Così il cessate il fuoco diventa una gabbia
Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace
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Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace
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Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace
Di Alessia Melcangi, La Stampa
Nel 1989 veniva dato alle stampe il celebre volume dello studioso americano David Fromkin intitolato A Peace to End All Peace: con una ricerca analitica dei fatti storici intercorsi tra il 1914 e il 1922, l’autore ci mostrava come dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, sancita al termine del primo conflitto mondiale, sarebbe nato il Medio Oriente contemporaneo, con i confini, le frontiere e le realtà statuali arrivate più o meno inalterate fino ai nostri giorni. Ma di più, dal titolo stesso ci anticipava l’esito politico di questa trasformazione: dalla pace di Parigi del 1920 sarebbe nato un assetto regionale frammentato, territorialmente fragile e politicamente instabile che avrebbe aperto la strada ai vari e ciclici conflitti degli anni successivi.
«Una pace per mettere fine a tutte le altre possibilità di pace» rischia di essere un titolo applicabile anche alla tregua messa a punto in questi giorni dalla nota «troika» (Qatar, Egitto e Stati Uniti) che da mesi tenta di arrivare all’ambizioso e insperato obiettivo: fermare le armi a Gaza, dare respiro a questo lembo di terra martoriato da più di 15 mesi, rilasciare gli ostaggi israeliani permettendo loro di tornare dai familiari, ipotizzare possibili scenari futuri per la Striscia. Non parliamo certo di una pace, traguardo ancora fin troppo lontano, ma di una tregua di sei settimane che ad oggi potrebbe non essere foriera, al contrario di quanto sperato da molti, di una risoluzione concreta e definitiva della guerra. E ce ne rendiamo conto dalle aspettative e dalle strategie troppo poco lungimiranti dei vari attori coinvolti.
La presidenza Biden, ormai alle battute finali, ambirebbe ad aggiudicarsi questa vittoria politica dopo aver gestito, non sempre al meglio, i momenti più difficili del conflitto a Gaza, provando a chiudere la partita prima del ritorno di «The Donald». Ma lo stesso Trump ricomparirebbe alla Casa Bianca potendo vantare di aver già raggiunto uno degli obiettivi dichiarati subito dopo la vittoria ancora prima dell’insediamento ufficiale del 20 gennaio: la pace nel mondo, la fine dei conflitti (per ora quello di Gaza) e l’inizio di una nuova era d’oro internazionale. L’amico fidato Netanyahu lo sa bene, e forse per questo riduce proprio adesso la sua inflessibilità sulla guerra scendendo, dopo mesi di rifiuti, concretamente a patti. Un regalo da porgere al nuovo presidente americano, storico alleato di ferro di Tel Aviv. Il primo ministro israeliano ha anche la questione degli ostaggi da risolvere che, sebbene non sia sempre stata un’equazione rilevante nelle scelte prese fino ad ora dal suo governo, rimane sul tavolo con le famiglie dei sequestrati che non hanno smesso un giorno di chiedere la fine delle ostilità e di criticare l’operato di Netanyahu e del suo governo. La storia ci insegna che Israele non ha mai lasciato indietro nessuno ostaggio, neppure morto. Una macchia indelebile da non lasciare a futura memoria sul governo del primo ministro israeliano. La sicurezza della popolazione israeliana rimane, tuttavia, la priorità anche dopo la fine dei combattimenti, motivo per cui, sebbene non siano ancora certi i termini dell’accordo, pare che le truppe israeliane non si ritireranno completamente da Gaza, ma manterranno la presenza militare in diverse zone strategiche. Verrebbe meno uno dei presupposti chiave per Hamas che ha sempre richiesto il ritiro definitivo degli israeliani dalla Striscia. Ma che potere contrattuale ha oggi il movimento islamista?
Disarticolato militarmente, decapitato politicamente, Hamas vede in questa tregua la possibilità di evitare l’ira funesta già annunciata da Trump in caso di mancato rilascio degli ostaggi (il famoso «inferno» che verrà scatenato), ma anche una finestra per potersi riorganizzare in vista di un futuro ancora incerto per Gaza. In questo quadro, a livello regionale, plaudono le monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita che può nuovamente accarezzare l’idea di aggiungersi al terzetto di Abramo, senza scatenare la rabbia delle piazze anti-israeliane. Gioiscono anche l’Egitto e la Giordania che vedono, seppur ancora lontana, una possibile risoluzione al flusso di migranti palestinesi che bussa già ai confini. Commesse per la ricostruzione di Gaza e una maggior stabilità regionale sono obiettivi allettanti per tutti gli attori dell’area.
Allora, tutti contenti. Cosa potrebbe non funzionare? Innanzitutto, secondo i dettagli dell’accordo finora trapelato, Israele si «riserva» la possibilità di riprendere i combattimenti dopo la prima fase e a ben vedere, del resto, non ha mai smesso di bombardare Gaza alimentando anche nel giorno della «tregua possibile» la quotidiana funesta conta dei morti palestinesi.
Su queste scelte potrebbero avere un peso anche le dichiarazioni del gruppo di estrema destra al governo che per bocca del ministro delle finanze Smotrich e del ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir fa sapere che nessuna tregua sarà possibile prima dell’annientamento totale di Hamas. E qui sta proprio una delle ipoteche ineludibili alla risoluzione definitiva del conflitto: Hamas non è soltanto un movimento politico, ma rappresenta un’ideologia. L’attuale erede designato di Yahya Sinwar, il fratello Muhammad, così come qualsiasi altro leader dovesse emergere in futuro, avrebbe la certezza di poter contare su militanti pronti a combattere, una schiera di giovani e bambini, testimoni loro malgrado di brutalità incontenibili. La violenza genera violenza, questo assunto rimane incrollabile nel tempo.
Per questo motivo il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua, dunque, che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace.
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