Il sogno mai sopito del “Grande Israele”
Un concetto che affonda le radici nella lettura della Bibbia, e che l’attuale governo prigioniero dei partiti “messianici” intende realizzare, “dal fiume al mare”
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Un concetto che affonda le radici nella lettura della Bibbia, e che l’attuale governo prigioniero dei partiti “messianici” intende realizzare, “dal fiume al mare”
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Un concetto che affonda le radici nella lettura della Bibbia, e che l’attuale governo prigioniero dei partiti “messianici” intende realizzare, “dal fiume al mare”
Nel cuore della politica israeliana, spesso celato dietro la retorica securitaria e delle relazioni internazionali, sopravvive un progetto dai contorni antichi e inquietanti: quello del “Grande Israele”. Un concetto che affonda le radici in letture religiose della Bibbia e che, nelle sue versioni moderne, si intreccia con ideologie nazionaliste e strategie geopolitiche aggressive. L’espressione, apparentemente relegata ai margini dell’estremismo religioso, riaffiora con regolarità in determinati ambienti di potere, trovando applicazione concreta nei territori occupati, a cominciare dalla Cisgiordania fino al Golan siriano.
L’idea di un “Grande Israele” nasce dalla narrazione biblica dell’Antico Testamento, in particolare dal Libro della Genesi (15:18) e da Giosuè, dove Dio promette ad Abramo una terra che si estende “dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate” [vedi immagine]. Questa visione teologico-territoriale è rimasta patrimonio della tradizione ebraica, ma con l’emergere del sionismo moderno e la creazione dello Stato di Israele nel 1948 ha assunto anche una valenza politica.

Nel corso degli anni, questa visione si è tradotta, per alcuni ambienti sionisti religiosi e nazionalisti, in un progetto espansionista concreto: una sovranità ebraica che vada ben oltre i confini riconosciuti nel 1948, includendo tutta la Palestina storica, parti della Giordania, della Siria, del Libano e persino della penisola del Sinai.
La Guerra del 1967 rappresenta un punto di svolta. Con la conquista di Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, Alture del Golan e Sinai, Israele si avvicina più che mai all’immaginario del “Grande Israele”. Lungi dal trattarsi di conquiste temporanee, molte di queste aree vengono colonizzate sistematicamente attraverso l’insediamento di coloni, il controllo delle risorse naturali e la costruzione di infrastrutture.
Negli anni ’70 e ’80, alcuni documenti strategici – come il controverso “Piano Yinon” (1982) – delineano apertamente una visione in cui il Medio Oriente dovrebbe essere frammentato in piccoli Stati settari, per garantire la supremazia regionale d’Israele. Pur non essendo un documento ufficiale del governo, il piano riflette una visione geopolitica espansionista ben radicata in certi ambienti.
Con l’ascesa della destra religiosa al governo, soprattutto sotto il lungo dominio di Benjamin Netanyahu, questa ideologia ha smesso di essere marginale. Oggi, ministri e parlamentari che si ispirano al sionismo religioso parlano apertamente di annessione permanente della Cisgiordania, della costruzione del Terzo Tempio a Gerusalemme – che, secondo la tradizione, dovrebbe sorgere sul Monte del Tempio al posto dei due precedenti distrutti – e della necessità di modificare i confini in funzione della promessa divina.
Queste idee si sono saldate con la retorica della “sicurezza nazionale”, utilizzata per giustificare politiche aggressive: incursioni militari in Libano e Siria, bombardamenti su Gaza, espulsioni forzate, confisca di terre, e colonizzazione sistematica.
Il progetto del “Grande Israele” trova una delle sue manifestazioni più concrete nel Golan siriano, occupato nel 1967 e annesso unilateralmente da Israele nel 1981. Allorché ciò avvenne, circa ventimila drusi delle alture rifiutarono la cittadinanza israeliana, mantenendo fieramente la loro identità siriana. Sebbene la comunità internazionale continui a considerarlo territorio siriano, Israele ha investito enormemente per integrare de facto l’area, colonizzandola, sviluppandone le infrastrutture e intitolando persino un nuovo insediamento al nome di Donald Trump, in segno di gratitudine per il riconoscimento dell’annessione da parte statunitense nel 2019.
Ma in questi ultimi giorni il Golan è tornato prepotentemente al centro della scena: con il pretesto di voler tutelare la minoranza drusa siriana da un conflitto interetnico interno, Israele ha colpito Damasco e rafforzato la propria presenza militare nel Golan, mascherando dietro una retorica umanitaria una strategia di espansione territoriale. Un approccio che risponde pienamente alla logica del governo Netanyahu, fortemente influenzato dalla dottrina messianico-nazionalistica, secondo cui la miglior difesa è sempre l’attacco.
La recente legge sulla colonizzazione del Golan, approvata sotto l’attuale governo, conferma questa tendenza: ciò che in passato era presentato come misura temporanea oggi viene reso strutturale e irreversibile. L’obiettivo è chiaro: annettere e colonizzare nuove terre, legittimando il tutto come risposta alle “minacce esterne”.
In realtà, dietro la mossa israeliana c’è anche una volontà politica più sottile: sollevare il velo d’ipocrisia che l’Occidente, con la mediocre e complice Europa in testa, ha steso sul dossier siriano. Mentre la Siria resta isolata e frammentata, con un governo delegittimato a livello internazionale e vaste aree ancora sotto il controllo di milizie jihadiste, Israele può agire indisturbato anche oltreconfine, godendo di un’immunità diplomatica pressoché totale. Nessuno in Occidente, tantomeno l’Unione Europea, osa mettere in discussione l’occupazione delle alture del Golan, né tanto meno l’ulteriore espansione coloniale mascherata da “sicurezza nazionale”. È il segno più evidente di un doppio standard: mentre viene continuamente riaffermato il principio dell’integrità territoriale ucraina, si tollera – o addirittura si legittima – l’annessione di territori siriani da parte di Israele, al di fuori di qualsiasi mandato internazionale.
Intanto, il fuoco in Siria cova sotto la cenere. Le illusioni occidentali su una possibile democratizzazione, affidata a soggetti come Al-Shara’ e le frange ex al-Qaeda, si sono da tempo scontrate con la realtà: chi nasce tondo non può morire quadrato. Anche la comunità drusa, storicamente dispersa tra Siria, Libano e Israele, vive oggi una fase di estrema incertezza identitaria e culturale. I legami storici si allentano, e le reazioni variano in base al contesto locale: in Cisgiordania e nei Territori occupati, resistono; nel Golan, alcuni cedono; in Israele si dividono.
I drusi, in questo senso, rappresentano solo l’antipasto di ciò che potrebbe accadere ai curdi, qualora l’Occidente continuasse a sostenere fondamentalismi antistatali travestiti da rivoluzioni democratiche. Gli Stati Uniti sono avvisati: oggi i drusi, domani i curdi.
Il “Grande Israele” non è solo un sogno religioso: è una visione politica operativa, oggi più che mai vicina ai centri di potere. L’idea di espandere i confini secondo criteri biblici si manifesta in politiche quotidiane, spesso invisibili agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, distratta dalla retorica della difesa e del terrorismo. Ma nei fatti – dalla Cisgiordania al Golan – si assiste a una strategia di conquista graduale, basata sull’annessione, lo spossessamento e la trasformazione del territorio.
Svelare questo disegno significa non cadere nella trappola della retorica ufficiale, e riconoscere che la pace non sarà mai possibile finché una parte continuerà a confondere i confini dello Stato con quelli di una promessa divina.
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