urgente

Ciò che manca nel dibattito politico, e che troppo spesso mi lascia un totale senso di inadempienza nel lavorare in Parlamento, è una consapevolezza più ampia. Si continua a opporre “più Stato” a “meno Stato”. In questo Parlamento ci si addita da una parte di marxisti e dall’altra di liberisti. Rimanendo ad un dibattito estremamente superficiale, privo di analisi del contesto e delle tendenze di società.

Il dibattito su come utilizzare le risorse è emblematico. Un bilancio può essere in equilibrio, come lo vuole la maggioranza, e insieme raccontare una società in squilibrio. L’equilibrio contabile non è una vittoria se poggia sulla solitudine, sull’ansia, sull’abbandono, sui rischi burn-out. È un’illusione di stabilità che ignora le crepe profonde del nostro tessuto sociale.

E allora dobbiamo dirlo chiaramente: noi socialisti non vogliamo uno Stato assistenzialista. Se i salari bastassero a vivere, non solo a sopravvivere, non servirebbero tanti aiuti. Non vogliamo nemmeno uno Stato che sostituisca la società. Non possiamo pensare di combattere la solitudine solo aumentando gli operatori. Dobbiamo ricostruire comunità capaci di prendersi cura degli altri, di includere, di essere presenti.

Ma finché non sarà così, ci batteremo per non lasciare indietro nessuno. E quando chiediamo più risorse, come fanno gli educatori e le educatrici, personale infermieristico e docenti, quando chiediamo più personale come fa la Magistratura, quando chiediamo che il salario basti ad arrivare a fine mese senza richiedere prestazioni sociali, non lo facciamo per cieca ideologia, ma perché innanzitutto vogliamo dare una risposta ai bisogni. Ma siamo consapevoli che anche ottenendo maggiori risorse non faremmo che alleviare il problema.

E allora andiamo alle cause di queste tendenze che ho tratteggiato.

Il problema non è solo economico, di ridistribuzione primaria e secondaria. È divenuto culturale. Il modello consumistico che ci governa ha svuotato le relazioni. Ha reso ciascuno più solo, più fragile, più consumatore che cittadino. Chi paga, pretende, e valuta il servizio ricevuto. Ma così si perde il senso di appartenenza e la responsabilità collettiva. È quello che alcuni studiosi chiamano “consumerismo civico”.

O, andando oltre, in un’analisi molto pertinente per leggere la realtà dei nostri giorni, si può parlare di “capitalismo cannibale”, come teorizzato da Nancy Fraser. Un sistema economico, il nostro (in senso ampio, occidentale), che guidato dall’unico scopo di fare profitto sfrutta oltremodo tutte le risorse. Quelle naturali (con la conseguente crisi climatica), snatura i modelli relazionali (crisi della cura), induce come conseguenza all’autoritarismo politico e porta ad un razzismo strutturale.

Non vi suonano queste cose? Non è ciò che sta accadendo e che i dati stessi del consuntivo nel nostro piccolo ci riportano?

Pensate a questo: noi oggi lavoriamo per pagare chi si occuperà dei nostri figli e dei nostri genitori. Non è un errore in sé, in parte è anche una conquista. Ma quando questa non è una scelta, e per quasi tutti i salariati non lo è, ma un’esigenza, il prezzo è la perdita dei legami che un tempo tenevano insieme la società.

Tornando al concreto senza nostalgia e senza moralismi, dobbiamo riconoscere un dato di fatto: la coesione in Ticino si è ridotta. Il mutuo soccorso si è indebolito. La comunità si è rarefatta. 

Guardando ai prossimi 10-15 anni, con l’invecchiamento della popolazione e le trasformazioni del lavoro, è evidente come il modello consumistico che pervade anche l’approccio ai servizi pubblici sia insostenibile.

Certo, non esistono soluzioni semplici. E personalmente ritengo che senza modificare in profondità il modello capitalista non è possibile trovare soluzioni, senza rivedere una ridistribuzione che già oggi non funziona più e che con la digitalizzazione dei prossimi decenni modificherà nel profondo i rapporti di lavoro.

Ma per trovare un taglio concreto e attuabile (interpreto il ruolo nelle istituzioni come il lavoro del possibile), possiamo cominciare ad allinearci su politiche quotidiane, che ricostruiscano comunità, soprattutto a livello di politica locale, comunale. Alcuni esempi:

  • Portiamo nei percorsi scolastici progetti di educazione alla cittadinanza: cura dei beni comuni, partecipazione, collaborazione.
  • Collaborando in una strategia di insieme con i Comuni, sosteniamo iniziative collettive nei quartieri: orti, laboratori, attività intergenerazionali. Ripensiamo lo spazio pubblico: non solo luoghi di passaggio, ma luoghi di incontro, di relazione, di senso. Come ci ricorda Bauman, “mentre i governi ‘volano alla cieca’ disorientati dal nuovo contesto, messi sotto scacco dai poteri fluidi globali, la dimensione della municipalità̀, della piazza e del quartiere restituisce possibile solidità̀ alla politica, riportandola alla sua radice: la polis nella sua dimensione di spazio pubblico, come luogo di incontro e di dialogo di tutti i cittadini – quale che sia la loro provenienza etnico-culturale”
  • Promuoviamo gruppi di mutuo aiuto tra pari, sostenuti e riconosciuti dal pubblico.
  • Favoriamo modelli abitativi cooperativi, che mettano insieme la qualità della vita e il sostegno reciproco.
  • Riformiamo l’aiuto sociale per valorizzare le reti informali, le competenze di chi vive sul territorio, riconoscendo e formando il volontariato, trattandolo come infrastruttura della coesione. Nella crisi demografica si aprono possibilità.

Sono politiche realizzabili. Politiche che parlano a tutti. Perché, in fondo, la coesione non si costruisce solo con le risorse. Si costruisce con le relazioni. E se lo Stato vuole essere efficace, non può farlo da solo.

Fabrizio Sirica è co-presidente del Partito Socialista ticinese
Nell’immagine: equilibrio contabile, squilibrio sociale

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