Non si libera un popolo con le bombe
Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”
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Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”
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• – Redazione
Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”
Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.
Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh.
Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.
Oggi, di fronte all’ennesima aggressione, vedo riattivarsi un copione osceno: una narrazione monocromatica, alimentata da precisi centri di potere e lobby geopolitiche, che riduce l’Iran a un bersaglio astratto, deumanizzandone il popolo per giustificarne la distruzione.
Non difendo la Repubblica Islamica; non l’ho mai fatto. Ho sempre difeso, invece, i valori originari della rivoluzione: libertà, indipendenza, giustizia sociale. Proprio per questo rifiuto con forza l’equazione tossica che sovrappone il regime al popolo: l’Iran non si esaurisce in Khamenei, nei Pasdaran o Bassiji.
È una società pulsante, complessa e stremata dall’essere ridotta a terreno di scontro simbolico tra imperi. Sebbene la mia vita si sia snodata all’estero, il mio sguardo non ha mai abbandonato quella terra. Osservo ogni protesta e ogni repressione con la lucidità di chi ha visto troppe illusioni naufragare per poterne alimentare di nuove.
La verità è lineare: ogni aggressione esterna è linfa vitale per il potere interno. Ogni missile si trasforma in propaganda, ogni sanzione in alibi, ogni minaccia in una giustificazione per stringere il cappio della repressione. Non è un’opinione, è la lezione della storia: l’assedio non genera democrazia, ma “Stati-fortezza”.
In questo scenario, una parte della diaspora iraniana alimenta il problema rifugiandosi in una nostalgia mitizzata, dipingendo un passato pre-rivoluzionario idilliaco che non è mai esistito nei termini di giustizia sociale che oggi rivendicano. È una mitologia pericolosa che serve solo a barattare una sottomissione con un’altra: cambiare padrone non è mai stata liberazione.
Il vero nodo della questione è un paradosso: il sistema iraniano è militarmente solido ma socialmente fragile. Possiede apparati e controllo, ma ha smarrito la fiducia delle nuove generazioni.
La società iraniana è già “oltre” la Repubblica Islamica: lo è nei costumi, nella cultura, nelle aspirazioni profonde. Le donne e i giovani lo dimostrano ogni giorno, rendendo lo scarto tra Stato e nazione il vero punto critico del futuro.
Ma la lucidità impone onestà: non esistono scorciatoie geopolitiche. L’alternativa non può essere il falso dilemma tra teocrazia e bombardamenti, né tra i Pasdaran e una monarchia restaurata. La vera svolta risiede in una trasformazione interna, complessa e necessaria, che porti a uno Stato laico, al pluralismo politico, alla giustizia sociale e a una riconciliazione nazionale che non scada nella vendetta. Questo processo non si innesca con i droni o con gli slogan della diaspora, ma si coltiva nelle crepe che già attraversano la società. La libertà non è un pacchetto consegnato dall’esterno, è una conquista della coscienza collettiva.
Appartengo a una generazione che ha creduto nella rivoluzione come un atto immediato, una rottura violenta e definitiva.
Oggi, con il senno della maturità, so che la vera rivoluzione è un processo lento, carsico: è culturale, sociale, morale. Significa liberarsi, prima di tutto, dalla logica dell’assedio, dall’odio e dalla propaganda che trasforma gli uomini in bersagli.
Di fronte all’aggressione attuale, la mia posizione è netta: non sto con i missili e non sto con i fanatici. Sto con la gente comune, con chi studia, con chi lavora e con chi resiste al desiderio di fuggire; sto con chi si rifiuta di morire per decisioni prese a Washington, a Tel Aviv o nei palazzi di Teheran.
Oggi, a quasi settant’anni, ho visto crollare ideologie che si pretendevano eterne. Ho imparato che la libertà non nasce dal fragore delle armi, ma dalla dignità quotidiana delle persone. Il futuro dell’Iran non appartiene ai generali né ai lobbisti, ma a un popolo che, prima o poi, chiederà conto a tutti: ai propri governanti e a chi, dall’esterno, ha cinicamente giocato con il suo destino.
Il mio non è lo sguardo di un nostalgico o di un propagandista, ma di un uomo che attraversa la storia iraniana con dolore, lucidità e un’ostinata speranza.
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