Senza fondi né controlli, il bluff del Board of Peace
Niente finanziamenti: resta un contenitore vuoto mentre Gaza si restringe sotto le bombe
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Niente finanziamenti: resta un contenitore vuoto mentre Gaza si restringe sotto le bombe
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Niente finanziamenti: resta un contenitore vuoto mentre Gaza si restringe sotto le bombe
Di Francesca Mannocchi, La Stampa
Ieri era l’Eid al-Adha, la festa del sacrificio. La sera prima, a Gaza City, la gente si è radunata in una piazza per pregare. Mentre erano in corso le festività, Israele ha lanciato missili contro i piani superiori di un edificio che si affacciava sulla piazza affollata per le celebrazioni. Almeno tre persone sono state uccise nell’attacco. L’esercito israeliano ha detto che l’obiettivo era il capo militare di Hamas, Mohammed Odeh. La sua uccisione è stata confermata il giorno seguente dal ministro della Difesa, Israel Katz. Una festa, una piazza, un bersaglio. La logica è sempre la stessa: gli obiettivi militari esistono dentro le vite civili, e le vite civili esistono attorno agli obiettivi militari. È il principio su cui si regge questa guerra dal 7 ottobre 2023, e che nessun cessate il fuoco, nessun piano di pace, nessuna promessa di ricostruzione ha scalfito davvero.
Proprio ieri, il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace di Donald Trump – il meccanismo finanziario istituito attraverso la Banca Mondiale e approvato dall’Onu – non ha ricevuto un solo dollaro dai donatori. «Zero dollars have been deposited» («Non è stato depositato alcun dollaro»), ha dichiarato una fonte a conoscenza della situazione. Quattro mesi dopo la nascita dell’organismo che Trump aveva definito uno dei più «consequential» («importanti») mai creati, quello che resta è un conto vuoto, un limbo giuridico e una domanda precisa: chi controlla i soldi che ci sono davvero?
Perché i soldi, almeno in parte, ci sono. Contributi del Marocco e degli Emirati Arabi, per circa tre milioni e venti milioni di dollari rispettivamente, hanno finanziato l’ufficio di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante per Gaza nel dopoguerra, e i salari del comitato tecnocratico palestinese che il board ha formato per governare la striscia. Ma questi fondi non transitano attraverso il meccanismo trasparente della Banca Mondiale. I donatori hanno invece versato direttamente su un conto JPMorgan controllato dal board, per il quale non sono previsti requisiti indipendenti di trasparenza. Un organismo internazionale creato per governare la ricostruzione di due milioni di persone, che raccoglie denaro senza obbligo di rendiconto pubblico, attraverso la banca privata con cui il suo fondatore ha una causa legale aperta da cinque miliardi di dollari. La Carnegie Endowment lo ha scritto chiaramente a marzo: la struttura non prevede meccanismi di supervisione e audit, e solleva domande su chi potrà prelevare da quel conto anche dopo la fine del mandato Onu e dopo che Trump lascerà la Casa Bianca.
Mladenov, il diplomatico bulgaro incaricato di tradurre questo progetto in realtà, lo sa. Lo sa così bene che la settimana scorsa, parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha avvertito che il deteriorarsi dello status quo rischia di diventare permanente: una Gaza divisa, in cui Hamas detiene il controllo militare e amministrativo su due milioni di persone in meno della metà del territorio. Lo ha detto con una lucidità che suona come una resa anticipata: «Quelle persone rischiano di restare intrappolate tra le macerie, dipendenti dagli aiuti senza alcuna ricostruzione reale, perché i finanziamenti per la ricostruzione non seguiranno dove le armi non sono state deposte. E il risultato? Un’altra generazione che cresce nelle tende nella paura, con la disperazione come l’emozione più razionale che possano provare».
Il problema è che questa diagnosi descrive esattamente il presente, non un futuro da evitare.
Dall’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, l’esercito israeliano mantiene un rigido regime di sicurezza, e molte centinaia di palestinesi sono stati uccisi nei sette mesi successivi alla tregua. I monitor del conflitto registrano che i bombardamenti israeliani su Gaza sono accelerati del 35% dopo il cessate il fuoco con l’Iran, stipulato il mese scorso. Come se la fine di una guerra in un teatro avesse liberato energia per intensificare quella nell’altro. L’occupazione militare israeliana si estende ora a circa il 65% del territorio di Gaza: quando Trump dichiarò la tregua in ottobre, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia. Da allora si sono spinte più a ovest, definendo un nuovo perimetro chiamato “linea arancione”. I sopravvissuti palestinesi vivono nel 35% rimanente del loro territorio originario. Due milioni di persone in un terzo di uno spazio già minuscolo, con i bombardamenti, i cecchini e i checkpoint come confini mobili della loro esistenza quotidiana. Israele mantiene il controllo di oltre il 60% della Striscia, inclusi tutti i valichi di entrata e di uscita, mentre la popolazione è concentrata lungo la costa. È in questo scenario che si inserisce la seconda fase del piano Trump, quella che dovrebbe portare al disarmo di Hamas, alla governance civile, alla ricostruzione. Il problema è che l’accordo firmato da Israele e Hamas a ottobre riguardava esclusivamente il ritiro iniziale dalle parti di Gaza, il cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi e le disposizioni sugli aiuti umanitari. Hamas non ha ancora accettato la seconda fase del piano in venti punti, e i negoziati tra i mediatori – Stati Uniti, Egitto, Qatar, Turchia – si sono ripetutamente arenati.
Nessuna delle parti ha interesse a un accordo definitivo nelle condizioni date. Hamas perché cedere le armi senza garanzie di sovranità significa cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa consolida una presenza militare e territoriale che, nella visione dei ministri della destra estrema del governo Netanyahu, è l’obiettivo reale, non il mezzo. Smotrich, il ministro delle Finanze, ha già chiesto la dissoluzione del Board of Peace, lo considera un affronto alla sovranità israeliana su Gaza. Quando gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di permettere il trasferimento di una parte dei cinque miliardi di dollari di tasse palestinesi che Gerusalemme trattiene dall’Autorità Palestinese verso il Board of Peace, Smotrich ha opposto un rifiuto. Questa è la struttura del blocco: un fondo senza fondi, un organismo di pace senza autorità, un cessate il fuoco che non ferma le bombe, un piano di disarmo che nessuno ha firmato, un’occupazione che avanza ogni settimana ridefinendo i propri confini come se la geometria fosse più solida del diritto. Un rapporto congiunto Onu-Ue-Banca Mondiale stima che la ricostruzione di Gaza richiederà 71,4 miliardi di dollari in dieci anni. Metà degli ospedali non funziona, quasi tutte le scuole sono state colpite, e l’economia è crollata dell’84%. Queste cifre esistono in un documento. Il documento esiste in un sistema che non ha ancora trovato il modo, o la volontà, di tradurlo in azione.
Ieri erano in corso le preghiere dell’Eid. In quella piazza c’era un bersaglio militare, dice Israele. In quella piazza c’era una comunità che pregava, dice chiunque abbia occhi. La verità è che dopo oltre due anni e più di 72. 775 morti palestinesi, entrambe le cose possono essere vere insieme, e questa coesistenza è esattamente il problema che né il Board of Peace né nessun altro ha affrontato con onestà: Gaza non è un territorio da ricostruire. È un territorio in cui la distruzione è ancora in corso. E costruire una pace sopra una guerra attiva non si chiama ricostruzione. Si chiama architettura del limbo, e qualcuno ne trae vantaggio.
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