La ricchezza se ne va
Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale - Di Ivo Durisch
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Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale - Di Ivo Durisch
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In un mio precedente articolo avevo descritto il Sonderfall ticinese. Un cantone in cui, tra il 2010 e il 2022, il patrimonio medio per contribuente è cresciuto del 58 per cento mentre il reddito mediano avanzava di appena il 10-12 per cento. In altre parole, anche in Ticino il capitale corre più del lavoro. Chi vive di stipendio vede il proprio reddito muoversi a passo lento; mentre chi vive di patrimonio lo vede crescere a ritmi che il lavoro non potrà mai eguagliare. È la conferma locale di una tendenza globale documentata da Piketty in poi, che la formula r > g (il rendimento del capitale supera strutturalmente la crescita dell’economia) ha reso celebre.
Ma c’è un secondo livello, meno visibile, che la ricerca economica recente ha portato alla luce: non tutto il capitale rende uguale. Gli studi dimostrano che i grandi patrimoni ottengono rendimenti strutturalmente superiori a quelli dei piccoli, anche al netto delle imposte e anche su asset identici. Passando dal 10° al 90° percentile della distribuzione della ricchezza, il rendimento annuo cresce di circa 10 punti percentuali. A livello globale, dal 1996 al 2025, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti del 7,5 per cento annuo in termini reali, contro il 2,3 dell’economia mondiale. Dentro la rendita da capitale esiste quindi una seconda disuguaglianza: chi è già ricco si arricchisce più velocemente di chi è solo benestante. È il vero motore della concentrazione patrimoniale che l’articolo precedente documentava sul piano cantonale, dove l’1 per cento più ricco dei contribuenti ticinesi detiene circa il 48 per cento del patrimonio dichiarato.
Davanti a questa doppia divaricazione, la politica fiscale ticinese ha scelto la direzione opposta a quella che il senso di equità avrebbe suggerito. Negli ultimi sette anni, il Cantone ha alleggerito sistematicamente la fiscalità sui grandi patrimoni: riduzione dell’imposta sulla sostanza dal 3,5 al 2,5 per mille, freno all’imposta sulla sostanza, riduzione delle aliquote sull’utile delle aziende dal 9 al 5,5 per cento, abbassamento delle aliquote massime sul reddito e sulle successioni. Ogni misura è stata giustificata in nome della concorrenza fiscale intercantonale e del rischio di “fuga dei milionari”. Il vero problema non è se i milionari cambiano domicilio. È che una parte crescente dei rendimenti generati in Ticino non resta in Ticino.
I dati cantonali parlano di 395 grandi contribuenti partiti tra il 2016 e il 2022, circa 66 all’anno. Un fenomeno marginale, che peraltro non considera gli arrivi. Ben più imponente è invece il flusso silenzioso di rendimenti che ogni anno lasciano il Ticino senza che nessuno se ne accorga. Una quota crescente di ricchezza non nasce più da nuova attività economica ma dall’estrazione di rendita su asset esistenti. Mariana Mazzucato e Brett Christophers hanno chiamato questo fenomeno estrazione di valore o capitalismo della rendita. La ricchezza generata sul territorio non si traduce in investimenti sul territorio, semplicemente se ne va.
Il caso Sintetica, raccontato in un’inchiesta di Federico Franchini su Area Online, è l’esempio paradigmatico di questa dinamica. La storica azienda farmaceutica di Mendrisio, fondata nel 1921, è stata acquistata nel 2019 dal fondo francese di private equity Ardian con un’operazione di leveraged buyout. In pratica, il debito contratto per comprare l’azienda, circa 100 milioni di franchi, non è stato accollato al fondo acquirente, ma all’azienda stessa. È Sintetica che da allora paga gli interessi su quel debito (circa 10 milioni all’anno). Per sostenere questo onere, l’azienda è stata progressivamente ridotta: 41 licenziamenti, una linea produttiva chiusa a Mendrisio, produzioni esternalizzate in Portogallo e in Francia. Il valore prodotto a Mendrisio dai lavoratori di Mendrisio viene drenato per ripagare un debito contratto altrove, da qualcun altro, per acquistare l’azienda. Le banche incassano gli interessi, il fondo prepara la rivendita. A Mendrisio restano i posti di lavoro tagliati. È questa la vera ricchezza che se ne va e non la fuga dei contribuenti.
Il paradosso politico ticinese non si chiude qui. Gli stessi politici che negli ultimi anni hanno sgravato sistematicamente i grandi patrimoni oggi ci chiedono come finanziare l’iniziativa del 10 per cento per ridurre l’impatto dei premi di cassa malati. Si interrogano sulla sostenibilità delle spese per invecchiamento, transizione climatica, infrastrutture. La risposta è davanti ai loro occhi: recuperare risorse al vertice della distribuzione patrimoniale, dove la ricchezza è cresciuta più rapidamente, è stata tassata sempre meno, e in larga parte è già uscita dal territorio sotto forma di rendimenti finanziari. Reintrodurre un’imposizione più progressiva sulle grandi successioni, riportare l’aliquota sulla sostanza agli scaglioni più elevati e allineare le stime fiscali delle grandi proprietà immobiliari ai valori reali non significa colpire il ceto medio. Significa chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale. Il Ticino può scegliere se continuare a inseguire la chimera della “fuga dei milionari”, o riconoscere che una parte della ricchezza prodotta sul territorio deve tornare al territorio.
Ivo Durisch è capogruppo PS in Gran Consiglio
Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la formula di Piketty. La ricchezza accumulata cresce più velocemente dell’economia reale (stipendi e produzione)
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