Giuseppina, la nonna coraggio della Flotilla: “Bloccati in Libia, ma stiamo bene”

Giuseppina, la nonna coraggio della Flotilla: “Bloccati in Libia, ma stiamo bene”

Infermiera, 79 anni, fa parte della spedizione verso Gaza via terra: «Coinvolgiamo tante persone»


Redazione
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Giuseppina, la nonna coraggio della Flotilla: “Bloccati in Libia, ma stiamo bene”

Di Flavia Amabile e Luca Biliardo, La Stampa

Si trova in Libia Giuseppina Branca, a 10 chilometri da Sirte. Settantanove anni, infermiera di professione, da tempo presta volontariato sulle imbarcazioni che partecipano a missioni umanitarie. Stavolta, invece, ha scelto di unirsi alla Flotilla di terra, la carovana partita dal Maghreb e diretta a Rafah, valico d’accesso da Sud alla Striscia di Gaza. È composta da oltre 30 veicoli, tra cui ambulanze e camion con carichi di forniture mediche, e trasporta oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 Paesi distribuiti su sei continenti. Una scelta che si è rivelata giusta, racconta la donna, piemontese di Cannero Riviera: «Un’esperienza molto diversa da quella fatta sulle barche. Ora contattiamo tantissima gente di altri Paesi, invece sulle barche eravamo solo oggetti di bellezza. Per usare un termine da fotografi: non eravamo noi fotogenici, lo erano le barche».

La missione di terra ha meno telecamere puntate addosso ma è altrettanto complicata da portare a termine. All’arrivo a Tripoli due settimane fa, Giuseppina Branca è stata fermata insieme ad altri attivisti per controlli di frontiera. Dopo 20 ore hanno ottenuto il via libera e hanno proseguito il viaggio. Da sabato scorso, Giuseppina Branca si trova a una decina di chilometri da Sirte con il suo convoglio composto da un centinaio di volontari. Sono fermi in attesa dell’esito della trattativa con il governo di Haftar per passare nella Libia orientale. Insieme alle altre donne del gruppo dorme in una moschea mentre gli uomini si sono accampati all’esterno nelle tende. A proteggerli ci sono i pullman, le ambulanze e i furgoni schierati a semicerchio come uno scudo. «Come sto? Bene», risponde se le si chiede se ha avuto paura di essere respinta quando è stata fermata a Tripoli. «Ma sarei stata bene anche se mi avessero rimandata indietro».

In queste ore di incertezza è sereno anche Jorge Korner, marito di Giuseppina Branca. «Mia moglie è tranquilla – spiega – non ha paura. In tanti anni ne ha viste di peggio come quando in Congo si è trovata i fucili puntati dell’esercito e dei miliziani». «Giugi», come tutti nel suo paese in Piemonte la conoscono, ha speso tutta la vita in missioni umanitarie. Da poco è tornata a vivere col marito a Cannero Riviera, borgo affacciato sul Lago Maggiore. «Con difficoltà sono riuscito a mettermi in contatto con Giugi – racconta Korner, tedesco di Lipsia, 77 anni e anche lui da sempre attivo nelle organizzazioni -. Sta bene, non è spaventata. Lì aspettano di capire cosa sarà di loro. Internet non funziona e solo ogni tanto con il segnale di Starlink riusciamo a sentirci. Spera che Haftar faccia passare almeno le ambulanze, i farmaci, i medici e gli infermieri. Lei tornerà in Italia, ma tanto sapeva già che a Gaza non ci sarebbe arrivata: in passato era stata in carcere in Israele e non può più entrare nel Paese. Il suo compito era dare assistenza ai componenti della carovana in questo lungo viaggio di duemila chilometri, molti dei quali nel deserto». L’attivista aveva già fatto parte della missione di Flotilla a novembre. Era su una delle imbarcazioni che stavano approdando a Gaza. «Vedevano la costa quando le forze militari israeliane sono salite a bordo e con i fucili puntati li hanno portati via tutti e 400 – racconta il marito di Giuseppina -. È stata due notti e tre giorni in un carcere del Neghev: erano in quindici in una cella. Poi era stata portata via. Con lei c’era il nipote di Nelson Mandela, anche lui un attivista. E si sono ritrovati pochi giorni fa a Misurata in questa missione». L’arrivo nella striscia di Gaza era previsto il 25 maggio. Ora però tutti i piani sono saltati.

La vita ha portato Giuseppina nei contesti più difficili del pianeta. A 16 anni, dopo le medie, ha lasciato il Lago Maggiore per andare a studiare ad Amburgo dove era diventata infermiera: ha lavorato in Svizzera e in Germania. Nel 1986 la partenza per una missione umanitaria in Nicaragua. Lì ha conosciuto Jorge, anche lui impegnato in progetti umanitari. Da allora insieme hanno girato il mondo: lei infermiera e lui falegname. Romania, Ghana, Congo, Argentina, Liberia, Mozambico e Portogallo. Nel 2010 la decisione di ricomprare la casa di Cannero dove Giugi era nata. Un rustico che Jorge ha sistemato, raggiungibile solo a piedi grazie a una mulattiera. Dal 2023 è la loro casa, ma la passione per l’impegno umanitario è più forte della tranquillità della casa nel bosco. «Quando vedo cosa succede nel mondo, penso in Africa soprattutto, mi dico che non posso stare fermo. E mia moglie è come me».

Nell’immagine: Giuseppina Branca, 79 anni di Cannero Riviera, con personale della Mezzaluna rossa

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