ONU: in Sudan è genocidio
La Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite dicono di essere in possesso di prove che collegano i capi di una delle fazioni in guerra a crimini contro l’umanità e genocidio
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La Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite dicono di essere in possesso di prove che collegano i capi di una delle fazioni in guerra a crimini contro l’umanità e genocidio
Da ISPIonline
Le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.
Darfur: un nuovo genocidio?La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.
Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo Reuters – ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.
Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.
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