Alain Berset: “Agire adesso per difendere la democrazia”
Nostra intervista all'ex Consigliere federale. "La pace è sempre una scelta, tra gli Stati e dentro ciascuno di noi"
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Nostra intervista all'ex Consigliere federale. "La pace è sempre una scelta, tra gli Stati e dentro ciascuno di noi"
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Nostra intervista all'ex Consigliere federale. "La pace è sempre una scelta, tra gli Stati e dentro ciascuno di noi"
La democrazia è sotto attacco: ne è convinto il segretario generale del Consiglio d’Europa Alain Berset, tanto da averne fatto uno dei temi centrali dei suoi ultimi discorsi. Lo ha spiegato a inizio ottobre in occasione della commemorazione dei 100 anni del patto di Locarno, lo ha ribadito un paio di settimane dopo durante la cerimonia per il 35. anniversario della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come Commissione di Venezia, lo ha riaffermato alcuni giorni fa durante il Congresso europeo dei poteri locali e regionali. “Di fronte alla paura, all’abbandono e alla disinformazione, c’è un’unica strada: quella del coraggio democratico. Non domani. Non altrove. Qui. Adesso. Insieme”.
Facciamo un passo indietro: lei alle celebrazioni per il Patto di Locarno ha affermato che “Versailles ha alimentato il risentimento e Locarno ha portato la speranza”. Cosa intende?
“Versailles è stato il trattato che ha chiuso la Prima guerra mondiale, ma ha lasciato dietro di sé molte ferite e rancori. Locarno invece, nel 1925, ha rappresentato un momento di apertura e di fiducia: ha permesso alla Germania di tornare nel gruppo delle nazioni e di entrare nella Società delle Nazioni. È stato un gesto di riconciliazione. Ma la storia ci insegna che i gesti di pace possono anche nascondere illusioni pericolose”.
Ha pure citato Winston Churchill e il suo discorso di Zurigo del 1946. Perché lo ritiene così importante?
“Churchill ricordava che la Società delle Nazioni non fallì per i suoi principi, ma perché gli stati fondatori li abbandonarono e non agirono quando era ancora possibile. Oggi, cento anni dopo Locarno, dobbiamo chiederci la stessa cosa: abbiamo il coraggio di difendere i nostri principi democratici e di agire in tempo?”.
Oggi la democrazia è in pericolo?
“Sì. Non sono più soltanto i nostri avversari a contestare la democrazia: a volte sono i nostri stessi alleati (ricordo quando al vertice di Monaco il vicepresidente degli Stati Uniti ha accusato l’Europa di limitare la libertà di espressione). Ma il problema è più profondo: il nostro modello democratico non è più considerato un dogma. Dobbiamo non solo difenderlo, ma anche spiegarlo e soprattutto reinventarlo. In questo senso mi ricordo di un episodio avvenuto in Kazakistan, ad Astana, durante un forum multilaterale con capi di stato, ministri, un ex segretario generale delle Nazioni Unite e il direttore di una grande organizzazione internazionale. Dopo i discorsi d’apertura, uno dei presenti mi ha fatto notare che ero stato l’unico a usare la parola democrazia. L’unico in sei interventi!”
Come se lo spiega?
“Secondo il mio interlocutore perché la democrazia è diventata “woke”. Questi due episodi – la provocazione sulla libertà di espressione a Monaco da parte dei nostri alleati e la percezione fuori dal nostro continente che la democrazia sia una parola sospetta – mostrano che, se accettiamo che ciò diventi normale, allora la sicurezza, la prosperità e la pace possono crollare”.
La democrazia non è un principio acquisito?
“Se comprimessimo tutta la storia dei sistemi politici in 24 ore, per quasi tutto il giorno osserveremmo che il potere è stato nelle mani di faraoni, imperatori e dittatori; solo alcuni minuti prima di mezzanotte apparirebbero la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese, quelle liberali, i diritti delle donne, i muri che cadono… Questo ci ricorda che la democrazia non è la regola della storia, ma l’eccezione. È giovane, e proprio per questo non è garantita per sempre”.
Lei parla anche di “diplomazia sotto pressione”. Cosa intende?
“Quando la democrazia vacilla, la diplomazia non può restare immobile. Oggi molti dicono che la diplomazia è impotente, ma non è vero. Agisce, anche se spesso nell’ombra e tra mille difficoltà. Penso a tre volti che la rappresentano: Maia Sandu in Moldavia, un paese che ha resistito agli attacchi ibridi e ha scelto la via europea; Nikol Pašinyan in Armenia, la cui storia personale ci ricorda che la democrazia non è una coincidenza ma una strategia; e Volodymyr Zelensky in Ucraina, un luogo dove la diplomazia si reinventa nonostante la guerra”.
Quindi per lei diplomazia e democrazia sono strettamente legate?
“Assolutamente. Locarno ci ha insegnato che nessuna pace è duratura senza diplomazia. Oggi sappiamo però anche che nessuna diplomazia è giusta senza democrazia. Per questo dobbiamo riflettere a fondo su cosa potrà scaturire in futuro dalle azioni attuali”.
A cosa si riferisce?
“L’Europa si sta riarmando: 800 miliardi di euro in nuovi investimenti militari. È comprensibile, visto il contesto. Contemporaneamente però assistiamo a un arretramento democratico, non solo al di fuori dei nostri confini occidentali ma anche al nostro interno. Vent’anni fa non c’erano i social, né l’intelligenza artificiale, né la manipolazione politica che vediamo oggi. Cosa succederebbe se un’elezione manipolata portasse al potere un gruppo estremista in un’Europa fortemente armata? Sarebbe una situazione esplosiva. Non sono dunque particolarmente entusiasta dei piani di riarmo in atto, perché la storia ci insegna che più armi non portano a buoni risultati, anche se, lo ribadisco, nella situazione attuale è una misura comprensibile”.
Comunque vede dei rischi.
“Sì. Se da un lato ci si arma massicciamente e dall’altro si lascia che il regresso democratico avvenga senza contrastare la manipolazione delle elezioni o la disinformazione, rischiamo di perdere il senso della realtà. Con l’intelligenza artificiale diventa facile non distinguere più il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, la sinistra dalla destra. È una situazione potenzialmente molto pericolosa”.
In un’Europa che sembra attraversare una fase di disillusione…
“Sì, viviamo un periodo difficile. Negli anni ’90 pensavamo che la democrazia e i diritti umani fossero valori acquisiti, ma dopo la crisi del 2008 è iniziata una lunga serie di shock: economici, politici, sociali, climatici… Oggi abbiamo una generazione che ha conosciuto solo crisi e guerre. Quando avevo vent’anni, nel 1992, pensavo che il progresso fosse eterno. Un ventenne di oggi non sa cosa lo aspetta nel 2030. Dobbiamo quindi ricreare fiducia, solidarietà e prospettive comuni”.
Qual è, secondo lei, la soluzione?
“La sicurezza deve essere completa. Non esiste una sicurezza “dura” con le armi e una sicurezza “morbida” con la pace e la democrazia. Sono due facce della stessa medaglia. La buona notizia è che investire nella sicurezza democratica costa molto meno che in armamenti, ma bisogna fare entrambe le cose. Oggi ci concentriamo troppo sulle prime e troppo poco sulla seconda. Ecco perché la collaborazione tra NATO, Consiglio d’Europa e Unione Europea è fondamentale”.
È qui che entra in gioco il concetto di “sicurezza democratica”?
“Esattamente. La sicurezza democratica è la nostra prima linea di difesa. Dobbiamo difenderci dalle guerre ibride, dalla disinformazione, dalle interferenze esterne. Ma anche garantire che i cittadini possano esprimersi liberamente, in modo informato. È il lavoro che stiamo portando avanti al Consiglio d’Europa, anche con una nuova convenzione per contrastare la disinformazione”.
Non c’è un rischio che questo limiti la libertà di espressione?
“È una preoccupazione legittima. Qualsiasi misura deve essere fondata sulla legge e non può mai toccare l’essenza della libertà di parola. Ma non possiamo più far finta che il problema non esista. Anche la Svizzera, per la prima volta, ha denunciato tentativi di interferenza straniera nelle elezioni del 2023. È il momento di agire per proteggere le nostre libertà”.
Quale lezione possiamo trarre dalla storia, a cento anni da Locarno?
“Il XX secolo è stato quello delle fratture e delle ricostruzioni. Dalle rovine delle guerre è nata l’Europa dei diritti umani e dello stato di diritto. Ma, come scriveva Albert Camus ne La peste, “il bacillo non muore mai”. La vigilanza è il nostro scudo. La pace è sempre una scelta, tra gli Stati e dentro ciascuno di noi.
E qual è, allora, il messaggio che ci lascia oggi?
“Che il momento giusto per agire è sempre prima che sia troppo tardi. E guardando ciò che accade intorno a noi, quel momento è adesso. Le sfide sono molteplici; per affrontarle efficacemente servono strumenti multilaterali, coesione politica e fiducia reciproca tra Stati membri. Lo spirito di Locarno ci ricorda proprio questo: restare vigili, uniti e fedeli ai principi che fondano la nostra democrazia”.
Nell’immagine: Alain Berset durante il suo intervento alla giornata commemorativa per il centenario del Patto di Locarno
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