Di Francesca Coin, il manifesto
Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie. L’articolo elencava le strategie di questo attacco: l’intimidazione diretta, capace di generare, tra i giornalisti, insicurezza e autocensura. L’abuso di querele temerarie per paralizzare il lavoro investigativo. La delegittimazione: per Trump, non a caso, i giornalisti sono «nemici del popolo».
Lo strangolamento finanziario, che trasforma le testate in affanno nella carcassa su cui vanno a pasteggiare banche e oligarchi, come è accaduto quando il gruppo Antenna, per iltrenta per cento proprietà del fondo sovrano saudita Pif, ha acquistato la Repubblica. O quando Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per trasformare la storica testata del caso Watergate nell’ufficio stampa del capitalismo.
L’informazione nasce per controllare il potere, non viceversa. Eppure, viviamo oggi in un mondo capovolto, in cui i privati investono nell’informazione per proteggere la propria reputazione, sino a convincere la società che l’unico modo per costruire un futuro migliore è odiare la classe lavoratrice, lo stato sociale e la democrazia.
La posta in palio è sempre la stessa: distruggere lo stato di diritto e permettere alle classi dominanti di governare senza ostacoli, sino a eliminare ogni voce critica. Una tendenza che ha già imbarbarito il dibattito pubblico e di fronte alla quale l’allarme dell’Economist suona giusto ma tardivo, tanto è diffusa, ormai, la propaganda e il consenso alle politiche autoritarie in Europa.
Per questo, il titolo di Dig Festival 2026 è Bella Ciao. «Il nostro è un canto partigiano«, ha scritto il Direttivo che lo organizza, di cui faccio parte, nella presentazione della dodicesima edizione. «È una chiamata alla resistenza, un invito a lasciarsi sedurre dal controcanto. Perché non è scolpito nella pietra che l’autoritarismo debba prevalere. Ma per far questo, la libertà va praticata e espansa ogni giorno, scegliendo di disobbedire e di prendere la parola quando c’è chi vorrebbe imporre il silenzio».
Resistere, quando si parla di cultura e informazione, significa tante cose. Significa, come sa il presidente dell’associazione Alberto Nerazzini, farsi cane da guardia della democrazia.
Nerazzini è il giornalista che ha scoperto i legami tra l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e la figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Un’inchiesta che ha pesato sul risultato del referendum sulla giustizia, spingendo il sottosegretario alle dimissioni
Resistere significa portare a galla ciò che è nascosto nell’ombra. Significa, anche, non cedere alle lusinghe o alle minacce di chi controlla l’informazione, spesso a scapito della propria sicurezza professionale o economica. Nel mondo capovolto in cui viviamo, del resto, il coraggio e l’etica non sono sempre considerate virtù. Per questo, Dig nasce per celebrare le inchieste più scomode del giornalismo internazionale.
Nel programma del Dig festival tutte le iniziative seguono un fil rouge: celebrare chi ha fatto del tentativo di espandere la democrazia una priorità, nel mondo della stampa e della scuola, delle arti o del lavoro educativo, senza rinunciare a lavorare per una società più giusta. Gramsci le chiamava Casematte: tutte quelle istituzioni della società civile che contribuiscono, in vario modo, a plasmare la direzione morale della storia.
Come espandere la democrazia è una domanda che riguarda tutti. È una domanda, tuttavia, che non piace a tutti. Nelle ultime settimane, la destra ha attaccato Dig per avere scelto Bella Ciao come cornice del festival. Hanno detto che Bella Ciao è uno slogan di parte che non può essere finanziato con soldi pubblici. Era accaduta una cosa simile quando un deputato di FdI aveva chiesto la sospensione dei fondi all’Anpi finché non si fosse dichiarata «apolitica e apartitica». Va da sé che il richiamo alla Resistenza sotteso a Bella Ciao non è un’opinione politica tra le altre nella Costituzione, ma la sua precondizione storica: il fondamento che rende possibile il pluralismo, non un elemento di quel pluralismo. In questo senso, questa polemica non è banale. Il bersaglio è l’allocazione dei fondi pubblici e l’esistenza stessa del dibattito democratico.
Il problema non è quale tipo di visione di mondo sia sottesa a Bella Ciao, ma quale società desideri chi considera questo canto un problema. È una domanda aperta, a cui non sta a noi rispondere. Da parte nostra, la visione di mondo di Dig 2026 è chiara e speriamo di celebrarla con l’edizione più partecipata di sempre.