Dall’Aventino alla fossa degli orsi
L’importanza della mobilitazione contro la destra populista in una Svizzera in cui la sua presenza e la sua attività sembrano normalizzate
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L’importanza della mobilitazione contro la destra populista in una Svizzera in cui la sua presenza e la sua attività sembrano normalizzate
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L’importanza della mobilitazione contro la destra populista in una Svizzera in cui la sua presenza e la sua attività sembrano normalizzate
Dieci giugno 1924. Giacomo Matteotti, deputato socialista italiano, viene rapito e assassinato da una squadra fascista dopo aver denunciato in Parlamento i brogli e la violenza che avevano accompagnato le elezioni. Il suo corpo, ritrovato due mesi dopo, non è solo il corpo di un oppositore: è il corpo simbolico di una democrazia morente.
Quel giorno l’Italia e l’Europa tutta avrebbero dovuto capire che la violenza non era più un eccesso, ma un linguaggio politico. Non fu così. Un crescendo di brutalità aveva lentamente anestetizzato l’opinione pubblica. Quasi nessuno fece davvero qualcosa. L’opposizione si ritirò sull’Aventino – abbandonò il Parlamento in segno di protesta – sperando di delegittimare il governo fascista. Ma quel silenzio divenne vuoto: non interruppe il potere, lo rese più saldo. Il re tacque, le istituzioni esitarono, e Mussolini, qualche mese più tardi, poté rivendicare apertamente la responsabilità morale e politica di quel clima di violenza.
La democrazia non cadde in un giorno. Cadde nel lento logorarsi del coraggio civile. Il delitto Matteotti segnò il passaggio dall’illegalità tollerata alla legalità rovesciata, in cui la violenza diventava ordine e la paura disciplina. Nel dopoguerra, il nome di Matteotti divenne eredità morale e simbolica dell’antifascismo. Enzo Traverso ci ricorda però che la crisi dei partiti e delle istituzioni che incarnavano quella memoria ha creato le condizioni per l’emergere di un’altra memoria, profondamente antidemocratica, fino ad allora silenziosa e stigmatizzata.
Dalla memoria all’azione il passo è breve, ma sufficientemente lungo per superare qualsiasi frontiera, anche quella elvetica.
Damir Skenderovic ci rammenta che i partiti populisti di destra, che enfatizzano la sovranità nazionale, la distinzione tra “noi” e “loro” e la creazione continua di capri espiatori, flirtano da tempo con l’estrema destra. La Svizzera, inoltre, non ha mantenuto un cordone sanitario attorno a questi partiti e movimenti: il contesto è più “normalizzato” rispetto ad altri paesi.
Il disprezzo per le minoranze, la semplicità comunicativa che sostituisce il dibattito pluralistico e gli attacchi alle istituzioni democratiche sono ormai accettati. Significa che risulta sempre più normale andare nello spazio pubblico, mediatico o fisico – con il dovuto permesso, ovviamente ! – a rivendicare comportamenti xenofobi e razzisti, magari al suono delle sirene di un’urgente necessità di sicurezza, che mette i brividi e ricorda il passo dell’oca.
Un mio caro amico ricordava l’altro giorno che “La storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa” (K. Marx). Da logica, al prossimo giro dovremmo ritornare alla tragedia. Meglio scendere dall’Aventino prima di trovarci nella fossa degli orsi.
Nell’immagine: la manifestazione antifascista dell’8 novembre a Lugano (fotogramma dal servizio della RSI)
La versione integrale che lo scrittore e storico doveva leggere alla vigilia del 25 Aprile, giorno della Liberazione, e che è stato censurato dalla RAI
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