Sgomberare Gaza?

Sgomberare Gaza?

Un’idea, che non è soltanto una provocazione


Martino Rossi
Martino Rossi
Sgomberare Gaza?
image_print

Quella tragica fotografia che mostra centinaia di migliaia di palestinesi di Gaza risalire la Striscia da sud a nord provoca un’immensa tristezza: una marcia fra le macerie verso le macerie delle proprie abitazioni.

La distruzione provocata da 15 mesi di bombardamenti non è un effetto collaterale di una guerra difensiva. Non c’erano aerei, carri armati, postazioni d’artiglieria e di missili da distruggere; solo qualche ridicolo lanciarazzi artigianale e abitazioni, ospedali, scuole, moschee, chiese, acquedotti. Lo scopo della distruzione appare oggi chiaro. Non solo una vendetta, non la prevenzione di altri “7 ottobre”, non per “distruggere Hamas” bensì per rendere Gaza invivibile e forzare la partenza dei suoi due milioni di abitanti. Un obiettivo comunicato ora al mondo da Trump con cinismo volgare: “faremo di Gaza la Riviera del Medio Oriente”. Le reazioni politiche sono state sconfortanti. “I palestinesi devono rimanere a Gaza!” strillano l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) incapace di proteggere il suo popolo, i Paesi Arabi che non hanno mosso un dito contro i bombardamenti, gli Stati europei e i democratici americani campioni di ipocrisia. È una condanna all’inferno. Sopravvivere dieci o più anni in prefabbricati sgomberando le macerie per una vita indegna anche dopo: prigionieri di Israele, che sigilla la Striscia su due lati terrestri e uno marittimo (blocco navale), e ottiene dall’Egitto che anche il quarto sia invalicabile.

Nel frattempo, lo spazio vitale dei circa 3 milioni di palestinesi di Cisgiordania, dove già risiedono illegalmente 700’000 coloni, si restringe ogni giorno. I palestinesi vi sono molestati da coloni e militari affinché partano. L’orizzonte sembra segnato, come a Gaza: l’annessione a Israele, solo Stato “dal fiume al mare”, a meno di una reazione molto forte dei palestinesi stessi e degli israeliani che li sostengono, dell’ANP e dei Paesi arabi, della comunità internazionale. Una reazione che non riproponga la “soluzione a due Stati” con quello palestinese formato da due aree discontinue e scollegate: i 365 kmq di macerie (Gaza) e i 5’900 kmq ingestibili perché smembrati da 300 colonie ebraiche fortificate (Cisgiordania).

La provocazione di Trump potrebbe ora rappresentare per l’ANP e la comunità internazionale lo stimolo per uscire dal torpore e avanzare una soluzione razionale e praticabile per lo Stato Palestinese (SP). Avete voluto spianare Gaza? Prendetela e offritela ai coloni che hanno rubato le terre palestinesi della Cisgiordania! Volete sgomberare 2 milioni di gazawi (in maggioranza rifugiati del ’48 e del ’67)? Fate pure, ma per ricollocarli esigiamo lo scambio di Gaza con tutta o parte della Galilea (oggi “Distretto settentrionale”): 3’300 Kmq (senza il Lago di Tiberiade), 1,1 milioni di abitanti per quasi metà arabi. A sud della Galilea si trova la Cisgiordania, a ovest il mare mediterraneo e Haifa, a nord il Libano, a est le “Alture del Golan” occupate che vanno restituite alla Siria o aggregate con il suo consenso allo SP.

Nel cerchio la zona del “Distretto settentrionale” (cliccare per ingrandire)

Non è una visione peregrina: il Piano votato dalle Nazioni Unite nel 1947 assegnava gran parte della Galilea ai palestinesi, compresa la capitale Nazareth e le città marittime di Acri e Nahariya. All’epoca gli arabi non hanno accettato quella soluzione? Altri tempi, ma Israele ricordi che è stato riconosciuto perché ha accettato quella partizione, anche se poi già nel 1948 si è appropriato dell’intera Galilea. I vantaggi dello scambio Gaza-Galilea sarebbero molti per lo SP, ma anche per Israele: continuità territoriale con la Cisgiordania; forte concentrazione degli arabi di Israele in Galilea; SP come cuscinetto fra Israele, Siria (Golan) e Libano; Gaza ritorna a Israele senza la “ingombrante” presenza di 2 milioni di palestinesi.

Con una soluzione di questo tipo, la “soluzione a due Stati” avrebbe ancora senso: con i due Paesi coordinati da una “Confederazione israelo-palestinese” (tema sviluppato in “Foreign Affairs” 19.9.24) e con la possibilità, a lungo termine, d’integrare i due Stati in una Palestina democratica e binazionale.

Nell’immagine: migliaia di palestinesi in viaggio, a piedi, verso nord dopo che a fine gennaio Israele ha aperto il corridoio Netzarim per la prima volta dopo 15 mesi di guerra

Dal nostro archivio

Naufragi

La condanna in sordina di Michelle Bachelet alla Cina

Quanto occorrerà attendere prima che qualcuno riesca a fare davvero qualcosa in favore degli uiguri?

• – Loretta Dalpozzo
Naufragi

E se l’Occidente fosse costretto ad aiutare chi l’ha umiliato?

La mattanza di Kabul è una sfida aperta all’ordine talebano, dice che il conflitto non è finito. Sarà di nuovo guerra civile, e forse dovremo decidere da che parte stare

• – Aldo Sofia