Israele, vigilato speciale USA

Israele, vigilato speciale USA

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti


Aldo Sofia
Aldo Sofia
Israele, vigilato speciale USA
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Israele occupa la Cisgiordania palestinese, e l’America… occupa la politica di Israele. Esito paradossale delle guerre mediorientali del dopo 7 ottobre.

Conflitti in cui lo Stato ebraico ha messo in campo tutta la sua potenza militare. Non solo per punire con disumanità e crudeltà  inedita l’intera enclave di Gaza (decine di migliaia di civili uccisi, nonché abitazioni e strutture di ogni tipo sbriciolate da bombardamenti a tappeto) dopo l’attacco terroristico di Hamas dell’autunno 2023; ma anche per imporre con la forza un nuovo ordine regionale contro il cosiddetto “cerchio di fuoco”, scudo edificato dall’Iran attraverso i suoi “proxy”: filo Assad in Siria, Hezbollah in Libano, maggioranza sciita in Iraq, Houthi in Yemen, Hamas a Gaza, tutti fortemente ridimensionati (alias sconfitti) dall’esercito e dall’intelligence di Netanyahu. Guerra classica e ibrida, mix micidiale.

Successi impossibili senza l’aiuto militare dell’America, sia di Biden sia di Trump. Aiuto militare americano che – secondo la Brown University – ha raggiunto la somma record di 21,6 miliardi di dollari fra l’ottobre 2023 e il settembre di quest’anno. È dunque l’America ad aver… bombardato Gaza. E erogato una montagna di finanziamenti, che non sono estranei alla decisione di Trump (sensibile a guadagni e perdite) di imporre la “pace eterna” (citazione) non solo allo Stato ebraico bensì a tutto il Medio Oriente. Grazie all’adesione dei paesi arabi detti “moderati” – mai davvero impegnati per la causa palestinese – ora coalizzati contro il pericolo dell’Iran sciita, e desiderosi di regolare i rapporti con Israele (Accordi di Abramo).

Ma per Israele (e almeno per ora) la pax americana ha il suo prezzo: un rapporto di netta sudditanza del governo di Tel Aviv nei confronti della Casa Bianca di Trump. Il quale fa tutto ciò che è necessario per evitare che la coalizione a tendenza messianica di Israele colga qualche altra occasione (o pretesto) per far saltare o ridimensionare il tavolo su cui l’alleato statunitense ha steso la mappa della sua fragile “road map” verso la pace. Così, dalla firma collettiva di Sharm el-Sheikh sono stati esclusi sia “Bibi” sia il presidente dell’OLP-ANP Abu Mazen, come può avvenire soltanto in un’operazione dal sapore colonialista; alla decisione della Knesset israeliana (parlamento) di votare per l’annessione di tutta la Cisgiordania, la Casa Bianca risponde con una opposizione talmente netta da indurre il premier israeliano a cancellare la relativa legge; Trump annuncia poi che sarà sua la decisione dell’ eventuale scarcerazione dell’ergastolano Marwan Barghuthi, il più popolare leader palestinese e l’unico negoziatore credibile; infine, per essere ben capito il tycoon invia a Gerusalemme il suo vice JD Vance e tutta una schiera di ministri e negoziatori incaricati di “consigliare” l’amico israeliano. Israele preoccupa Washington… più di Hamas?

Cose mai viste nella storia dei rapporti fra gli USA e uno Stato ebraico fino a ieri sempre assecondato. Qualcosa che va oltre la sua sicurezza, bensì una limitazione della libertà politica di Israele diventato protettorato a stelle e strisce. Vigilato speciale, ora ben più consapevole della dipendenza dalla volontà statunitense. O, piuttosto, trumpiana. Che è al tempo stesso protettiva, ma anche restrittiva. Una sovranità limitata.

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