Come difendere i nostri media da chi vuole incatenarli?
È sempre più chiaro che i fautori dei "200 fr. bastano" antepongono piccoli calcoli politici alla difesa dei valori nazionali di cui si dicono paladini
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È sempre più chiaro che i fautori dei "200 fr. bastano" antepongono piccoli calcoli politici alla difesa dei valori nazionali di cui si dicono paladini
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È sempre più chiaro che i fautori dei "200 fr. bastano" antepongono piccoli calcoli politici alla difesa dei valori nazionali di cui si dicono paladini
Come possiamo veramente apprezzare i nostri media locali, il nostro sistema mediatico svizzero (giornali, radio, televisione), come possiamo far sì che sappiano resistere, far fronte, a tutto quanto sta minacciandoli o vuole di fatto, anche con meschini trucchetti (tagliargli i mezzi finanziari) soggiogarli, incatenarli, farli diventare la voce di chi ritiene che, essendo riuscito a crearsi una maggioranza in termini partitici, pretende di ammaestrarli e di esserne padrone?
C’è chi ci suggerisce “un esperimento mentale”. Che è una sorta di trasposizione o di analogia storica. La quale risulta eloquente ma ancor più preoccupante, allarmante, tremenda (vedi Michael Hermann, che a Zurigo dirige l’Istituto di ricerca politica, sociale, economica Sotomo, ”Wie lässt sich die Abwehrkraft des Schweizer Mediensytems erhalten?” su NZZ am Sonntag del 28 dicembre scorso).
Michael Hermann si chiede, infatti: che cosa accadrebbe oggi se ci trovassimo in una situazione politica analoga a quella del 1940?
Dopo che la Wehrmacht sconfisse l’esercito francese, nel giro di poche settimane, nell’estate del 1940, la Svizzera si trovò circondata da stati totalitari. Da Lisbona (Salazar) a Mosca (Stalin) governavano dittatori. Solo la Svizzera mantenne ancora alta la bandiera della democrazia sul continente europeo.
Quando ci preoccupiamo, come ora (e pressoché universalmente, comunque ben oltre il continente europeo, basterebbe pensare a Trump) dell’ascesa del pensiero e del comportamento autoritario, autocratico, ”dovremmo ricordare le sfide che altre generazioni hanno dovuto affrontare e come le hanno affrontate”. Hermann cita l’esempio di Albert Oeri, caporedattore della Basler Nachrichten, che denunciò senza timore la persecuzione nazista degli ebrei in un editoriale dell’ottobre 1940, editoriale che allarmò l’inviato svizzero a Berlino, Hans Frölicher. Il quale riferì a Berna che, invece di irritare il dittatore tedesco, i quotidiani svizzeri avrebbero fatto meglio a concentrarsi sulla salvaguardia della sovranità nazionale. Quelle critiche si estesero anche ad altri caporedattori, come Schürch (Der Bund) e Bretscher (NZZ) che si erano opposti allo spirito autoritario, autocratico dell’epoca. Lo stesso Oeri, convocato davanti al Consiglio federale seppe rigirare con intelligenza e sicurezza l’accusa: la sicurezza della Svizzera può essere preservata solo se la libertà di espressione e la democrazia vengono difese da qualsiasi tendenza autoritaria e disumana.
Osserva M. Hermann: “rispetto allo sconvolgimento globale di allora, la pressione odierna sembra aria fresca (“eine frische Brise”). Ma è proprio questo che può ingannare e rende ancora più pressante la questione; a sapere, cioè, se un analogo spirito di resistenza (mediatica), possa ancora emergere. Hermann ha qualche dubbio per due motivi.
In primo luogo manca la barriera protettiva della distanza. Nell’era digitale, sotto l’influenza dei social media globali, anche i luoghi più distanti appaiono vicini (Albert Oeri viveva a poche centinaia di metri dal confine tedesco, ma in termini di “media” viveva in un mondo svizzero tutto suo; immaginiamo un accerchiamento come quello del 1940 oggi: la propaganda fascista, nazista, stalinista, sarebbe onnipresente in tutto il Paese; le campagne di disinformazione sarebbero presenti con la loro influenza devastante in ogni angolo del Paese). Resistere allo “Zeitgeist” (allo spirito del tempo) è molto più difficile nelle condizioni odierne che allora.
Il secondo motivo di preoccupazione per la resistenza dei media è di natura economica. Da anni si sta assistendo all’erosione del modello di “business” e dei mezzi di sopravvivenza dei media. La Svizzera, nonostante la sua prosperità, è particolarmente colpita dalla crisi dei media. La sua popolazione relativamente piccola rende difficile per gli editori locali ampliare la propria offerta, soprattutto nelle regioni linguistiche più piccole. Anche i giornalisti, che spiegano il mondo ogni giorno, sono sempre più a rischio. Ristrutturazioni, riduzioni, tagli al personale sono all’ordine del giorno.
C’è da aggiungere (osserva Hermann) che i vari Oeri, Schürch, Bretscher, erano rispettati come giornalisti, editorialisti, ciò che dava loro fiducia in sé stessi e indipendenza interiore, necessarie per difendere i valori liberali, democratici, in un’epoca illiberale e antidemocratica.
Michael Hermann scende anche al caso concreto. In Svizzera voteremo presto l’iniziativa dell’Udc per ridurre il canone radiotelevisivo. “Un sì priverebbe inutilmente un settore già in difficoltà di importanti risorse che non potrebbero essere ricuperate in nessun altro modo, né per i media pubblici e neppure per quelli privati. E questo avverrebbe in un momento in cui mancano garanzie contro la disinformazione, consentendo alle campagne di disinformazione provenienti e sostenute dall’estero di diffondersi incontrollate”.
“Se noi, un piccolo e ricco Paese così orgoglioso della propria indipendenza e democrazia – conclude Michael Hermann – mettiamo a repentaglio la nostra già indebolita resistenza mediatica a tal punto – per uno sconto di cento franchi all’anno! – allora siamo davvero senza speranza. Almeno oggi non c’è più bisogno del coraggio di un Oeri, di uno Schürch o di un Bretscher per poterlo dire!”
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