Alla sinistra non servono le primarie, ma una visione

Alla sinistra non servono le primarie, ma una visione

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma


Redazione
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Alla sinistra non servono le primarie, ma una visione

Di Carlo Triglia, il manifesto

 

Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma.

Non un testo che metta insieme, sommandoli, singoli provvedimenti, ma la presentazione semplice e chiara di una strategia di lungo termine nella quale inquadrare le diverse proposte. Tale mancanza non ha niente a che fare con il wokismo contro cui il leader del M5S Giuseppe Conte ha voluto mettere in guardia. Negli Stati uniti non sono mancate forme di degenerazione autoreferenziale e parossistica di grandi battaglie contro le discriminazioni riguardanti le donne, le differenti etnie, i diversi orientamenti sessuali, la religione.

Ma non è questa tendenza a ostacolare il terreno perduto dalla sinistra italiana e europea. Anzi, un programma adeguato dovrebbe insistere sulla maggiore efficacia e sull’estensione di queste politiche antidiscriminatorie. Molto resta infatti ancora da fare, anche in riferimento alle libertà individuali (per esempio, suicidio assistito, scelte riproduttive, ecc.). In ogni caso, la lettura troppo americana delle difficoltà della sinistra non convince. Non è certo l’impegno sui diritti civili e le politiche antidiscriminatorie – a volte anche piuttosto tiepido – che ha determinato tali difficoltà. Il nodo cruciale – e in questo Conte ha ragione – è costituito per la sinistra dalla capacità di contrastare le disuguaglianze sociali, che sono molto cresciute e hanno portato al consistente distacco delle classi popolari.

A che cosa si può dunque imputare la mancanza di una strategia e di un progetto sufficientemente chiari? I fattori sono ovviamente tanti. Anzitutto, la divisione all’interno dell’area di sinistra. Certo, questa è una vecchia storia, ma le leggi elettorali degli ultimi anni, privilegiando le coalizioni preventive, e seguendo una prospettiva maggioritaria, spingono a assumere impegni programmatici più generici per facilitare le alleanze e l’adesione degli elettori. C’è poi una tendenza importante, specie in Italia: il declino dei partiti. La presenza di organizzazioni partitiche è rilevante per elaborare progetti di lunga lena e quindi una strategia. Ma anche per selezionare una classe politica che si misuri su questi obiettivi più impegnativi, invece di essere scelta, in larga misura, per la sua fedeltà alla leadership, anche con l’aiuto delle leggi elettorali degli ultimi anni. La personalizzazione della leadership – che è l’altra faccia dell’indebolimento dei partiti – costituisce dunque un ulteriore ostacolo, perché accorcia la vista e l’impegno di chi ha responsabilità di direzione o di governo, e riduce anche spesso le competenze necessarie. Le primarie si inseriscono in questo quadro e sono un acceleratore di tali tendenze, alle quali aggiungono conseguenze più divisive all’interno delle varie forze politiche che le utilizzano.

I fattori che ho richiamato possono aiutare a comprendere le difficoltà che incontra la definizione di una strategia della sinistra. Tuttavia, ci sono responsabilità specifiche dei gruppi dirigenti che hanno condotto il tentativo – certo inevitabile – di costruire un’alleanza di centro-sinistra (il campo largo). Questo tentativo è stato portato avanti senza un collegamento solido con la costruzione di una prospettiva strategica e progettuale. Non è però possibile perseguire obiettivi ambiziosi di rilancio affidandosi alla mera sommatoria di alcuni interventi redistributivi à la carte a favore dei gruppi più deboli. Ci vuole una visione sistemica dell’economia e delle sue conseguenze sociali; un raccordo efficace tra politiche fiscali e di spesa; attenzione agli interventi volti alla formazione e alla ricerca; un accordo sostanziale con il mondo delle imprese. Tuttavia, non solo la necessità di questa visione strategica e sistemica non si è affermata in più di tre anni di discussioni, tutte ‘politiciste’ e contingenti, sul campo largo, ma non si è neanche manifestata l’esigenza di una comunicazione più istituzionalizzata con il mondo dell’università e della ricerca, che in questi ultimi anni ha prodotto conoscenze rilevanti sulle disuguaglianze e sulle possibilità di contrastarle efficacemente.

In questa prospettiva, particolare attenzione andrebbe data alle possibilità di costruire una “sinistra dell’innovazione” che integri e sostenga la sinistra della necessaria redistribuzione. E quindi interrogarsi su come disegnare un intervento pubblico rinnovato capace di realizzare beni pubblici (formazione, capitale umano, ricerca di base) infrastrutture e servizi che creino economie esterne e abbassino i più alti costi regolativi e fiscali per le imprese, legati a una maggiore incisività delle politiche redistributive. E ancora domandarsi, utilizzando anche la leva delle relazioni industriali, su come sarebbe possibile spingere le imprese a innovare accrescendo produttività, salari e qualità del lavoro, invece di delocalizzare alla ricerca di condizioni di costo più favorevoli.

Purtroppo, finora di un lavoro di questo tipo non c’è traccia né nel campo largo né all’interno dei partiti che ne fanno parte. E c’è da dubitare che le primarie siano un’occasione favorevole a mettersi su questa strada.

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