Il bullismo imperante ai vertici della geopolitica

Il bullismo imperante ai vertici della geopolitica

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati


Fulvio Poletti
Fulvio Poletti
Il bullismo imperante ai vertici della geopolitica
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“Siamo in un momento molto buio in America, abbiamo un bullo e un delinquente come presidente degli Stati Uniti. Questo non vale solo per gli Stati Uniti, succede ovunque. L’autoritarismo ci conquista”: così definisce il bis-neo-presidente USA, Richard Gere in un recente discorso (vedi “La Torre di Babele” con Corrado Augias, del 24.02.2024)

Mentre Alon Pinkas, su “Haaretz” del 5 febbraio 2025, ne analizza le intenzioni e le gesta in questa maniera: “Trump è un agente preminente del caos. Questo è un marchio di fabbrica che ha sempre sfoggiato, in modo vanaglorioso e provocatorio. Come ha detto che avrebbe fatto, sta attivamente generando e promuovendo il caos in America, la discordia all’interno delle alleanze e sta cercando di minare l’ordine mondiale. Gli agenti del caos seminano il caos. (…). Instillano discordia, confusione, controversie e incertezza”.

In effetti, Trump esercita il potere come dominio assoluto, a suon di decreti/ordini esecutivi, con minacce, ricatti, spirito mercantile, con offerte di acquisto o di annessioni territoriali (Canada, Groenlandia, Canale di Panama). Il bullismo sembra la sua cifra prediletta, assurgendo a metodo di governo: tracotanza di un potere assoluto-messianico, di chi crede megalomanicamente di poter decidere l’esito della storia.

“Vanno al macero decenni e secoli di multipolarismo e tentativi (modesti, a dire il vero) di composizione dei conflitti, per tornare ai galeoni, alle colonie, ai conquistadores, alla lineare elementarietà dell’Ottocento. Ci serve oro? Semplice, conquistiamo chi ce l’ha. Carbone? Andiamo a prendercelo. Terre rare? Roba nostra. Eccetera eccetera” (Alessandro Robecchi, “Il Fatto Quotidiano”, 5.02.2025).

Luciano Canfora: eminente storico, ne sintetizza lo “stile” (si fa per dire) o la postura con il termine “megalomania”.

Anche Trump, come qualcun altro prima di lui … che è (ahimè) durato, politicamente, un ventennio lasciando un segno che si vede bene ancora oggi, si ritiene “unto dal Signore”, designato direttamente da Dio per riportare gli Stati Uniti alla loro “grandezza” imperiale. In quanto sopravvissuto, miracolosamente, a un attentato grazie, secondo la sua narrazione auto-agiografica, all’intervento diretto dell’Altissimo, si ritiene ormai investito dall’Ente supremo del compito di salvare la Superpotenza da un infausto declino cui sarebbe destinata senza la sua provvidenziale leadership. Re per volontà di Dio, insomma.

Esercita o intende esercitare uno strapotere politico, economico, ideologico, con il controllo dell’opinione pubblica attraverso i social media (con l’assist del suo degno compare: Elon Musk) e le catene televisive a lui affiliate/asservite. Va inoltre menzionata la spettacolare sottomissione dei magnati delle ‘big tech’ a Donald Trump, suggellata in mondo visione con la loro compatta e plaudente presenza al momento del giuramento – sulla Bibbia – come 47esimo presidente degli USA. Zuckerberg (fondatore di Meta, cui afferiscono Facebook, Instagram, WhatsApp), Bezos (proprietario di Amazon) e Sam Altman (fondatore di OpenAI, che commercializza ChatGPT) “stanno moltiplicando le loro dimostrazioni di fedeltà” al nuovo comandante in capo. “Nell’XI secolo, i principi si inginocchiavano davanti al papa per chiedere la revoca della scomunica. Mille anni più tardi, i baroni del digitale baciano l’anello del presidente” (Benoit Bréville, Le ‘big tech‘ vanno a Canossa, in “Le Monde Diplomatique”, febbraio 2025).

L’idea di fondo, soggiacente a questo tipo di gestione del potere assoluto, è che il pubblico o i cittadini sono sostanzialmente incolti, “primitivi” e istintivi, per cui non hanno bisogno di logiche argomentative elaborate e ragionamenti troppo sofisticati, poiché hanno bisogno di messaggi, iconografie, simbologie e linguaggi lineari, immediati, “primordiali”. In linea di continuità con lo scomposto e vergognoso assalto perpetrato il 6 gennaio 2021 dai facinorosi suoi sostenitori per la “vittoria scippata” a Capitol Hill (sede del Congresso USA, vale a dire uno dei simboli più “sacri” della democrazia statunitense): tutti graziati in blocco, non appena entrato in carica, dall’attuale presidente.

Le democrazie liberali – le quali, a differenza di quanto si sostiene spesso, non si sono manifestate solo in Occidente, bensì anche in altre parti del mondo, come in India ad esempio –, sono troppo complicate e delicate per reggere il confronto. Come sostiene Gustavo Zagrebelsky, fine costituzionalista e penna de’ “La Repubblica”, esse sono facilmente smontabili dall’interno, per chi volesse svuotarle del loro portato di consociativismo garantito dal rispetto delle minoranze e degli sconfitti nelle elezioni, nonché sostanziate dal riconoscimento della divisione dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario in virtù dei contrappesi che le reggono. Qui siamo di fronte a una versione ben diversa che, in forza della volontà di vendetta dopo quattro anni di attesa rancorosa, chi vince vuole distruggere gli avversari e fare piazza pulita di quanti si frappongano sulla propria strada trionfale verso un nuovo imperialismo o addirittura assolutismo.

I veicoli comunicativi che contano sono ormai diventati i social, dove anche l’attuale inquilino della Casa Bianca si esprime e si sbizzarrisce nelle sue esternazioni deliranti, come il video sul futuro di Gaza – realizzato con l’intelligenza artificiale (bell’esempio, non c’è che dire) e pubblicato sul profilo Instagram di Donald Trump –, il quale diffonde l’immagine o il miraggio, ostentatamente pacchiano e provocatorio, di farla diventare la Riviera del Medio Oriente. Nello stesso appaiono resort di lusso, ballerine sinuose e barbute (?!), palme e piscine al cui bordo troviamo pasciuti e compiaciuti un Trump e un Netanyahu gongolanti di gioia su delle sedie-sdraio, l’alter ego Musk che prende l’aperitivo a base di champagne e ostriche; non manca neppure un’enorme statua d’oro a tutto corpo che rappresenta il culto della personalità dell’uomo forte della superpotenza a stelle e strisce (neo vitello d’oro). Una sorta di luna park su una terra gravida di storia, ma soprattutto di dolore, ma anche di grande resilienza da parte di un popolo tanto abbandonato a sé stesso, quanto indomito.

“Come palestinesi, a prescindere da quello che succederà, non abbiamo fallito. Abbiamo fatto del nostro meglio. E non abbiamo perso la nostra umanità. Non ci siamo sottomessi alla loro barbarie”. Sono le parole di Refaat Alareer: poeta, scrittore e docente universitario, ucciso da un raid israeliano nel nord della Striscia di Gaza nel dicembre 2023 (in “Internazionale”, 24.01.2025).

Intanto, mentre Trump sospende tutti gli aiuti militari a Kiev, un altro bullo in Medio Oriente, Netanyahu, sorride compiaciuto per le ulteriori forniture belliche miliardarie appena stanziate da Washington.

Piccola consolazione, il premio come miglior documentario conferito agli Oscar 2025 al lavoro del collettivo di registi palestinesi e israeliani (a dimostrazione di una possibile convivenza, come in diversi altri casi, purtroppo poco mediatizzati) intitolato No other land. Da segnalare il loro accorato e intenso intervento durante la premiazione: “Chiediamo al mondo di agire per fermare le ingiustizie e la pulizia etnica del popolo palestinese”, dopo aver mostrato con le loro potenti immagini e testimonianze le violenze, le ingiustizie e i soprusi che la popolazione palestinese subisce reiteratamente in Cisgiordania. Immediata e immancabile la reazione indignata, per il riconoscimento attribuito, di un esponente del governo di Tel Aviv, il ministro della cultura israeliano Zohar: “Narrazioni che distorcono l’immagine di Israele”.

A ciò si aggiunge la pietosa messa in scena con l’agguato teso a Zelensky da Trump e dal suo vice Vance nel recente incontro presso lo Studio Ovale della Casa Bianca, dove il primo è stato bistrattato e umiliato (messo all’angolo e alla berlina) davanti all’intera batteria mediatica filopresidenziale (ben selezionata dal tycoon e dal suo seguito), schierata a mo’ di plotone d’esecuzione per indurlo alla resa o all’arrendevolezza, con l’esclusione dei giornalisti scomodi e poco allineati, mentre, guarda caso, c’era un giornalista dell’agenzia ufficiale d’informazioni della Federazione Russa.

Andrij Ljubka, scrittore e poeta ucraino di 37 anni, così esprime il suo sfogo: “Il disgusto che provate leggendo queste righe è giustificato, e per gli ucraini è familiare da tempo. Perché nessun ‘accordo di pace’ produrrà il risultato più importante, cioè la punizione dei criminali di guerra e la condanna delle loro atrocità. Invece di finire in carcere o subire l’isolamento internazionale, l’aggressore si siederà comodamente nella sua poltrona nelle più prestigiose riunioni internazionali, imponendo le sue condizioni. Viene voglia di gridare: non è possibile!” (in “Internazionale”, 28.02.2025).

E l’Europa? Dov’è, che cosa fa?

Pare che per ora se ne stia piuttosto ai margini, poco considerata e a sua volta sottoposta a improperi (Trump) e a lezioni di democrazia (Vance), mentre vi è chi la esorta ad uscire dal suo letargo. È il caso dell’economista francese Thomas Piketty, il quale così si è espresso sulle colonne di “Le Monde”, il 18 gennaio scorso: “Nella battaglia globale tra la democrazia e l’oligarchia, la speranza è che l’Europa possa uscire dal suo letargo e avere finalmente un ruolo attivo. Il continente ha tutto da perdere dalle politiche trumpiane”.

Tuttavia, mi sembra che, sull’onda dell’emergenza o del panico per lo scaricamento o il disinvestimento statunitense nella difesa del nostro continente, l’Europa si stia imbarcando in un’impresa poco lungimirante, con una chiamata alle armi, nel senso di una rigenerazione retorica affidata al riarmo generale, a tutto campo. La solita von der Layen, con il suo viso serafico forse leggermente più greve, ha lanciato un appello piuttosto infervorato perorando la causa di un grande riarmamento europeo, con un investimento di ben 800 miliardi di euro, che inevitabilmente andranno a detrimento di qualche altra posta in palio, in primis il ridimensionamento dei piani annunciati a gran voce fino a poco tempo fa per la transizione green. Vi sarà altresì la (rin)corsa dei vari paesi membri a rastrellare i miliardi prospettati per il rafforzamento del comparto militare con tagli dolorosi agli aiuti umanitari all’estero (peraltro già prontamente attuati da taluni), allo stato socio-assistenziale, vale a dire al sistema sociale che garantisce a tutti i cittadini l’accesso ai servizi e alle forme di assistenza fondamentali, compreso un contenimento delle risorse finanziarie per l’istruzione e la formazione, le cure medico-sanitarie, i progetti a favore dell’ambiente e quelli volti a sostenere lo sviluppo delle regioni meno sviluppate del continente legati ai fondi di coesione dell’UE, che verranno in buona parte dirottati per rafforzare le spese militari nazionali. Eh sì, da qualche parte questi miliardi andranno pur presi e guarda caso sono sempre i settori testé menzionati a farne le spese e a pagarne le conseguenze. Mentre le industrie belliche e degli armamenti gongolano pensando ai lauti affari in vista, che aumenteranno i loro profitti già allo stato attuale esorbitanti e assai accresciuti per i conflitti in corso.

Vi è poi chi pensa ingenuamente che un tale imponente impulso possa favorire il sistema industriale europeo, permettendo, grazie all’incremento muscoloso delle forze armate continentali (che non si capisce bene se saranno “comuni”, oppure se rimarranno sotto l’egida dei vessilli nazionali) una parziale riconversione nella produzione bellica di certi comparti, come quello metalmeccanico e automobilistico che sta perdendo sensibilmente quota, senza tener conto che fra i dieci maggiori colossi mondiali che producono sistemi d’arma, otto sono statunitensi: dunque andremmo semmai a foraggiare quel mercato.

Ancora una volta, com’è stato il caso con la moneta unica, alla quale ci si è ancorati per aggregare il processo di unificazione europea, lasciando in secondo piano, per non dire dimenticando per strada, le dimensioni sociali, culturali, formative, come se le stesse dovessero venire da sé trascinate dall’affermarsi di un sistema monetario unificato.

In merito all’enfasi per la creazione di una forza di difesa comune, il premio Nobel 2001 per l’economia Joseph Stiglitz, così si pronuncia: “Sarebbe più opportuno, anzi è un imperativo, dare il via a politiche industriali che le consentano [all’Europa] di rendersi più indipendente” (“La Repubblica”, 5.03.2025).

La proliferazione degli armamenti, come è sempre accaduto nel corso della storia, non può che provocare l’incremento dell’uso di armi sempre più sofisticate e micidiali, in una spirale senza fine verso l’autodistruzione del genere umano (che forse, a guardare bene, non sarebbe poi una gran perdita per il globo terracqueo dove siamo capitati a vivere).

Una delle poche, per non dire l’unica voce autorevole fuori dal coro rimane quella di Papa Francesco, voce peraltro inascoltata, come fosse un fastidioso rumore di fondo o una sorta di refrain in mezzo alla cacofonia del presente, del resto ora confinata in un ospedale dove giace in cattive condizioni.

La cosiddetta opinione pubblica o la società civile appare talmente disorientata e frastornata, od occupata in altre questioni e faccende, da risultare ammutolita, asfittica, assente o silente, analogamente ai movimenti pacifisti, ai partiti di sinistra, agli intellettuali di vario genere, alle istanze laiche, costantemente dilaniati o frantumati da fazioni, correnti, personalismi, distinguo, discettazioni infinite.

È impressionante e deludente constatare come l’unica o prioritaria risposta, sempre di tipo emergenziale giacché si reagisce prevalentemente rispetto all’immediatezza degli eventi, con prospettive di piccolo cabotaggio, senza una gittata progettuale capace di sviluppare una visione palingenetica di ampie vedute, capace di aprire orizzonti nuovi e promettenti, anziché di tipo bellicista seppur edulcorati con la patina della ‘difesa’.

Peccato che, per una volta, non si cambi logica e paradigma, rifacendosi e riproponendo con decisione e convinzione, per adattarli alla realtà odierna, i princìpi e i valori di matrice umanistica su cui si fonda la costituzione dell’Unione europea.

Nel Preambolo della ‘Carta dei diritti fondamentali dell’UE si legge: “I popoli d’Europa, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo di questi valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa (…); essa si sforza di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile…”.

Allora mi chiedo, perché non investire energie, sforzi, risorse intellettuali e finanziarie in queste direzioni, in maniera ben maggiore di quanto si faccia attualmente, per cercare una maggiore e migliore coesione comunitaria che sicuramente oggi non c’è a vari livelli, all’insegna dell’unità nella diversità. Giacché, prima di un muscoloso esercito continentale, occorrerebbe costruire una solida/solidale unione culturale, sociale, politica, economica, maturando l’appartenenza al blocco di valori, princìpi, ideali testé evocati, riconoscendo peraltro le specificità regionali intese come ricchezza all’interno di un quadro condiviso.

A mio avviso, uno dei canali più idoneo in tal senso sarebbe puntare sulla dimensione educativa, in linea di continuità e collaborazione con prospettive enunciate dagli organismi internazionali che si occupano di queste materie.

Come esempio, mi rifaccio al documento dell’UNESCO del 2018, “Educazione alla Cittadinanza Globale: Temi e Obiettivi di Apprendimento”: strumento concettuale e metodologico per dare impulso a una cultura di pace, sostenibilità e rispetto dei diritti umani. Di seguito, in estrema sintesi, i temi trattati e le finalità perseguite:

  • Interdipendenza globale: comprendere le relazioni tra questioni locali e globali, come povertà, cambiamento climatico e migrazioni.
  • Diritti umani: promuovere la conoscenza e il rispetto dei diritti umani fondamentali.
  • Sostenibilità: educare alla responsabilità ambientale e alla promozione di stili di vita sostenibili.
  • Pace e nonviolenza: favorire la risoluzione pacifica dei conflitti e il rifiuto della violenza.
  • Diversità culturale: valorizzare le differenze culturali e promuovere il dialogo            interculturale.
  • Partecipazione civica: incoraggiare l’impegno diretto nella società e coltivare la cittadinanza attiva e lo spirito democratico-partecipativo.

Utopia? Scarsa propensione alla realpolitik?

Probabilmente sì, ma forse alle volte può valere la pena uscire dagli schemi dominanti per tentare nuove vie, accompagnati da una visione utopistica (che significa peraltro non perorare qualcosa di impossibile, bensì anelare piuttosto a qualcosa di non ancora compiuto nel presente, ma suscettibile di realizzarsi in futuro), unendo tutte le forze che ne condividano l’orizzonte intenzionale a tutte le latitudini e a tutte le scale.

Ho fatto un sogno, sulla scorta dell’esortazione di Richard Gere a reagire allo stato delle cose, contenuta nel discorso richiamato all’inizio di questo scritto: “Dobbiamo essere attenti, dobbiamo avere energia, dobbiamo essere spavaldi, dobbiamo essere coraggiosi (…), dobbiamo essere uniti, alzarci in piedi, dire la verità, essere onesti”.

Nel mio viaggio onirico, come locarnese ho richiamato la conferenza per la sicurezza e la pace tenuta nella cittadina sulle rive del Verbano dal 5 al 16 ottobre 1925, con la partecipazione di delegati delle principali nazioni europee e che sfociò nello storico Patto di Locarno, in ricordo del quale è detta “città della pace”. Gli accordi stipulati allora contribuirono a un breve periodo di distensione e di collaborazione internazionale dopo la Prima guerra mondiale.

Due anni dopo, fra il 3 e il 15 agosto del 1927, Locarno ospitò un altro importante congresso internazionale, promosso dalla Ligue Internationale pour l’Éducation Nouvelle (LIEN) fondata a Calais nel 1921, per tracciare i connotati di una nuova stagione in campo educativo con la partecipazione dei più eminenti pedagogisti dell’epoca e con delegazioni provenienti da una quarantina di paesi e dai cinque continenti.

Ebbene, ho sognato che quel fervore ideale e progettuale anelante alla pace e a un mondo migliore prodottosi allora attorno al Lago Maggiore si potesse ripresentare oggi… ma mi accorgo che, tenuto conto del clima o dello ‘spirito del tempo’ attuale, sto vaneggiando, per cui è meglio che mi fermi qui.

Nell’immagine: Jim Shaw, “Large Trump Chaos I”

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