Il passo indietro del cattivo perdente

Il passo indietro del cattivo perdente

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato


Redazione
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Il passo indietro del cattivo perdente

Di Daniel Ritzer, La Regione

In sintesi:

  • Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili
  • Tuttavia le sue dimissioni sembrano il frutto di un patteggiamento per fermare la tempesta

Al dimissionario consigliere di Stato Claudio Zali va riconosciuta una particolare forma di coerenza. Nelle ultime due interviste rilasciate in esclusiva a laRegione (quella in cui ha annunciato la sua ricandidatura, e poi quando ha fornito la sua versione – parzialmente fuorviante – sul caso del 14enne detenuto alla Farera) ha ribadito a più riprese di essere un “cattivo perdente”. E proprio in questo modo si è comportato al momento di fare un passo indietro, travolto dalle varie vicende emerse nelle ultime settimane (riunione sul 14enne, registrazioni audio, e-mail all’Eoc). Zali non si è degnato di partecipare alla conferenza stampa in cui gli altri quattro membri del governo si sono limitati a svolgere il “compitino” (molto di più non hanno fatto) di comunicare al Paese di aver preso atto della rinuncia alla carica del collega con effetto al 30 settembre 2026. Qualche parola della neopresidente Carobbio per stigmatizzare le frasi violente sentite nei file audio, un accenno di mea culpa da parte di De Rosa per non aver dato il giusto peso all’e-mail spedita da Zali al presidente dell’Ente ospedaliero. Davvero poco, se l’obiettivo – come dichiarato – del Consiglio di Stato è quello di ristabilire la credibilità delle istituzioni.

Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili. Tuttavia la sua scelta di lasciare l’incarico sei mesi prima della fine della legislatura (per cedere la poltrona, scrive Zali nella sua lettera di addio affidata a Radio Ticino, “a un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo”) è forse l’unica nota stonata rispetto alla ferrea linea di condotta – nel bene e nel male – alla quale il direttore del Dipartimento del territorio ci aveva abituati. Qui bisogna andare a ritroso di almeno un anno (fino all’arrocchino dell’estate scorsa) per identificare, ripercorrendo le varie vicissitudini, i tratti di un disegno piuttosto ben definito. Quello in cui Zali appare inequivocabilmente come l’unico vero ostacolo ai piani elettorali dell’area di destra. Un ostacolo che andava rimosso per fare pieno spazio agli interessi convergenti di Lega e Udc. L’articolo di domenica scorsa firmato da Antonella Bignasca, editore del Mattino, valga quale prova inconfutabile di tale ipotesi.

Tutto ciò non giustifica in alcun modo i deprecabili comportamenti del consigliere di Stato leghista. Ma non si può essere così ingenui da non constatare una tempistica perfetta nello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato. In effetti le sue dimissioni sembrano più il frutto di un patteggiamento (interno) per fermare la tempesta abbattutasi su di lui, che non un gesto spontaneo. Non è nella sua natura gettare la spugna. E lo dimostra anche nella sua ultima presa di posizione pubblica in cui evita ogni forma di pentimento per i suoi atti e minaccia, fedele al suo stile, querele a destra e a manca.

È davvero Zali il “cattivo perdente” di queste giornate di scandali a non finire? In realtà i grandi sconfitti sono il Canton Ticino, i suoi cittadini, tutti noi. Una comunità confrontata con tutta una serie di problematiche strutturali di non facile soluzione, e alla quale il ‘caso Zali’ ha sottratto parecchie energie. Un caso che andava comunque affrontato, poiché inammissibile sotto diversi punti di vista. Così come bisognerà appurare se negli ultimi anni ci siano stati obblighi di segnalazione disattesi da parte degli altri membri del governo. Non per un giustizialismo fine a sé stesso. Ma perché da tutte queste vicende affiora qualcosa di sistemico – a livello culturale prima che politico – che non può più essere tollerato.

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