Già nel 1776, Adam Smith – nella sua opera “La ricchezza delle nazioni” – aveva descritto il meccanismo che determina l’ammontare dei salari come una funzione del rapporto di forza tra “lavoratori” e “padroni”. Smith scriveva però che non era difficile “prevedere quali delle due parti, in tutti i casi normali, sia avvantaggiata nella disputa e costringa l’altra ad accettare i propri termini”, poiché constatava che “I datori, essendo in minor numero, possono accordarsi più facilmente; e la legge, inoltre, autorizza o almeno non proibisce le loro intese, mentre essa proibisce quelle dei lavoratori”. Le parti in causa per Smith sono dunque chiare: lavoratori, padroni e legislatore; così come sono chiari i rapporti di forza: alleanza tra padroni e legislatore a scapito dei lavoratori.
Certamente qualcosa è cambiato da quel tempo, soprattutto grazie alle mobilitazioni popolari che a partire dalla seconda metà del 1800 hanno portato alla nascita dei sindacati e poi, agli inizi del 1900 e nel dopoguerra, del cosiddetto Stato sociale. Tuttavia, con i venti di restaurazione che stanno attualmente soffiando sulle democrazie, ci si potrebbe però chiedere se il discorso sia oggi così differente rispetto ai tempi di Adam Smith.
Partiamo allora dalla narrazione su chi sia il produttore della ricchezza di cui noi beneficiamo, tenendo ben presente che le narrazioni, a furia di essere udite, vengono spesso interiorizzate e assimilate quali credenze, convinzioni o addirittura dati di fatto che influenzano – come veri e propri algoritmi mentali – il nostro modo di porci nelle varie situazioni.
La narrazione dominante asserita dagli imprenditori è che, essi, sono “coloro che creano valore, generano ricchezza, occupazione e posti di lavoro per la società”.
Se analizziamo questa definizione, possiamo cominciare a notare che in essa non c’è alcuna traccia di un gruppo o di una collettività che quantomeno compartecipi alla creazione della ricchezza. Siamo invece di fronte alla rappresentazione di un uomo solo al comando, creatore e dispensatore di ricchezza, al quale il gruppo/collettività deve semmai implicitamente mostrare riconoscenza. È evidente che le relazioni sono declinate secondo il vecchio paradigma osservato da Smith: i padroni avocano a sé tutto il valore, mentre lavoratori e lavoratrici, ovvero il gruppo di persone che con l’imprenditore è artefice delle imprese, vengono eclissati.
Consideriamo ora la teoria economica, la quale ci dice che a ogni credito corrisponde un’obbligazione o un debito e che, dunque, più grande è il credito assegnato a qualcuno, più grande sarà l’obbligazione o il debito che qualcun altro dovrà assumersi. Ma chi sarà mai quel “qualcun altro” che garantisce il “cospicuo credito” che gli imprenditori si autoassegnano? Evidentemente sono le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda o più astrattamente il reddito da lavoro. È esattamente ciò che ben evidenziava Adam Smith. Se i “padroni” riescono a spostare il rapporto di forza dalla loro parte, attribuendo a sé stessi e al capitale più credito, automaticamente lavoratori e lavoratrici devono tirare la cinghia.
Allo stesso modo, anche lo Stato potrebbe trovarsi a dover giocare il ruolo del soccombente nel rapporto di forza con chi si proclama “padrone dell’economia”. In effetti, ne abbiamo un eclatante esempio con l’”Eptalogo” di obbligazioni che il Presidente della Camera di commercio Andrea Gehri prescrive al Consiglio di Stato quale contributo “propositivo” della CC per risolvere i problemi del nostro cantone. Tradotto: padrone comanda e cavallo deve trottare.
Si tratta ora di capire se alle parole seguono anche i dati. Ebbene, le statistiche ci mostrano in lungo e in largo come il credito (la ricchezza) sia effettivamente sempre più concentrato in poche mani anche alle nostre latitudini, mentre la maggior parte della popolazione, così come lo Stato, e mettiamoci pure l’ambiente, vadano sempre più in debito d’ossigeno, vedendosi così aumentare le proprie obbligazioni (vedi rischio povertà o povertà, debito dello Stato, crisi climatica e ambientali, decadimento della democrazia e del diritto internazionale, agende politiche dettate da persone fisiche e giuridiche facoltose). Il pendolo del rapporto di forza, descritto da Adam Smith, appare chiaramente a favore dei “padroni”.
Alcune recenti votazioni e movimenti di piazza, ci dicono però che le cittadine e cittadini cominciano a mostrare qualche segnale fuori dall’ordinario. Infatti, non sembrano più così disposti a sottostare ad “algoritmi psicologici” che li costringono ad attendere docili docili che i padroni o in generale qualcuno dia loro il credito necessario per far fronte al rincaro di beni e servizi di prima necessità (per inciso, se quel rincaro esce dalle tasche di cittadine e cittadini, entrerà per forza di cose nelle tasche di qualcun altro; ma di chi?). Allora, firmano e approvano iniziative che restituiscono loro del credito. Come dire: “anche noi vogliamo avere il nostro legittimo valore, perché siamo stanchi/e di sempre e solo assumerci debiti e obbligazioni”. 13ma AVS a livello federale e le due iniziative ticinesi sui costi della cassa malati, ne sono un esempio eclatante.
Interessante andare allora ad osservare quali sono state le reazioni a questi voti. Sono soprattutto gli imprenditori e i partiti che li rappresentano ad essersi manifestati con diverse prese di posizione. I vari Braglia, Gheri, Speziali, Poma ecc., in modi differenti, hanno tutti rinfacciato a chi ha accolto tali iniziative di essere nel migliore dei casi sognatori, e nel peggiore viziati pretenziosi che vivono sopra le loro possibilità. La morale suonava dunque come un “ritornate al dovere e alla realtà con il duro lavoro; pensate agli obblighi e meno ai diritti e cominciate a dare, prima di ricevere”.
Il mondo economico e i suoi rappresentanti politici – ai quali, come lascia trasparire Adam Smith, non piace che lavoratrici e lavoratori alzino la testa e osino rivendicare qualcosa di più di quanto già ricevono – accusano un evidente nervosismo e sfoderano tutto il loro “arsenale narrativo” per arginare queste mobilitazioni. È però interessante osservare, quale siano i sentimenti sui quali essi fanno leva per cercare di rimettere in riga i riottosi: il senso di colpa e la paura.
In primo luogo, è interessante osservare che in tedesco colpa e debito vengono descritti con lo stesso termine: die Schuld. È quindi perfettamente coerente con il pensiero di Smith, che gli imprenditori cerchino di far sentire in colpa (in debito) chi ha osato rivendicare maggiori crediti. In secondo luogo, è anche utile sapere che dal punto di vista psicologico, colpa e paura sono grandi freni inibitori di desideri, autostima e autodeterminazione degli individui. Attraverso colpa e paura, si può dunque far scivolare le persone in una posizione di sudditanza e precarietà. Pensiamo alla semplice paura di essere licenziati oppure alla paura che le persone fisiche o giuridiche facoltose, dalle quali noi mentalmente facciamo dipendere i nostri posti di lavoro, se ne vadano. Colpa e paura. Strumenti preziosissimi. Basta ascoltare cosa il mondo economico afferma di questi tempi sull’iniziativa GiSo per tassare al 50% eredità e donazioni. Anche qui, per inciso, varrebbe la pena chiedersi cosa succede se gli imprenditori e le persone facoltose subodorano oppure verificano che tengono in pugno qualcuno attraverso i sentimenti di colpa e paura.
È casuale che siano proprio gli imprenditori e i loro rappresentanti politici (quelli ai quali l’autostima non difetta) a far leva sul senso di colpa e sulla paura di chi rivendica un po’ più di credito per stare al mondo senza andare in sofferenza? Evidentemente no. Questi sono “algoritmi psicologici” (le nostre credenze sono in fondo degli algoritmi) utilizzati in maniera funzionale a mantenere la cittadinanza – in maggior parte lavoratrici e lavoratori dipendenti – in una posizione di sudditanza. In questo modo è possibile perpetuare l’“algoritmo economico”, secondo il quale La maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto.
Non è nemmeno stato un caso, infine, che ad un certo momento siano stati gli stessi imprenditori a soffiare sul fuoco narrativo delle spese pubbliche e del debito fuori controllo. In questo modo si mette anche lo Stato nella posizione di sudditanza, di chi si deve sentire in colpa perché inadeguato. Così, con questo stratagemma, gli imprenditori – che, ricordiamolo, versano salari di 1200 Fr. inferiori alla media svizzera – spostano l’inadeguatezza sullo Stato. Così, esso, oltre al danno incassa anche la beffa di dover sborsare 1,5 miliardi all’anno di sussidi per permettere alle cittadine e ai cittadini di arrivare sufficientemente in salute alla fine del mese. Come se non bastasse, poi, secondo la vulgata degli imprenditori, seguiti a ruota dai loro rappresentanti politici, fra questi beneficiari vi sarebbero un sacco di persone pretenziose che non meritano tali contributi perché già vivono al disopra delle loro possibilità. E, mentre gli imprenditori hanno ricevuto generosi crediti sotto forma di sgravi fiscali e sostegno all’economia, ora impongono obbligazioni alla popolazione “pretenziosa”, sotto forma di tagli alle prestazioni.
Riflettiamo dunque bene alle narrazioni che incontriamo e interiorizziamo, perché dagli algoritmi che esse contengono dipende la nostra libertà e il nostro valore. Pena, ridiventare sudditi.
Marco Noi è deputato in Gran Consiglio per i Verdi del Ticino
Nell’immagine: la mobilitazione del settore pubblico e parapubblico contro le misure di risparmio del preventivo 2024