Le tre vite di Zelensky
Ma è difficile credere che sia all’ultima, anche perché all’orizzonte non si vede nessuno che potrebbe competere con lui, come pretende Putin
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Ma è difficile credere che sia all’ultima, anche perché all’orizzonte non si vede nessuno che potrebbe competere con lui, come pretende Putin
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Ma è difficile credere che sia all’ultima, anche perché all’orizzonte non si vede nessuno che potrebbe competere con lui, come pretende Putin
Dal nostro corrispondente da Mosca
Zelensky ha dunque gettato, dal punto di vista militare e simbolico, la spugna. “Non siamo in grado di riprenderci la Crimea e il Donbass… contiamo di riottenerle attraverso la diplomazia”, è stato il passaggio chiave di una sua dichiarazione. Annuncio atteso dopo che già qualche settimana fa aveva dato per persa la Crimea (“non possiamo perdere 20.000 soldati per riprendercela”): che apre una nuova inedita puntata del conflitto con il Cremlino, in qualche misura la fase post-bellica. Segnata da quali linee di faglia e contraddizioni ancora nessuno lo sa, non solo a Kiev, ma neppure a Washington, Mosca o Bruxelles.
Anche se il presidente ucraino non ha ancora dismesso la tenuta militare (all’inizio del conflitto fu una grande idea propagandistica, che colpì l’immaginario dell’opinione pubblica mondiale) nel futuro avremo uno Zelensky che dovrà tornare a indossare giacca e cravatta, riprendendo gli abiti del politico.
Volodomyr Zelensky ha vissuto gli ultimi sei anni della sua esistenza a una velocità supersonica. Nonostante come sceneggiatore e attore fosse giunto al successo già a 19 anni, quando decise di intraprendere la carriera politica, mai avrebbe immaginato di diventare il comandante in capo di un esercito in una guerra che alcuni hanno definito “l’inizio della Terza guerra mondiale”.
Nato in una famiglia ebraica e di lingua russa di Krivoj Rog (“la città più lunga del mondo” dicono orgogliosamente le statistiche ucraine), il giovane Volodomyr studiò giurisprudenza ma, ma si indirizzò subito verso il mondo dello spettacolo, costruendo un vero e proprio impero nel settore dell’entertainment.
Nel 2018 nell’intervista alla stampa estera in cui annunciava la volontà di iniziare la carriera politica aveva messo al primo posto del suo programma la volontà di giungere alla pace con la Russia, concentrando la sua attenzione non tanto sulla Crimea (data per persa o quasi) quanto sulle zone del Donbass che erano state oggetto del conflitto del 2014-2015. In realtà la sua stella non ha mai particolarmente brillato prima dell’inizio dell’invasione russa in larga scala dell’Ucraina.
Malgrado abbia goduto di un successo elettorale che lo ha messo al riparo da qualsiasi inconveniente politico (73% dei consensi nelle elezioni presidenziali e maggioranza assoluta alla Rada, il parlamento ucraino) i suoi rating di popolarità si erano presto affievoliti. Al momento dell’invasione Zelenskyj aveva un consenso a popolarità bassissimo, intorno al 20%, e i motivi erano stati elencati su tutta la stampa internazionale: l’Ucraina dal punto di vista socioeconomico continuava ad essere il fanalino di coda europeo. Il suo prodotto interno lordo (pil) aveva ripreso a salire negli ultimi anni, ma solo nel 2021 aveva raggiunto in termini assoluti (tenendo conto delle amputazioni di Crimea e Donbass) quello del 2013. Con un debito di 130 miliardi di dollari (l’81% del pil secondo la Banca Mondiale), soprattutto nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa e dei Paesi della Ue l’Ucraina stava sempre più assomigliando a molti paesi del Sudamerica degli anni Ottanta dello scorso secolo.
Lo scoppio della guerra portò alla ribalta un nuovo Zelensky: deciso, reattivo, in sintonia sentimentale con il suo popolo. Uno Zelensky che non fugge in Polonia come sembra gli avessero consigliato gli americani, che si rivolge ogni sera al suo popolo agitando una resistenza all’invasore russo che inizialmente appare invincibile, che convince i Paesi occidentali a mandare le armi perché la resistenza è possibile.
È il momento in cui tutti i rotocalchi dedicano al fino allora sconosciuto presidente ucraino le copertine, e alla fine del 2022 “Time” lo incorona uomo dell’anno. Non è solo, e non è prima di tutto, una ben riuscita operazione di marketing, ma una scelta personale coraggiosa che mobilita un popolo all’interno dei reparti dell’esercito ma anche in quelle strutture di “difesa territoriale” che sono l’architrave su cui si regge oggi l’intera nazione. Nell’estate del 2022 il “Washington Post” pubblica un lungo reportage, intenso e vibrante sui quei primi mesi di conflitto, che ora ancora oggi appassiona e colpisce.
Agosto-settembre 2022 è il momento di grazia di Zelensky. L’esercito ucraino è in grado di recuperare centinaia di chilometri quadrati di territorio, le scelte di Putin sotto tutte difensive. Sia l’annuncio dell’annessione delle 4 regioni del Donbass sia la scelta russa di ricorrere a una mobilitazione parziale sono il segno delle impasse del Cremlino, un tentativo di stabilizzare la situazione riducendo la linea del fronte e dando il via all’amministrazione eterogena delle zone occupate.
Dopo d’allora il presidente ucraino inizia a perdere di lucidità, vengono fatte circolare ipotesi di successi militari che dovrebbero portare prima alla completa liberazione delle zone occupate, Crimea compresa; la richiesta di sempre maggiori aiuti militari ai paesi occidentali si fa pressante, iniziando a creare malumori in parte dell’opinione pubblica sia in Europa sia negli Stati Uniti. È una “vertigine del successo”, per parafrasare il celebre editoriale di Stalin sulla collettivizzazione forzata, quella che si diffonde nell’entourage di Zelensky che alimenterà illusioni sull’evoluzione militare del conflitto.
Il fallimento della controffensiva ucraina della primavera del 2023, (lungamente preannunciata) diventa un punto di non ritorno: Kiev perderà l’iniziativa militare e non la riconquisterà più. La guerra diventa d’attrito e di posizione, la superiorità in numeri di soldati e missilistica fa volgere lentamente, ma inesorabilmente, la ruota di nuovo dalla parte russa.
Tuttavia l’aspetto militare non appare il limite principale della presidenza Zelensky. L’Ucraina, paese povero e con milioni di rifugiati e lavoratori occupati all’estero, ampiamente dipendente dagli aiuti esterni senza i quali non avrebbe potuto combattere una guerra per tre anni contro una delle potenze militari più agguerrite del pianeta, ha giocato in sostanza la sua partita al meglio. Le stesse divergenze tra lui e Valery Zalužny, il capo delle forze armate ucraine, che porteranno alle dimissioni di quest’ultimo, sono solo un episodio di relativa importanza nello svolgimento delle operazioni militari.
La debolezza di Zelensky emerge maggiormente dal punto di vista dell’azione diplomatica. A iniziare dal rapporto con gli “alleati” – con i quali ci sono alti e bassi e non sempre gli osservatori hanno la sensazione che tra Usa, Europa e Ucraina si parli la stessa lingua o si perseguano gli stessi obbiettivi – . E il fatto che membri della Nato come Slovacchia e Ungheria “remino contro” è stato solo la ciliegina sulla torta.
La Conferenza sulla pace in Svizzera della scorsa estate non ha portato ad alcun risultato. Non tanto e non solo perché la Russia non ha partecipato, ma soprattutto perché i Paesi del “Sud Globale” hanno mostrato una certa svogliatezza, facendo intervenire per lo più delegazioni di basso livello. In un quadro, entro cui il declino americano e la sua strategia “dell’interventismo umanitario” è diventata evidente, l’ex Terzo Mondo ha voluto mostrare che i vecchi equilibri non reggono più. L’occidentalismo estremo di Kiev giunto a solidarizzare incondizionatamente con Israele (posizioni poi con ritardo raddrizzata con una dichiarazione a favore della prospettiva dei “due popoli e due Stati”) ha alienato le già tiepide simpatie che esistevano in Medio Oriente per la causa ucraina.
Da qui inizia la terza vita di Volodomyr Zelensky visto che, se anche ci saranno le elezioni in Ucraina (come chiede sfacciatamente Putin), difficilmente si troverà qualcuno in grado di contendergli la presidenza. In un certo senso, Zelensky non ha neppure la possibilità di ritirarsi dall’agone politico.
Il paesaggio politico attorno a lui appare desolante. Sul “New York Times”, Gérard Araud, che è stato ambasciatore di Francia a Washington durante il primo mandato di Trump, ha evidenziato recentemente che “i tre principali Paesi europei non sono mai stati così deboli; mentre l’Italia e la Polonia, che non hanno nulla in comune, non prenderanno il posto di guida, indipendentemente dalle loro pretese”. Per quanto riguarda Washington il presidente ucraino sa bene che aria tira.
All’interno, ammesso e non concesso che anche Putin sia disponibile a un compromesso, c’è un Paese da ricostruire economicamente e moralmente che dovrà passare attraverso un calvario probabilmente senza quei riconoscimenti (entrata nell’Unione Europea e nella Nato) che inizialmente potevano sembrare scontati. Anche perché nell’ex URSS, come si vede in Georgia e in Moldavia, ci saranno nuove scosse telluriche che non permetteranno a nessuno di dormire sonni tranquilli.
Nell’immagine: Zelensky nei panni di Napoleone nel film “Rzhevskiy contro Napoleone” (2012)
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