Democrazia in coma davanti al cambio di regime

Democrazia in coma davanti al cambio di regime

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé


Redazione
Redazione
Democrazia in coma davanti al cambio di regime
image_print

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

I primi due mesi di Trump finiscono con la Borsa in calo, i timori di recessione, decine e decine di azioni giudiziarie in corso, molte migliaia di migranti deportati e di impiegati federali licenziati. «Caos» è la parola più usata per descrivere la situazione interna. Quella esterna è più chiara: ribaltamento delle alleanze in Ucraina e aumento del sostegno a Israele nella sua azione genocida in Palestina.

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: anche nell’ipotesi che i democratici si risveglino dal coma profondo in cui sono precipitati dopo le elezioni sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé.

PARTIAMO dall’inizio: già 48 ore dopo il giuramento, il 20 gennaio, giovani hacker inviati da Elon Musk penetravano in vari dipartimenti federali, prendendo il controllo dei sistemi informatici, cancellando siti web, inviando mail di minaccia o di licenziamento ai funzionari a nome del cosiddetto Department of Government Efficiency, il Doge che è diventata la sigla più temuta nella capitale.

La guerra lampo contro il governo federale, giustificata con la necessità di combattere sprechi e abusi, era in realtà stata preparata da tempo da personaggi come Russell Vought, direttore dell’importante Office of Management and Budget durante il primo mandato di Trump. Dopo aver vinto le elezioni la priorità, secondo Vought, era tagliare i fondi alle agenzie federali indipendenti e demonizzare i funzionari pubblici di carriera, tra cui scienziati ed esperti. Il tentativo è rendere più facile il licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che finora godevano delle tutele del pubblico impiego e sostituirli con fedelissimi o semplicemente chiudere i dipartimenti e le agenzie che intralciano il buon andamento degli affari.

Un articolo di ProPublica di qualche mese fa aveva rivelato ciò che Vought intendeva fare: «Vogliamo che i burocrati siano traumatizzati. Quando si svegliano la mattina, vogliamo che non abbiano voglia di andare al lavoro perché sono visti come cattivi soggetti. Vogliamo che i loro finanziamenti vengano tagliati in modo che l’Environmental Protection Agency (l’agenzia per la protezione dell’ambiente) non possa emanare tutte le regolamentazioni contro la nostra industria energetica perché non hanno i fondi per farlo. Vogliamo provocargli un trauma».

Da un certo punto di vista il piano ha funzionato a meraviglia: migliaia di impiegati federali hanno accettato l’offerta di un bonus di sette mesi di stipendio e si sono dimessi. Altri sono stati licenziati, in particolare i neoassunti o quelli dei dipartimenti che Trump vuole chiudere, come quello dell’istruzione. Molti però hanno reagito e pochi giorni fa un giudice federale ha ordinato all’amministrazione di riassumere tutti i dipendenti licenziati senza motivo: solo uno dei molti test della volontà di Trump di rispettare o meno le decisioni della magistratura.

Fin dalla sua prima campagna elettorale, il palazzinaro di New York aveva inveito contro il Deep State, l’apparato statale che, a suo dire, esercitava il vero potere a Washington. Vought, ideologo del cristianesimo nazionalista particolarmente paranoico, ripeteva l’anno scorso: «La dura realtà in America è che siamo nelle ultime fasi di una completa conquista marxista del paese, una situazione in cui i nostri avversari detengono le armi dell’apparato governativo e le hanno puntate contro di noi». Per questo l’arrivo di Trump era chiaramente un «segno della volontà divina».

CON L’AIUTO di Elon Musk l’offensiva a tutto campo continua, frenata fin qui solo dai giudici federali ma naturalmente sulle questioni di fondo Trump può contare sui suoi alleati alla Corte suprema. Questa settimana è arrivato un messaggio del presidente della Corte John Roberts che rimbrottava il presidente per aver chiesto l’impeachment di un giudice a lui ostile ma, in assenza di una mobilitazione della società e di un risveglio dell’opposizione in Congresso, la magistratura è una ben fragile diga contro il progetto autoritario.

Sul piano internazionale le cose sono più chiare: Trump intende riallacciare un rapporto privilegiato con Putin, sia per mettere fine vantaggiosamente alla guerra in Ucraina sia per staccare la Russia dalla Cina, che rimane l’avversario principale.

Questo rovesciamento di alleanze è stato uno choc per molti governi europei ma era in realtà prevedibile: già nel 2018 Trump definì l’Unione europea «un nemico» e in questi due mesi ha ribadito che è nata «per truffarci». Invettive che probabilmente si tradurranno in un inutile riarmo dei singoli paesi europei che ingrasserà i profitti dell’industria Usa degli armamenti.

Nell’immagine: un poster di Donald Trump sul Patriot bus alla Cpac

Dal nostro archivio

Il meglio letto/visto per voi

Sellner, il teorico della deportazione dei migranti, arrestato e respinto dalla Svizzera. E Musk lo difende

È l’ideologo della “remigrazione”, il nuovo slogan degli estremisti delle destre europee. È stato arrestato prima di un convegno nel cantone dell’Argovia: «È un pericolo». Lui fa la vittima su X: «Io cacciato, attentato alla democrazia». Il patron di X con lui: «Tutto questo è legale?»

• – Redazione
Il meglio letto/visto per voi

Un anno di Trump: 7 grafici sulla presidenza che ha sconvolto il mondo

In soli dodici mesi Trump ha rimesso in discussione praticamente tutti i punti fermi della politica statunitense, dalle preferenze sul commercio internazionale al ruolo dell’Alleanza atlantica, dal rapporto tra politica e banca centrale al ruolo del Congresso nel disegno della politica estera

• – Redazione