Il mondo arabo, lacerato tra Israele e l’Iran, non sa più chi è il nemico
I siriani hanno festeggiato la morte di Khamenei, che proteggeva il dittatore Assad, ma guardano con soddisfazione i missili iraniani diretti verso Tel Aviv
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I siriani hanno festeggiato la morte di Khamenei, che proteggeva il dittatore Assad, ma guardano con soddisfazione i missili iraniani diretti verso Tel Aviv
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I siriani hanno festeggiato la morte di Khamenei, che proteggeva il dittatore Assad, ma guardano con soddisfazione i missili iraniani diretti verso Tel Aviv
Di Sam Mouazin, La Stampa
Il 5 febbraio 2003, il segretario di Stato Colin Powell convinse il mondo a sostenere l’invasione dell’Iraq esibendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una fiala di antrace — rivelatasi poi una prova falsa. «Bei tempi», direbbe oggi Donald Trump il quale, nonostante i dati reali sulla crisi energetica, fatica a coalizzare una missione per proteggere lo Stretto di Hormuz nella sua “guerra improvvisata” contro la Repubblica Islamica dei Pasdaran. Una nemica — si fa per dire — a cui proprio l’America, anni fa, consegnò l’Iraq su un piatto d’argento. “Codardi!”, “Tigri di carta!”: la frustrazione ha spinto il Presidente venerdì a pronunciare parole di fuoco contro gli alleati che non intendono affiancarlo. Ha realizzato di aver esposto gli Stati Uniti a uno scontro frontale dalle conseguenze incontenibili, per il mondo e per il futuro del proprio Paese in Medio Oriente; il primo su larga scala nell’epoca contemporanea. Per il Segretario alla Difesa (o alla “guerra”), Pete Hegseth, è l’inizio di un conflitto a sfondo religioso; per i Repubblicani la priorità è una “exit strategy” in vista delle elezioni di midterm a novembre. Esemplare la contraddizione di tutto ciò.
Ma la posizione più frustrante resta quella dei Paesi del Golfo. Riunitisi a Riyadh il 18 marzo in un vertice dei ministri degli Esteri arabi e islamici, i leader regionali cercano di contenere l’inquietante reazione di Teheran, il cui obiettivo dichiarato sembra essere lo sradicamento definitivo della presenza Usa dal Medio Oriente. Trovandosi tra l’incudine e il martello, devono difendersi senza però contrattaccare. Fare i conti con una politica difensiva che negli anni ha trasformato i loro territori in un reticolo di basi americane e, al contempo, evitare di cadere nella trappola di Israele e Stati Uniti: un conflitto aperto con un vicino, l’Iran, con cui condividono interessi vitali nell’area. L’attacco israeliano alla sezione iraniana del South Pars/North Dome — il giacimento di gas più importante al mondo, condiviso con il Qatar — ne è la prova definitiva. La conseguente reazione di Teheran ha portato lo scontro a un livello superiore, inaugurando una guerra energetica globale, dopo una fase precedente in cui sono state prese di mira siti culturali e infrastrutture strategiche di cui reti idriche di primaria necessità.
Contemporaneamente, Israele dall’altra sponda – quella mediterranea –, continua ad attaccare e mobilitare forze militari sul fronte libanese per spianare la strada per una nuova “buffer zone”, puntando a conquistare tutti i territori fino al fiume Litani; e magari, procedere a eliminare definitivamente la minaccia di Hezbollah, che aveva ripreso a bombardare pesantemente il nord di Israele, coordinandosi con l’Iran che ha raggiunto i 400 missili balistici di ogni tipo. Un milione sono gli sfollati libanesi. Stranamente, l’obiettivo di Netanyahu è anche quello di al-Sharaa a Damasco, che, dopo essersi liberato dal movimento curdo di Qasad a Nord-Ovest, ora è pronto a rivalersi sul partito libanese “proxy-Iran”, per i massacri commessi insieme al regime di Assad durante la “rivoluzione siriana”.
Un aspetto drammatico della guerra in atto è il disorientamento in cui vivono le piazze arabe, soprattutto quando si tratta di delineare i contorni di una nuova identità del nemico. Un fatto che solleva spesso nelle anime un interrogativo esistenziale: da chi arriva la vera minaccia?
La risposta sembra affidata alle nuove generazioni, figlie di un’epoca di pura sopravvivenza, in cui prevale il concreto pragmatismo all’ideologia o al credo religioso. Sui social media arabi il dibattito è serrato e riflette una spaccatura netta sul tema: da un lato i detrattori dell’Iran, visto come il “nemico politico”. Questi vedono Israele come una salvezza per liberarsi dal radicalismo islamico e dalla dittatura sciita. Dall’altro, c’è chi parteggia per l’Iran o per chiunque si opponga al “nemico storico”, Israele.
Distesa sull’intera regione, questa tensione si frammenta in mille sfumature, condizionate dal contesto socio-economico e dall’orientamento politico dei singoli Paesi. Il caso della Siria ne è un esempio: la maggioranza sunnita, storicamente legata alla causa palestinese, si è ritrovata paradossalmente a festeggiare la morte di Khamenei padre insieme agli israeliani. Eppure, la stessa popolazione non nasconde una cupa soddisfazione nel vedere i missili di Teheran solcare i cieli di Tel Aviv. Ancora più complesso è il mosaico nel Golfo e in Mesopotamia. In Iraq, la maggioranza sciita esprime un dissenso aperto contro Israele in favore dell’asse iraniano. Mentre In Bahrein, dinamiche simili si scontrano con il muro della repressione dello Stato.
Sullo sfondo resta la vasta fascia dei “grigi”: un’opinione pubblica silente ma numerosa che, con cinismo geopolitico, guarda con favore al logoramento di entrambi i fronti. Per loro, la distruzione reciproca tra lo Stato ebraico e l’Iran sciita non è una tragedia, ma una paradossale opportunità di equilibrio. Lo scenario mediorientale trova un’eco distorta e complessa nelle società occidentali. La crescita del sentimento pro-Pal e la montante ondata anti-israeliana durante il conflitto a Gaza hanno spinto ampie frange dell’opinione pubblica a schierarsi, per paradosso, persino con l’Iran. Una deriva alimentata dalla cassa di risonanza dei social media e dalle mobilitazioni di piazza, che trasformano la questione geopolitica in un terreno di scontro ideologico globale.
La guerra tra Israele e Teheran sollecita sentimenti profondamente contraddittori anche nel pubblico europeo abituato ai canoni della democrazia liberale. A pesare è soprattutto la crisi di fiducia nei confronti delle leadership occidentali, accusate da una parte della società di aver garantito un sostegno militare e mediatico incondizionato a Netanyahu.
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