La pancia, quasi sempre cattiva consigliera

La pancia, quasi sempre cattiva consigliera

Chi vuole dimezzare la RSI non è in grado di proporre alcuna alternativa equivalente. E allora, come Svizzeri italiani, non facciamoci fregare


Michele Ferrario
Michele Ferrario
La pancia, quasi sempre cattiva consigliera

In una votazione che sarà, purtroppo, in parte decisa dalle pance più che dalle teste, cerco di introdurre un elemento che porti anche i più recalcitranti a riflettere. Le pance dei più distratti e delle persone che oggettivamente faticano a pagare il canone – nessuno ne mette in dubbio l’esistenza, se nel nostro Paese la povertà è in costante aumento – vengono abilmente (qualcuno dirà colposamente) sollecitate facendo capo a una ritrita serie di luoghi comuni.

Limitandoci alla nostra RSI, l’elenco è lungo e ben conosciuto: “sono più di mille”; “sono tutti di sinistra”; “per finanziarsi non devono muovere un dito, tanto i soldi gli piovono dal cielo”; “noi siamo obbligati a pagare il canone e loro guadagnano salari principeschi”. Argomenti che non mancheranno di fare presa.

Le persone che vivono in povertà in Svizzera sono oltre l’8%; in Ticino la quota è ancora superiore, vicina al 14%: quasi 50 mila persone che fanno grande fatica.

Queste situazioni meritano rispetto, ma nessuna strumentalizzazione. Per chi dispone di mezzi  finanziari minimi, come per chi è in là con gli anni e vive in periferia o in solitudine,  i programmi della RSI sono un accompagnamento  importante e prezioso che ne frena, almeno in parte, l’esclusione sociale. Toglierglieli, riducendo drasticamente l’offerta, è indegno di un politico responsabile, ma è proprio quanto otterrebbero coloro che oggi fingono di voler far risparmiare 135 franchi all’anno a chi è in difficoltà. Il classico regalo avvelenato.

Poi ci sono, tra i fautori dell’iniziativa 200 franchi bastano, altre categorie: coloro che non hanno ottenuto, per se stessi o un loro parente, un posto di lavoro alla RSI; quelle ditte/imprese grandi e piccole che non si sono viste assegnare un mandato/incarico; gli organizzatori di eventi d’ogni genere che la RSI non ha coperto con un servizio. Anche su queste categorie di arrabbiati punta il fronte del sì. Oltre che su coloro che non mancano di esprimere – privatamente o scrivendo ai giornali – la loro delusione per qualche programma che non li ha soddisfatti. Anche la RSI, in cui ho lavorato per decenni, qualche volta ha sbagliato nella sostanza e nei toni. Anche da Comano non tutte le ciambelle escono col buco. Quando accade, bisogna riconoscerlo, senza se e senza ma, per non passare per arroganti. Non per questo, l’8 marzo, dovremo buttare il bambino con l’acqua sporca.

Da cittadino, mi auguro che alla tentazione di un sì scioccamente punitivo si sappia sottrarre compatta la classe politica svizzera italiana. PS e PLR, nei loro recenti Comitati cantonali, lo hanno fatto: il Centro dovrebbe aggiungersi il 4 febbraio prossimo.

Oltre a quelle di principio, vi è una ulteriore ragione per votare NO: grazie al Federalismo e al fatto che nella Svizzera quadrilingue si produce, appunto, in 4 lingue, non in una soltanto come in Germania, Francia, Italia (regolarmente tirate in ballo perché lì il canone è più basso), la ripartizione dei mezzi è di 22 a 4 in nostro favore (paghiamo il 4% del canone complessivo incassato dalla SSR e riceviamo in cambio il 22%). Si tratta di un rarissimo caso in cui la cosiddetta perequazione finanziaria va a vantaggio della nostra minoranza: il resto della Svizzera riconosce il ruolo e l’importanza di una RSI forte e sufficientemente dotata di mezzi, e noi Svizzeri italiani diciamo “no grazie”? Autolesionismo, pura follia.

Un pensiero, infine, proprio a quei politici che oggi rappresentano la Svizzera italiana nel Parlamento federale. Tutti indistintamente proprio grazie all’esistenza della RSI, ai suoi microfoni e alle sue telecamere, si sono fatti conoscere.

Provincialismo? Forse, ma anche strumento, la RSI, che dà loro una visibilità che i politici dei Cantoni d’oltralpe neppure si sognano. Anche grazie alla RSI (e alle radiotelevisioni private complementari: Radio Ticino, Radio 3i, Teleticino, che fanno un ottimo lavoro), questi eletti possono confrontarsi e spiegarsi – sollecitati con criteri giornalistici – davanti all’opinione pubblica.

Un privilegio da non buttare, eppure alcuni di loro (penso ai due rappresentanti ticinesi al Consiglio degli Stati) questa emanazione del Federalismo svizzero fanno tutto il possibile per ridimensionarla ulteriormente. Loro, che dell’autonomia-indipendenza-forza della Svizzera si dichiarano i primi paladini, ma vogliono consegnare il Servizio pubblico radiotelevisivo (in sostanza il principale strumento di informazione) a non meglio definiti privati (magari nemmeno svizzeri: Google? Facebook?) che, legittimamente dal loro punto di vista, risponderebbero a criteri privati: commercializzazione, profitto, contenuti decisi dai like e dai clic. Il contrario, insomma, dell’autonomia/credibilità   che oggi vengono riconosciute alla SSR-RSI.

Ma perché questa scelta? Con quale visione? Con quali alternative? Questo ancora non ce lo hanno detto. La pancia insinua e distrugge. Solo usando la testa, la ragione, il cervello eviteremo un disastroso autogol.

Nell’immagine: il classico regalo avvelenato

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