Un passo dopo l’altro, contro la rassegnazione. Invito a camminare per i diritti
Le ragioni di chi ha promosso la Camminata per i diritti che si terrà il 2 e 3 maggio prossimi - Di Nelly Valsangiacomo
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Le ragioni di chi ha promosso la Camminata per i diritti che si terrà il 2 e 3 maggio prossimi - Di Nelly Valsangiacomo
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Le ragioni di chi ha promosso la Camminata per i diritti che si terrà il 2 e 3 maggio prossimi - Di Nelly Valsangiacomo
Come osserva lo storico Antoine de Baecque, il camminare è un atto che rallenta il tempo, obbliga a pensare e restituisce profondità all’esperienza. In un mondo dominato dall’urgenza e dalla reazione immediata, il passo umano introduce una misura diversa: più lenta, più consapevole, più responsabile. Camminare insieme significa anche esporsi, condividere uno spazio, riconoscersi reciprocamente. Anche per questo le marce collettive possono essere strumenti potenti: ci permettono di ancorarci a noi stessi e a ciò che ci circonda. E ci ricordano che siamo in molte e molti a non essere indifferenti.
Si cammina assieme perché l’indignazione è tale da non consentire di restare in stasi, immobili. Si cammina assieme per trasformare l’indignazione in azione concreta. Quando i diritti vengono calpestati, quando la pace è svilita, quando l’umanità è ridotta a merce di scambio e la terra a semplice risorsa da sfruttare, il corpo non può restare fermo: si mette in movimento. La storia del Novecento – segnata dalle devastazioni delle guerre mondiali – ha visto i movimenti occupare lo spazio pubblico per opporsi ai conflitti e rivendicare il dialogo, trasformando il cammino collettivo in una forma di protesta visibile, insistente, irriducibile al silenzio.
In certi momenti non si può non marciare: perché restare fermi significherebbe adeguarsi, assuefarsi alla violenza, al dominio, alla prepotenza. Marciare è allora una dichiarazione fisica contro l’inaccettabile. È accaduto nelle grandi mobilitazioni pacifiste del secondo dopoguerra, nelle marce per i diritti civili, nelle manifestazioni contro la guerra e per la giustizia sociale, dove il movimento dei corpi ha reso evidente ciò che la parola, da sola, non riusciva più a contenere.
Camminare significa non restare spettatori passivi di fronte ai conflitti, ma tradurre l’indignazione in presenza concreta; significa interrogarsi sul proprio ruolo in un mondo che sembra sfuggire; significa rallentare non per rinunciare all’urgenza, ma per renderla più precisa, più consapevole, più incisiva. Le marce non risolvono da sole le contraddizioni del mondo, ma rompono il silenzio, incrinano la rassegnazione, costruiscono legami, rendono visibile una volontà collettiva che altrimenti resterebbe dispersa.
Camminare assieme, allora, è anche questo: sottrarsi all’indifferenza. È un gesto semplice, accessibile, ma politicamente e umanamente significativo. Un passo dopo l’altro, contro la rassegnazione.
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