Quei giochetti che all’elettore non piacciono

Quei giochetti che all’elettore non piacciono

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge?


Michele Ferrario
Michele Ferrario
Quei giochetti che all’elettore non piacciono
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Da diversi anni, pur continuando a seguire attentamente quanto succede in quell’ambito, non occupo più cariche pubbliche. Le elezioni comunali sono alle spalle, i ballottaggi pure. Senza stravolgimenti, senza grandi sorprese, all’insegna di una sostanziale stabilità: limitandoci ai Municipi, l’opinione pubblica – quella che ha votato, degli assenti parlerò tra poco – ha quasi sempre riconfermato chi si ripresentava per un nuovo mandato. Neppure l’affacciarsi di nuove formazioni o nuove alleanze sul piano locale o cantonale ha sostanzialmente mutato il quadro.

Sottolineate le eccezioni di Vico Morcote (82.3%, dove si contrapponevano tre liste civiche), Airolo (79.4%), Cevio (78.4%; anche qui tre liste civiche) e Bissone (77.8%), a preoccupare è, ancora una volta, il fatto che, mediamente, su 10 aventi diritto di voto, almeno 3 se non 4 sono rimasti a guardare, o forse hanno addirittura girato lo sguardo dall’altra parte.

Eppure, le Comunali sono l’appuntamento che, più delle molte votazioni (spesso tecniche e complicate da decifrare) in calendario, più delle Federali e delle Cantonali, riesce ancora a richiamare le generazioni anagraficamente più vecchie.

Ad ogni tornata l’elenco delle presunte cause della disaffezione crescente si ripete: troppe liste, spesso ad hoc, nate quasi per caso; troppi candidati raccolti qua e là, che accettano, ma subito fanno gli scongiuri per non essere eletti; un quadro sempre più confuso e frammentato, anche all’interno delle grandi aree di pensiero; una diffusa mancanza di cultura politica; la cronica latitanza di giovani che potrebbero spingere altri giovani – confrontati con problemi simili ai loro – a votarli; una generica – pigra, comoda e confusa – de-ideologizzazione in atto che spinge parecchi a dire “la politica non mi interessa, i partiti sono tutti uguali” (“hinn tücc istess”), un po’ come accade nelle Parrocchie dai banchi sempre più vuoti (“sono cattolico, mi sono anche sposato in chiesa, ma non ho bisogno di intermediari: io parlo direttamente con Dio”).

Infine, ad allontanare ancor più dal voto possono contribuire anche alcuni espedienti che la Legge cantonale sull’esercizio dei diritti politici (LEDP, art. 58) permette, ma che a mio giudizio dovrebbero essere invece rivisti. In un Comune ticinese che conosco molto bene (non so se il fatto sia avvenuto anche altrove), un candidato brillantemente eletto in Municipio, che ha così contribuito, nella fattispecie, all’agognato raddoppio del suo Partito (il PLR), la sera dopo, più o meno improvvisamente, rinuncia e cede il proprio posto a un Municipale in carica che non era stato rieletto. Mi sono messo nei panni di quelle elettrici e di quegli elettori che, chiedendo un rinnovamento nelle persone, hanno votato il candidato rinunciatario fidandosi del suo impegno durante la campagna elettorale, del suo volantino, e dando per scontato che se uno si mette in lista, poi è disposto, in caso di elezione, a onorare l’impegno preso.

La storia elettorale ticinese è ricca di episodi come quello citato, tanto nelle elezioni per il Gran Consiglio che in quelle comunali. Questo non basta, però, a far digerire a tutti simili stratagemmi che – in assenza di motivazioni davvero serissime, in primis di salute – dovrebbero semplicemente essere vietati dalla legge. Prima di mettersi in lista, inoltre, chiunque dovrebbe verificare fino in fondo e con coscienza la propria disponibilità, capacità, volontà di onorare l’impegno preso. Se ha dei dubbi, se sussistono potenziali conflitti d’interesse, se manca il tempo, lasci perdere.

A spingermi, per una volta, a parlare di politica, è anche il dibattito in corso in Italia attorno alle elezioni europee del 9 giugno: alcuni leader (Schlein, Meloni, Tajani, Renzi, Calenda) hanno scelto di figurare sulle rispettive liste pur occupando ruoli istituzionali e/o di partito che difficilmente (soprattutto ai primi tre) permetteranno di partecipare regolarmente alle sedute del Parlamento europeo. Lo fanno per ragioni di marketing elettorale, per raccogliere voti di lista, per provare a trascinare alle urne chi ancora potrebbe essere attirato dai loro volti che affollano quotidianamente i teleschermi e le pagine dei giornali.

Beh, a mio parere non è corretto e – pur certo che anche quello dell’Avvocato del popolo sia un calcolato marketing elettorale – sto con Conte. Egli ha proposto un disegno di legge che decreti l’incandidabilità al Parlamento europeo di Strasburgo dei parlamentari italiani in carica. “Questo inganno collettivo che si sta consumando a danno dei cittadini non sarà più possibile” ha detto l’ex Presidente del Consiglio italiano commentando la sua iniziativa (“Corriere della Sera” del 14 maggio 2024, p. 17)

Perché, anche nel Canton Ticino, non intraprendere un passo legislativo che impedisca – se non in casi eccezionali e motivati – rinunce che non corrispondono alla volontà espressa dalle elettrici e dagli elettori? O che, quantomeno, fissi in almeno 1 o 2 anni la permanenza minima in carica di un eletto, sempre che non sussistano ragioni serie e gravi tali da consentirgli di abbandonare la carica?

È, ripeto, una questione di rispetto: della democrazia e della volontà di chi, partecipando, la alimenta e la mantiene in salute cercando di arginare la crisi di fiducia in corso. Altrimenti, la prossima volta, scornato da simili giochetti, l’esercito degli assenteisti potrebbe allargarsi ulteriormente. La scheda senza intestazione, che tanto preoccupa chi opera nei Partiti, è espressione di una libera scelta. Tutti insieme dovremmo invece preoccuparci molto di più di fronte a chi ha da tempo rinunciato del tutto a esprimersi, cestinando la busta con il materiale di voto. È quella la realtà che dovrebbe allarmarci di più!

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