Sanzionare i coloni fanatici non basta. L’Europa riveda gli accordi economici

Sanzionare i coloni fanatici non basta. L’Europa riveda gli accordi economici

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito


Redazione
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Sanzionare i coloni fanatici non basta. L’Europa riveda gli accordi economici

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato il trattamento incivile inflitto agli attivisti della Flotilla, fermati illegalmente in acque internazionali e deportati in Israele – un trattamento da lui giustamente definito «infimo» da parte del governo israeliano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa eco al presidente, definendo l’accaduto «inaccettabile». Spetta però al governo italiano rispondere concretamente a questa inaccettabilità, e ancora non si intravedono segnali concreti, e non meramente di facciata.

Partiamo dai fatti. In sede europea, l’Italia si oppone a qualunque misura nei confronti di Israele che comporti un costo economico – e quindi un impatto politico – e che riguardi lo Stato di Israele nel suo insieme, non singoli suoi cittadini. Con l’uscita di Viktor Orbán in Ungheria, che aveva imposto il veto, l’Italia aveva acconsentito alle sanzioni Ue nei confronti di alcuni coloni israeliani violenti. Si è trattato di una misura simbolica, senz’altro corretta, ma largamente inutile e parzialmente fuorviante. Inutile, perché gli individui in questione non hanno interessi economici né legami con l’Europa: sanzionarli non produce alcun effetto reale.Fuorviante, perché prendere di mira i coloni violenti sottolinea una distinzione artificiosa, che separa i coloni dallo Stato di Israele. Le colonie sono ormai parte integrante della società e delle istituzioni israeliane, a partire dall’esercito. E la violenza dei coloni nei confronti dei civili palestinesi non è più solo tollerata, ma attivamente sostenuta dal governo e dell’esercito israeliano.

Fino all’ultima incresciosa vicenda del trattamento dei manifestanti della Flotilla, l’Italia tentennava sul passo successivo lungo lo stesso solco: sanzionare i ministri estremisti del governo israeliano. Con l’ultimo scempio del ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir nei confronti dei manifestanti, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è dichiarato favorevole a sanzioni individuali europee nei suoi confronti. È un passo avanti, ma rimane comunque fallace e inconsistente. Fallace, perché ancora una volta si tende a sottolineare una distinzione inesistente tra il ministro e il governo, e quindi lo Stato, che rappresenta. Il problema non sta nel fatto che Ben Gvir abbia pubblicato quel video disgustoso, ma nel fatto che ciò che mostra è quello che lo Stato di Israele sistematicamente fa agli attivisti internazionali – e che rappresenta comunque ben poco rispetto a ciò che la popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania subisce da decenni. Inconsistente, perché il governo italiano sa bene che le sanzioni europee, incluse quelle individuali, richiedono l’unanimità. E sa che anche senza Orbán, altri governi di destra in Europa – a partire da quello della Repubblica Ceca – hanno già dichiarato di opporsi alle sanzioni ai ministri.

Il punto cruciale, però, non riguarda queste misure individuali, simbolicamente importanti ma istituzionalmente ardue (poiché richiedono l’unanimità) ed economicamente, quindi politicamente, irrilevanti. Riguarda piuttosto il fatto che l’Italia, insieme alla Germania e a pochi altri, continua a opporsi alla sospensione dei benefici economici accordati a Israele nel quadro dell’accordo di associazione Ue-Israele. Eliminare questi benefici non costituisce una sanzione, ma rientra nella politica commerciale europea. È per questo che sospenderli non richiederebbe l’unanimità, ma solo una maggioranza qualificata di Stati membri. Ormai una maggioranza di Paesi europei appoggia la sospensione dell’accordo, ma questa maggioranza rimane insufficiente finché vi si opporranno sia l’Italia sia la Germania, dato il peso demografico dei due Paesi.

Ancor più sconcertante è che l’Italia abbia attivamente scoraggiato la Commissione dall’avanzare la proposta al Consiglio di vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti israeliani. A differenza delle sanzioni individuali, l’impatto sia della sospensione delle preferenze commerciali sia del divieto di commercio con le colonie illegali sarebbe significativo. Stime conservative parlano di diverse centinaia di milioni di euro, ma con ogni probabilità il vero impatto economico ammonterebbe a molto di più. Un onere di tale entità su un Paese che vede nell’Ue il primo partner commerciale avrebbe un impatto politico considerevole.

È tragico che senza le azioni della Flotilla i crimini che Israele commette quotidianamente nei territori palestinesi occupati, in Libano e con l’attacco illegale contro l’Iran, non sarebbero tornati al centro del dibattito pubblico. Ma è un bene che il tema vi sia rientrato. Lo sarà ancor di più se all’inaccettabilità dichiarata a parole dal governo italiano inizieranno finalmente a seguire azioni concrete e non di facciata. È ormai diventato «inaccettabile» che ciò non avvenga.

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