Un velo di nebbia
Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo - Di Paolo Buletti
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Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo - Di Paolo Buletti
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Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo - Di Paolo Buletti
A metà luglio è passata sulla stampa questa notizia presto dimenticata: Il comune di Eschenbach, nel canton San Gallo, ha rinunciato ad assumere una maestra che portava il velo islamico a seguito di proteste da parte di alcuni genitori.
Allora metto sul tavolo tre considerazioni.
Spesso, di fronte a situazioni del genere, si invoca il referente cristiano che sarebbe sconfessato da chi porta il velo, soprattutto se assume una funzione pubblica (ricordo che recentemente il capo dicastero educazione di Lugano avviò una polemica sul giornale da lui diretto con le Aziende Industriali della città per aver assunto una ragazza che porta il velo).
Il velo non è una prerogativa della cultura islamica: fino a qualche decennio fa le donne che si recavano in chiesa per la messa dovevano coprirsi il capo con un velo. Nelle chiese, nelle cappelle votive e in altri monumenti troviamo molte rappresentazioni della Madonna, venerata dai cattolici, sempre con un velo in testa. Molte suore religiose cattoliche di diversi ordini ecclesiastici marcano presenza tra la gente portando un velo che nasconde i capelli e questo non ci crea problemi.
Oso concludere che portare il velo non è un gesto che contraddice i valori cristiani e per certi aspetti fa invece da controcanto a una serie di convinzioni che vengono condivise da chi pratica le religioni.
C’è un altro aspetto: respingere la presenza di una docente che proviene da un’altra cultura, da un’altra lingua, quindi da un altro modo di nominare e raccontare il mondo, significa perdere una possibilità di confronto, di conoscenza reciproca, di coabitazione.
La curiosità e la cura sono attitudini che sollecitano la conoscenza, l’apprendimento, l’incontro con il nuovo. Similmente si può ragionare riguardo alla presenza in classe di diversi allievi che parlano altre lingue, situazione che permette di riflettere sulla lingua, coltivare la sensibilità alle diverse sonorità.
L’apprendimento è fatto di confronti, di possibilità di mettere in discussione quello che si dava per certo, di aperture verso il nuovo o il diverso (che spesso sono sinonimi simpatici). I genitori che hanno messo il veto rischiano di perdere un’opportunità di confrontarsi, anche esprimendo le loro perplessità e preoccupazioni, trasformandole in gesto creativo, in riflessioni e confronti esplicitati nel rispetto reciproco.
Mi domando se è stata data qualche opportunità alla docente di farsi conoscere, di dire da dove viene e quali sono le sue convinzioni pedagogiche. Invece si prende la parte per il tutto; una persona con una storia, una lingua, un viaggio, dei sogni, delle idee, delle passioni ridotta a una portatrice di velo. Così si ostacola la possibilità della conoscenza reciproca, ci si protegge dalla possibilità di dover rimettere in discussione rappresentazioni rigide e preconcette.
Forse qualche bambino chiederà ai genitori il perché di questo rifiuto. Sarebbe interessante porre la domanda agli adulti e chiedere loro come spiegherebbero a un bambino la loro presa di posizione e come la situerebbero nella scala dei valori educativi che stanno loro a cuore.
Da ultimo mi pongo una domanda di tipo istituzionale: i genitori nella scuola pubblica hanno il diritto di scegliere i docenti dei loro figli?
Qui si presenta un problema relativo alla percezione della soglia: quando si entra a scuola si attraversa una soglia. I bambini attraversano un confine e sicuramente portano nel nuovo ambiente le loro storie famigliari, i loro sogni, le loro quotidianità. Ma sono dentro un altro territorio, diverso da quello famigliare, in compagnia di un gruppo eterogeneo e di docenti che hanno le loro aspettative e i loro sogni. Il tutto avviene in un contesto istituzionale cui è stato assegnato un mandato pubblico nel campo dell’istruzione e dell’ educazione.
Per tornare al comune di Eschenbach; i genitori, oltrepassando la soglia della scuola, hanno tutti i diritti di esplicitare le loro riserve e di argomentarle in un contesto in cui si percepisce chiaramente che c’è un dentro e un fuori. Grazie a questo, ci si può permettere un sereno confronto con la consapevolezza però che la decisione su chi assumere come insegnante spetta agli organi competenti (le autorità di nomina che hanno comunque un legame con i genitori in quanto da loro elette) e non ai genitori.
Altrimenti siamo alle invasioni di campo e navighiamo nella confusione aspettando al varco la prossima occasione per contestare decisioni già prese, ognuno con la sua convinzione messa sul piatto in modo perentorio. Allora potrà essere difficile diradare il velo di nebbia.
Nell’immagine: la scuola di Eschenbach in un fotomontaggio del sito linth24.ch
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