A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

GREENPEACE Come sta il Mediterraneo? Purtroppo male


Redazione
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A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

Di Alessandro Gianni, il manifesto

Solo pochi giorni fa, ho ricevuto una telefonata sconsolante da un pescatore di Licata: in mare di pesci ce ne sono pochi e la ripresa delle attività petrolifere di Eni (con rischi che denunciamo sin dal 2013) starebbe dando un ulteriore colpo alla locale marineria.
Anche a Sciacca, sempre sulla costa meridionale della Sicilia, la situazione è simile: sempre meno pesci. Stavolta, la «colpa» la danno al cambiamento climatico e dubito vada meglio altrove.

L’8 luglio, nel bel mezzo della tradizionale ondata di calore che ormai prende quasi tutta l’estate, è stata la Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo. Occasione per celebrare la bellezza di questo mare ma anche la sua fragilità.

L’area del Mediterraneo è un hotspot: i famosi 1,5°C di aumento delle temperature sono stati raggiunti già nel 2020 e la prospettiva è che localmente le temperature resteranno stabilmente più alte del 20% rispetto alle medie globali.

Secondo lo scenario peggiore (RCP8.5) dell’International Panel on Climate Change (il gruppo di scienziati che per l’Onu studia il cambiamento climatico) a fine secolo l’aumento locale delle temperature arriverebbe a + 5,6°C. Insomma, se non riduciamo davvero le nostre emissioni di gas serra, siamo fritti. O bolliti, se preferite.

Forse, riusciremo davvero ad adattarci a queste temperature ma si tratterebbe di un enorme esperimento di eugenetica: secondo il Lancet Countdown 2025 (Lancet è la più importante rivista mondiale di medicina) l’eccesso di calore – o, se preferite le «ondate di calore» – nel periodo 2012-2021 ha ucciso in media 546.000 persone l’anno, con un aumento della mortalità del 63,2 percento rispetto al periodo 1990-1999. Il conto totale è purtroppo ancora più salato: due milioni e mezzo di morti a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili, circa centocinquantamila morti collegati alle polveri sottili da incendi boschivi causati dal cambiamento climatico e «soli» sedicimila morti da alluvioni, frane e simili.

Ovviamente, le temperature elevate hanno impatti notevoli anche sulla biodiversità del Mediterraneo che – con l’1 per cento di superficie – ospita tra il 5 e il 10% delle specie marine note. Come dimostrano i rapporti del progetto Mare Caldo di Greenpeace, le morie di organismi dei fondali sono sempre più frequenti e diffuse. Nel 2024, a Portofino il 94 per cento delle gorgonie rosse presentava fenomeni di necrosi (a venticinque metri di profondità) e i fenomeni di «sbiancamento» – tristemente famosi nelle barriere coralline dei tropici – ci sono anche da noi e colpiscono coralli e alghe calcaree. Altra nota dolente collegata all’aumento delle temperature è la presenza di oltre mille specie aliene registrate nel Mediterraneo, di cui oltre seicento sono considerate invasive. In generale, c’è poi una diffusione delle specie termofile: qualche anno fa, per vedere il pesce pappagallo del Mediterraneo bisognava andare nell’Egeo. Oggi, per esempio, è piuttosto comune in alcuni tratti della costa dell’Isola d’Elba. E anche la nidificazione delle tartarughe Caretta caretta nelle coste settentrionali del Mediterraneo (in Toscana e in Liguria come in Veneto) è un segnale chiaro.

Giusto per accennare poi alla plastica, il 7% delle microplastiche in mare si trova nell’1% che è il Mediterraneo in cui (dati del 2022) arrivano ogni anno 730 tonnellate di plastica. I maggiori «contribuenti»? Egitto (43,1%), Turchia (19,1%), Italia (7,6%) e Francia (5,2%). Almeno il campionato europeo degli inquinatori di plastica del Mediterraneo, lo abbiamo vinto a mani basse. Continuare a perdere tempo, è un lusso che non possiamo permetterci. Siamo lontanissimi dall’obiettivo del «30×30» di proteggere in modo efficace il 30% del mare entro il 2030. Non abbiamo bisogno di «parchi di carta» come il Santuario dei cetacei o la grande maggioranza delle aree marine oggi incluse nella rete Natura 2000 voluta dall’Unione Europea: servono vere misure di protezione e gestione. Dobbiamo ridurre la produzione di plastica che sta aumentando a ritmi vertiginosi mentre ne ricicliamo solo il 10%. Il negoziato per un Trattato Internazionale sulla plastica è andato a monte lo scorso anno per il pressing delle industrie: sono in corso negoziati informali che culmineranno in un nuovo tentativo nel marzo 2027. E, soprattutto, dobbiamo smetterla di usare combustibili fossili, puntando decisamente sulle fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico (anche offshore) che, se ben fatti, ci aiuteranno a vincere la sfida del clima. Senza farci fregare dalle bufale della «cattura» della CO2 o peggio ancora dai fantomatici programmi del nostro governo che propone un nucleare di nuova generazione che semplicemente non esiste.

Nell’immagine: pesci nuotano vicino ad alcuni coralli sbiancati nel Parco marino di Kisite Mpunguti

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