Di Alessia Melcangi, La Stampa
Era rimasto il solo, il regime di Bashar al-Assad, ultimo testimone di quel modello di statualità nato sui valori cardine delle lotte per l’indipendenza dalla presenza coloniale: nazionalismo, smantellamento della vecchia élite di aristocratici filoccidentali, potere alla nuova borghesia di burocrati e militari, avversione allo stato d’Israele e difesa a oltranza della causa palestinese. Questa idea di stato, sin dagli anni Cinquanta e attraverso l’esperienza rivoluzionaria dell’Egitto di Gamal’Abd al-Nasser, aveva cercato in tutti i modi di superare il sistema coloniale occidentale con la creazione di regimi carismatici e autoritari, che traevano la loro forza da un’amministrazione statale iper-burocratizzata e tentacolare, da un capillare controllo della società e dall’appello a una rigorosa e indiscutibile identità nazionale.
Tali regimi, evolutisi nell’Egitto di Mubarak, nella Libia di Gheddafi, nella Siria di Hafiz al-Assad prima, e di Bashar figlio dopo, fino all’Iraq di Saddam Hussein, si sono nel tempo ristrutturati nelle forme del potere attuali, mantenendo lo stesso fine, ossia rimanere ai vertici dello stato per decenni, forti di un disfunzionale «familismo identitario» incentrato su una casta, quella dei militari, o su una tribù, un clan, o su un gruppo religioso (gli alawiti, nel caso siriano).
L’eredità coloniale era stata distrutta, ma rimaneva un dettaglio fondamentale, ossia che molti di questi stati arabi poggiavano su confini artificiali disegnati dall’Occidente su realtà territoriali plurali, abitate da molteplici comunità etniche e religiose, la cui presenza ne sostanziava la naturale fragilità. Dai resti dell’Impero Ottomano nel Levante erano nati l’attuale Siria, il Libano, l’Iraq, la Giordania, la Palestina mandataria, riconosciuti ufficialmente dalla Conferenza di Parigi nel 1920.
Per tenere assieme questa frammentazione, le nuove leadership hanno puntato su rigidi processi di nation building: nessun riferimento ad appartenenze identitarie sub-nazionali, nessuna rivendicazione minoritaria, ammissibile era solo il riferimento allo stato nazionale. L’Islam, sebbene rimanesse la principale forza normativa della vita quotidiana della maggioranza, non doveva entrare nei confini della politica ma rimanere entro le frontiere della sfera personale, apoliticizzato nella sua azione: «Non si governa con il Corano», ripeteva Nasser.
Le cosiddette «Primavere arabe» esplose nel 2010 concorrono alla detonazione degli eredi di questo sistema statuale post-coloniale, mostrandoci tutte le sue distorsioni e le sue gracili fondamenta: sono crollati gli intoccabili ra’is, aprendo a un lungo periodo di instabilità politica e al ritorno delle rivendicazioni di quelle minoranze messe a tacere per anni che cercano di trovare il giusto riconoscimento, anche territoriale. Dalle ceneri di un Iraq distrutto dalla hybris americana, reclamano un governo equo gli sciiti, per rivalersi di anni di dominio di una minoranza sunnita che faceva capo a Saddam Hussein e che si disperde in cerca di collocazione (riempiranno le file dello Stato islamico); reclamano i curdi sparsi su vari stati, che vorrebbero un loro Kurdistan. Crolla la Libia e chiedono riconoscimento i berberi, che hanno aiutato i ribelli a far cadere il regime di Gheddafi, e nel caos generale, le tribù controllate dalla Jamahiriyya araba si rialzano, spaccando de facto la Libia in tre entità (Est, Ovest e Sud) e in una miriade di milizie, alleanze clanistiche, lealtà frammentate che non permettono la ricomposizione del Paese. E adesso la Siria del deposto al-Assad.
Collassa un regime che aveva resistito di padre in figlio per più di cinquant’anni, che aveva aggressivamente affrontato la rivolta del 2011 e prevalso su dieci anni di guerra civile, aiutato dai sodali regionali (Iran) e internazionali (Russia). Riemergono i gruppi jihadisti salafiti di marca sunnita che avevano sfidato il regime conquistando oggi il potere, i curdi li aiutano ma chiedono già un riconoscimento tangibile della loro realtà sul territorio; nel frattempo tremano i cristiani spaventati dalla possibile instaurazione di uno stato islamico (anche se moderato nelle intenzioni), mentre gli alawiti cercano di immaginarsi un futuro nella nuova Siria.
Tuttavia, in questa trasformazione, nel collasso delle strutture statuali uscite dal colonialismo, non si vede ancora una nuova riaggregazione, perché lo Stato nazionale gode di una fortissima resilienza, una vischiosità istituzionale rafforzata dal sistema post-1945. Un simulacro statuale che rimane in vita, sebbene retto da regimi fantoccio, per volere del sistema internazionale che tende a difenderlo, rifiutandone la morte: tutte le rivendicazioni devono rimanere all’interno della struttura crollata, dei confini ufficiali che continuano a essere considerati il riferimento. Li reputano tali anche le Nazioni Unite, che faticano sempre ad accettare mutamenti territoriali.
La scomposizione dello Stato è difficile, il tradizionale sistema appare bloccato, l’impianto statuale muore ma non sa esprimere altro.
In Siria assistiamo a questo processo: il sistema tenderà a conservare la struttura ufficiale dello stato e i diversi movimenti etno-religiosi dovranno lottare all’interno di questa contesto. L’esito finale potrebbe trarci in inganno: non si rischia una cantonizzazione del Paese, come molti denunciano, ma un ritorno della guerra civile per un riconoscimento identitario e, dunque, territoriale negato, i cui esiti umanitari rischiano di essere drammaticamente incalcolabili