Verso l’abisso, trascinati dai fallimenti
Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte
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Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte
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Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte
Di Alberto Negri, il manifesto
Il generale e filosofo cinese Sun Tzu nella sua Arte della Guerra affermava che una strategia senza tattica può portare a una rapida vittoria, ma una tattica senza strategia può aprire la strada della sconfitta. Questa considerazione potrebbe adattarsi a quanto succede nello Stretto di Hormuz.
Ma anche a tutta la guerra americana e israeliana che voleva spazzare via il nucleare iraniano e il regime o addirittura un’«intera civiltà» come ha detto Trump.
La tensione nello Stretto di Hormuz, cruciale per l’economia globale, è ormai alle stelle. Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte. Il cosiddetto project freedom nato per permettere a centinaia di navi bloccate da mesi di riprendere la rotta si sta scontrando con l’ostilità iraniana. Il passaggio dei cacciatorpedinieri della flotta americana è stato accolto, secondo fonti iraniane, da un lancio di missili di avvertimento. Non solo, secondo quanto emerge una nave sudcoreana sarebbe in fiamme in seguito a un’esplosione avvertita al largo degli Emirati arabi.
Queste notizie mentre scriviamo sono da verificare ma già indicano che potrebbe essere cominciata una nuova escalation nella guerra contro l’Iran scatenata il 28 febbraio da Stati uniti e Israele. Da una parte e dall’altra si è incendiata subito la guerra di propaganda: le acque di Hormuz sono diventate più torbide che mai, forse già troppo affollate, visto che lo Stretto è lungo una ventina di miglia marine ma che soltanto un paio sono navigabili nei due sensi di entrata e uscita, per evitare almeno il rischio delle mine.
Gli Usa sono partiti subito sparando alto, come se la posta in gioco, la navigazione dello Stretto, fosse già nella mani di Trump. «Abbiamo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz», lo «stiamo aprendo», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox, ribadendo che l’economia iraniana è in «caduta libera». Dichiarazione seguita non molto tempo dopo dall’annuncio del Centcom che navi della marina americana dotate di missili guidati avevano attraversato lo Stretto di Hormuz a sostegno del project freedom.
Ma una dichiarazione aveva sollevato subito qualche dubbio. Le forze americane – si leggeva nel comunicato – stanno attivamente assistendo gli sforzi volti a ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Qual è il significato? Che la marina Usa sta scortando le navi commerciali? Nel Golfo al riguardo ci sono pochi e rari precedenti negli anni Ottanta. Nel 1987 cinque o sei navi da guerra Usa avevano scortato un paio di petroliere del Kuwait ma oggi non ci sono i numeri a Hormuz per un’operazione di questo genere.
Ma a di là delle ipotesi appare evidente che la situazione sta comunque degenerando in una escalation che rischia di trascinare il conflitto in una guerra navale nello Stretto. I segnali ci sono tutti e la guerra coinvolge anche Israele, che non solo colpisce in Iran e in Libano ma è impegnata anche contro gli Houti alleati di Teheran che possono minacciare lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso (la rotta di Suez per intenderci). Questa guerra è stata voluta da Netanyahu e non è certo un caso che la scorsa settimana equipaggiamenti militari americani siano stati spostati a ritmo serrato verso Israele.
E neppure l’Europa è fuori di giochi di guerra: mentre Trump e il cancelliere Merz litigavano, aerei cargo militari Usa sono arrivati dalla Germania in Medio oriente trasportando armamenti nella regione. Quando si parla di ritiro americano dall’Europa e dalla Nato a volte si dimentica che il vecchio continente è l’avamposto degli Stati uniti verso l’Asia minore e maggiore. Ma queste cose al Pentagono le sanno bene e quasi sicuramente le dirà anche li segretario di stato Rubio quando sarà in Italia a metà settimana.
In tutto questo, escalation navale compresa, torna il generale Sun Tzu. La strategia iraniana appare un po’ grezza ma razionale. L’Iran non ha bisogno di sconfiggere gli Stati uniti in una guerra. Al regime di Teheran basta assicurarsi la sopravvivenza, con sventagliate di missili e droni per mantenere il Golfo e Hormuz sotto pressione. Anche il nucleare iraniano sembra passato in secondo piano ed è questo che volevano ayatollah e pasdaran. Quanto alla strategia Usa, che pure con Israele ha inflitto danni enormi all’apparato militare e politico iraniano, è meno chiara. Trump ogni tanto proclama che l’accordo con Teheran è vicino ma Netanyahu ha altri obiettivi: la cancellazione dell’Iran della mappa del Medio oriente, non importa se c’è questo o un altro regime.
Nell’immagine: Teheran, un cartellone pubblicitario su cui sono raffigurati lo Stretto di Hormuz e le labbra cucite di Donald Trump
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