Nessuna mela marcia, è agenda di Stato
PREDONI DI STATO La violenza dei coloni non è più fanatismo ma agenda di Stato
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PREDONI DI STATO La violenza dei coloni non è più fanatismo ma agenda di Stato
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PREDONI DI STATO La violenza dei coloni non è più fanatismo ma agenda di Stato
Di Chiara Cruciati, il manifesto
Il villaggio palestinese di Tell dista poche centinaia di metri dalla Road 60: infrastruttura strategica voluta dall’occupazione militare israeliana, è la strada che collega il nord e il sud della Cisgiordania, da Jenin a Hebron, a favore delle colonie illegali costruite sul territorio occupato. Seguire il tracciato della Road 60 è rivelatore.
Attraverso la Road 60, si può ricostruire con precisione millimetrica la geografia dei pogrom delle milizie dei coloni contro le comunità palestinesi: gli incendi di abitazioni e campi coltivati, i furti di bestiame, la distruzione delle cisterne d’acqua, le aggressioni fisiche, i pestaggi, i rapimenti. A cavallo del 7 ottobre 2023 (dall’inaugurazione dell’attuale esecutivo a dicembre 2022 fino a metà del 2025), i coloni hanno preso di mira i villaggi palestinesi più piccoli e isolati, poche decine di famiglie beduine che vivevano di pastorizia, per costringerle con il terrore a caricare sui camioncini la propria vita e lasciare la terra all’appropriazione illegale. Da un anno a questa parte le milizie hanno alzato il tiro: nel mirino ci sono ora le cittadine palestinesi, migliaia di abitanti, non baracchine di alluminio e tende ma case in muratura circondate dalle terre agricole. La maggior parte di quelle che finiscono più spesso nelle cronache si affacciano proprio sulla Road 60: Turmus Ayya, Sinjel, Silwad, Huwara, Burin, l’elenco è lungo e potrebbe continuare. Questa mappa delle aggressioni dice qualcosa: che la violenza feroce dei coloni non è casuale, non è randomica. Segue una strategia precisa e ha un obiettivo: colpire con inquietante costanza e crescente brutalità le cittadine che ricadono in un determinato territorio, quello che lo Stato di Israele intende annettere, de iure o de facto poco importa. In Cisgiordania i pogrom hanno dunque una loro geografia (la Valle del Giordano, a est; Masafer Yatta, a sud; la mezzaluna di terre tra Ramallah e Nablus, a ovest; le comunità palestinesi intorno a Gerusalemme) e un mandante, più o meno occulto: il governo di Tel Aviv. È dai suoi uffici che i fautori della colonizzazione della Palestina di questi ultimi anni finanziano le milizie (il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich) e le armano (quello alla sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir). Ed è lì la sorgente della necessaria impunità giuridica (l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu) e l’indispensabile copertura militare (i vertici dell’esercito).
La violenza dei coloni israeliani non è frutto del fanatismo di qualche «mela marcia», di movimenti radicali che agiscono al di fuori della legge: è l’agenda di Stato. Non è una novità, ma oggi si sono raggiunti livelli senza precedenti: se in passato Israele ha preferito agire secondo dei passaggi «burocratici» – la confisca della terra palestinese con una qualsiasi scusa, l’approvazione governativa di nuovi insediamenti, bandi pubblici per la loro realizzazione – l’attuale governo israeliano ha individuato nel terrore diffuso e capillare uno strumento di pulizia etnica molto più rapido ed efficiente. I coloni terrorizzano fino a svuotare la terra desiderata, impiantano un nuovo insediamento in presunta autonomia, lo fanno crescere e infine ricevono la legalizzazione dalla casa-madre, in termini di riconoscimento ufficiale e di infrastrutture. Pensare – come fa l’Europa – di fermare con delle sanzioni a dei singoli coloni la politica strutturale di Israele non è solo inutile, è pericoloso ed è complice.
Nell’immagine: coloni israeliani lanciano pietre su contadini palestinesi
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