Accordo quadro con l’UE. Chi davvero attacca federalismo e diritti popolari?
Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi
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Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi
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Le polemiche relative all’Accordo quadro (o Bilaterali III), nonostante non sia stato ancora pubblicato: i precedenti sono comunque chiari e istruttivi
Ancor prima di essere letto (non essendo ancora stato parafato pochi sono infatti quelli che l’hanno potuto fare), l’accordo quadro con l’Unione europea, i cosiddetti Bilaterali III, è fonte di polemiche. Non appunto per il pacchetto in sé (quattro decreti: uno per la stabilizzazione delle relazioni bilaterali e tre per lo sviluppo nei settori della sicurezza alimentare, dell’energia elettrica e della sanità), ma per la decisione del Consiglio federale di sottoporlo a referendum facoltativo, obbligatorio, che per essere respinto o approvato necessita della sola maggioranza del popolo, non a quello obbligatorio, che necessita della maggioranza di popolo e Cantoni.
Apriti cielo! La destra è subito salita sulle barricate, parlando chi di “scorciatoia pericolosa” che addirittura “tocca il cuore stesso della nostra democrazia diretta” (Diego Baratti, UDC), chi di “un inaudito attacco al federalismo”, ossia “all’essenza stessa del nostro Paese” (Lorenzo Quadri, Lega). Potremmo continuare, ma il tono delle reazioni alla decisione dell’Esecutivo federale è questo.
Interessante notare come nelle argomentazioni della destra nostrana e nazionale compaia sempre il richiamo ai principi fondanti della Confederazione, in particolare federalismo e diritti popolari. Sanciti, come si sa, nella Costituzione federale. Di conseguenza ci pare operazione non priva di una qualche utilità ricordare quello che la nostra carta fondamentale, approvata da popolo e Cantoni, afferma in proposito, e in sovrappiù un compendio minimo di storia dei diritti popolari, che non sono scritti nella pietra come le tavole di Mosè ma da sempre in continua evoluzione.
In effetti nel 1848, data di nascita dell’attuale Confederazione elvetica, erano quasi inesistenti (non esistevano ancora neppure il franco svizzero e l’esercito, figuratevi un po’). Sul piano federale era previsto solo il referendum costituzionale obbligatorio. Niente referendum legislativo quindi, che verrà introdotto nel 1874, niente iniziativa costituzionale, introdotta nel 1891, soprattutto niente referendum sui trattati internazionali, per il quale bisognerà attendere quasi 80 anni, dato che risale al 1921 (questa possibilità è stata rivista nel 1977 e nel 2003).
Da notare inoltre che nel 2012 ben il 75,2% dei votanti e tutti i Cantoni, nessuno escluso, hanno affossato l’iniziativa “Accordi internazionali: decida il popolo!“, che chiedeva di sottoporre a referendum obbligatorio gli accordi con l’estero che comprendono norme di legge, ponendo così limiti alla loro ingerenza in politica estera, che è di competenza esclusiva della Confederazione (art. 54 cpv.1 della Costituzione: “Gli affari esteri competono alla Confederazione”). Gli accordi internazionali come quello in oggetto, anche se i Cantoni vengono spesso associati e consultati durante le trattative (art. 55 e seguenti), sono dunque trattati con la controparte estera e poi firmati dal Consiglio federale e in seguito discussi e se del caso approvati dall’Assemblea federale. A questo punto è data la possibilità del referendum.
Se obbligatorio o facoltativo lo stabilisce, una volta ancora, la Costituzione svizzera, non la parte politica di turno a dipendenza dei suoi interessi. L’articolo 140 recita che vanno sottoposti al voto di popolo e Cantoni: le modifiche della Costituzione (non è il caso dell’accordo quadro), l’adesione a organizzazione di sicurezza collettiva o a comunità sovranazionali (non è il caso dell’accordo quadro); le leggi federali dichiarate urgenti, prive di base costituzionale e con durata di validità superiore a un anno (non è il caso dell’accordo quadro). Il resto, tutto il resto, è sottoposto a referendum facoltativo (è il caso dell’accordo quadro).
Da notare che comunque l’Assemblea federale ha ancora la possibilità di modificare la decisione del Consiglio federale. Le è infatti data la possibilità di ricorrere al cosiddetto diritto costituzionale non scritto, che prevede la possibilità del referendum obbligatorio sui trattati internazionali a carattere costituzionale. Non sembra tuttavia essere qui il caso, dato che i Bilaterali III non intaccano in alcun modo la Costituzione federale. A riprova di ciò giova ricordare che sia i Bilaterali I che i Bilaterali II furono sottoposti a referendum facoltativo; difficile dunque comprendere il motivo per cui l’accordo quadro dovrebbe ricevere un trattamento diverso.
In diritto, perché da un punto di vista politico la questione è di facile interpretazione: ad eccezione di quella dello Spazio economico europeo (SEE) nel 1992, ottenuta per di più grazie al decisivo appoggio della sinistra e del mondo sindacale, mai la destra nazionalista è riuscita ad opporsi a un accordo con l’UE: non ai Bilaterali I nel 2000, approvati con il 67,2% dei voti favorevoli, non nel 2005 ai Bilaterali II (56% di sì) e all’estensione della libera circolazione delle persone (56%), non alla successiva estensione della libera circolazione delle persone (59,6%) nel 2009, non al recepimento della direttiva UE sulle armi (63,7%) nel 2019 e nel 2022 alla partecipazione a Frontex (71,5%).
Il voto popolare insomma non la premia, mentre i Cantoni sono più possibilisti. Ad esempio, fosse stato usato il referendum obbligatorio, oggi sia pure per un misero mezzo cantone non parteciperemmo allo Spazio Schengen né all’accordo di Dublino. Da chiedersi quindi chi davvero perverte il federalismo e i diritti popolari per i propri interessi: coloro che usano con coerenza la nostra Costituzione oppure gli altri?
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