Di Domenico Agasso – Giacomo Galeazzi, La Stampa
CITTA’ DEL VATICANO. Il pontificato di Leone XIV si apre con sfide decisive per il futuro della Chiesa. Robert Francis Prevost eredita un contesto ecclesiale che ha vissuto 12 anni bergogliani intensi e spesso tesi, tra riforme, dibattiti e scontri all’interno della galassia cattolica.
Una delle questioni centrali è la sinodalità: non si tratta solo di uno stile pastorale, ma del modo stesso in cui si esercita l’autorità nella Chiesa. In ospedale, poco prima di morire, Francesco ha firmato i documenti per l’attuazione del Sinodo, con un itinerario che porterà a un’assemblea ecclesiale fra tre anni. La collegialità tocca il cuore del governo ecclesiastico e del modo in cui viene esercitata l’autorità ecclesiale. Bergoglio ha promosso una Chiesa in cui si ascoltano i laici e le donne per le decisioni da prendere. Il Sinodo ha proposto una maggiore corresponsabilità tra gerarchie e popolo nell’orientamento della Chiesa. A ogni livello: Santa Sede, diocesi, parrocchie. Ma non tutti sono d’accordo: alcuni cardinali e vescovi temono che la sinodalità possa indebolire la dimensione gerarchica e dottrinale, cedendo alle pressioni culturali. Prevost dovrà decidere se rafforzare le strutture sinodali – come un consiglio sinodale permanente, con la presenza di fedeli – o tornare a un modello più centrato sul Vescovo di Roma e sulla Curia romana. Le sue parole dalla Loggia della Benedizion sono indicative: «Vogliamo essere una Chiesa sinodale».
La crisi più profonda e dolorosa, quella che tocca la carne viva della credibilità ecclesiale, resta quella degli abusi. Leone XIV non potrà eluderla. È chiamato a rafforzare la tolleranza zero proclamata da Francesco, superando le ambiguità che ancora resistono in alcune diocesi e conferenze episcopali. Servono criteri chiari, procedimenti rapidi, comunicazione trasparente. Il Papa sarà giudicato da come difenderà le vittime, non da quanto tutelerà l’istituzione.
Il nuovo Pontefice ha ereditato anche un tema delicato come l’applicazione della Fiducia supplicans, la dichiarazione vaticana che apre alla benedizione delle coppie omosessuali. Il cardinale Prevost aveva auspicato un maggiore ruolo interpretativo delle conferenze episcopali locali, tenendo conto delle differenze culturali. Leone XIV dovrà bilanciare dottrina, misericordia, accoglienza e unità ecclesiale. Da chi lo conosce bene trapela che potrà rallentare questa fuga in avanti.
Sul fronte dei sacramenti, Leone XIV si è espresso favorevolmente alla comunione per i divorziati risposati, seguendo la linea tracciata da Amoris Laetitia di Francesco. Anche qui si gioca la capacità della Chiesa di farsi madre accogliente, non solo giudice delle fragilità umane.
«La pace sia con tutti voi»: queste le prime parole pronunciate dal nuovo Papa. Oggi la Chiesa si affaccia su un mondo ancora più lacerato. Guerre dimenticate e conflitti globali – dall’Ucraina al Medio Oriente – rendono urgente una rinnovata missione diplomatica della Santa Sede. Il Pontefice è chiamato a proseguire il delicato compito di mediazione che ha contraddistinto il pontificato del suo predecessore. Il Papa può parlare a tutti, anche ai nemici, proprio perché non rappresenta una parte, ma l’umanità ferita. Il suo compito non è fornire soluzioni tecniche o geopolitiche, ma tenere aperti i canali del dialogo, appellarsi alla coscienza delle nazioni, dare voce alle vittime. Leone XIV dovrà rafforzare il ruolo della Chiesa come costruttrice di ponti, mettendo a frutto la rete globale dei nunzi apostolici e valorizzando la diplomazia silenziosa vaticana.
Nelle sue prime parole, ha insistito su una «pace disarmata e disarmante», che nasce dalla fiducia in Dio e si costruisce con gesti concreti, ascolto, pazienza, tenacia. In un’epoca segnata dal riarmo e dal moltiplicarsi dei conflitti, sarà questo uno dei banchi di prova più delicati e visibili del suo pontificato.
Infine, Leone XIV ha fatto capire di voler mantenere la centralità dei poveri nel magistero, nel solco di Francesco. Prevost dovrà decidere come raccogliere questo testimone e rilanciarlo, rafforzando l’azione sociale della Chiesa, sostenendo una pastorale che metta al centro gli ultimi non come destinatari passivi, ma come protagonisti della vita ecclesiale. In un mondo segnato da diseguaglianze crescenti, crisi migratorie e precarietà diffusa, questo orientamento non è solo un’opzione spirituale, ma una scelta politica nel senso più alto del termine: significa schierarsi con chi non ha voce, contro ogni forma di esclusione.