Imamoglu va in carcere ma 15 milioni di turchi si ribellano a Erdogan
Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti
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Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti
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Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti
Di Gabriella Colarusso, La Repubblica
Davanti al seggio di Uskudar, il quartiere di Istanbul dove vive Erdogan, la folla si apre per far passare un’anziana con il deambulatore: «Oggi Istanbul, domani la Turchia», urla un signore in piedi su un parapetto. Applausi. A Kadikoy, roccaforte dell’opposizione sulla sponda asiatica, la ressa per votare alle primarie del Chp blocca un’intera area del quartiere. Pure a Kasimpasa, distretto operaio e conservatore, c’è la fila al seggio dal primo mattino, e solo un candidato: Ekrem Imamoglu.
Dal tribunale è appena arrivata la notizia che molti temevano: il giudice ha convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul e leader carismatico dell’opposizione con accuse di corruzione. Avrebbero voluto incriminarlo anche per “favoreggiamento di un’organizzazione terroristica armata”, per via dell’alleanza elettorale che fece l’anno scorso alle comunali con il partito curdo Dem, ma il tribunale non lo ha «ritenuto necessario in questa fase». Poco dopo, il ministero dell’interno lo dichiara decaduto dall’incarico di sindaco. Mentre lo trasferiscono nel carcere di massima sicurezza di Marmara, distretto di Silivri, dove sono detenuti altri oppositori politici come Osman Kavala, Imamoglu chiama alla resistenza in piazza e nelle urne: «Questa è un’esecuzione senza processo. Non mi piegherò mai. Non siate tristi, scoraggiati, non perdete la speranza. Assicuratevi di esprimere il vostro voto oggi. Poi unitevi a noi a Saraçhane di Istanbul e nelle piazze della democrazia».
Ed è quello che succede, in un’altra giornata storica per la Turchia. Le immagini di folle ai seggi si moltiplicano, ad Ankara, la capitale, a Diyabarkir, la città più grande a maggioranza curda, a Izmir e ad Adana, nel sud est, elettori di tutte le età, fischietti e cartelloni. Davanti al comune, diventato il sacrario della rivolta, hanno piantato una tenda per votare. Decine di giovani sono accampati nel pratone, centinaia di altri continuano ad arrivare. «Viviamo in una repubblica solo di nome, appena c’è qualcuno che può sconfiggere Erdogan lo eliminano dalla scena politica», dice Ferhat, 29 anni. «Ci opporremo fino alla fine». La chiusura dei seggi viene rimandata di due ore, per dare a tutti la possibilità di votare.
L’opposizione denuncia «un colpo di stato civile, giudiziario, elettorale». Sei dei 27 sindaci municipali del Chp che sono stati eletti l’anno scorso, quando i repubblicani vinsero a valanga le comunali contro i conservatori dell’Akp, sono ora agli arresti. In due casi sono stati sostituti con fiduciari nominati dal ministero dell’Interno, cioè dal governo: succede da anni, lontano dai riflettori, con i sindaci curdi nell’est del Paese. Ora il timore è che le autorità vogliano impossessarsi della municipalità di Istanbul. Il consiglio comunale a maggioranza Chp dovrà votare un reggente il 26, ma se le accuse a Imamoglu di “sostegno al terrorismo” dovessero essere convalidate, il governo potrebbe commissariare l’intera giunta.
A sera, il Chp annuncia numeri epocali: 15 milioni di elettori. Considerato che il partito ha 1,7 milioni di iscritti vuole dire che 13 milioni di turchi, anche di altri fedi politiche, hanno voluto esprimere il loro voto di solidarietà. «Le primarie sono diventate un referendum per la democrazia. I turchi hanno indicato chiaramente che vogliono la Repubblica, non la monarchia», dice il professore Murat Somer. Intorno a Sarachane si raduna una folla oceanica, superiore a quella delle notti precedenti. Il sindaco di Ankara apre la breccia: «È giunto il momento di elezioni anticipate».
In carcere oltre a Imamoglu restano almeno 300 persone, molti giovani studenti, arrestati durante le manifestazioni di questi giorni. La repressione comincia a essere così pressante che anche X di Elon Musk si ribella, pur avendo finora assecondato il governo turco. «Ci opponiamo alle molteplici richieste dell’Autorità turca delle tecnologie e dell’informazione di bloccare oltre 700 account di organizzazioni giornalistiche, personaggi politici, studenti e altri individui in Turchia».
Nell’immagine: le manifestazioni contro il regime non si arrestano
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