Putin e la vittoria regalata: con il barile a 100 dollari può salvare l’economia

Putin e la vittoria regalata: con il barile a 100 dollari può salvare l’economia

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah


Redazione
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Putin e la vittoria regalata: con il barile a 100 dollari può salvare l’economia
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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Vladimir Putin è guidato dal Signore», esultano i blogger militari russi su Telegram, commentando l’impennata dei prezzi sul petrolio nel mercato internazionale. Mentre il prezzo del barile ha superato i 100 dollari, il record dopo il 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva sconvolto le rotte di approvvigionamento globale, i media russi pro Cremlino diffondono l’articolo del Wall Street Journal che pronostica un picco di 215 dollari, e Politico Europe incorona il dittatore russo come «il principale vincitore della guerra in Iran». Kirill Dmitriev, il negoziatore di fiducia del presidente nei colloqui con la Casa Bianca, gongola su X promettendo che «lo tsunami dello shock petrolifero è appena iniziato», mentre il suo portavoce Dmitry Peskov ha ricordato che la Russia «era e rimane un fornitore affidabile di petrolio e gas», un’autopubblicità diretta soprattutto ai consumatori europei angosciati dalla prospettiva delle maxi-bollette.

La prospettiva di rientrare nel mercato energetico europeo aprirebbe al Cremlino delle prospettive radiose, proprio nel momento in cui perfino il ministero delle Finanze ammetteva che l’economia russa era entrata in crisi. Il bilancio per il 2026 si basava su una stima del prezzo di un barile del marchio Urals – il grosso della produzione russa – di 59 dollari, ma le sanzioni occidentali avevano costretto Mosca a praticare sconti del 25-30% pur di piazzarlo. Soltanto due settimane prima dell’attacco americano all’Iran il Moscow Times segnalava una crisi di sovraproduzione che poteva costringere i giacimenti a sigillare parte dei pozzi, e il barile a 40 dollari aveva dimezzato le entrate energetiche di Mosca rispetto a un anno prima. Il deficit del bilancio nei primi due mesi del 2026 ha già raggiunto la stima prevista per tutto l’anno, e perfino le stime della Banca Centrale parlavano di un possibile esaurimento del Fondo del benessere nazionale, che ha permesso finora di ripianare le spese della guerra.

Una situazione che solo pochi giorni fa veniva descritta dall’economista Aleksandra Prokopenko del Carnegie Center di Berlino come un «mal di montagna», per cui l’unica cura è scendere di quota, cioè fermare la guerra. Una decisione politica che nessuno si aspetta da Putin, ma a Kyiv come a Bruxelles si contava che almeno avrebbe avuto meno soldi da spendere in bombe, e più problemi a placare lo scontento dei russi. Invece ora – per quanto l’agenzia Bloomberg sostenga che finora i ricavi dal petrolio russo siano rimasti praticamente invariati, – l’economia russa riceverà la tanto agognata boccata di ossigeno. L’Unione Europea per il momento non intende cedere al panico dei prezzi, e il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha ribadito lunedì che i 27 non solo devono mantenere i divieti già in vigore, ma anche procedere con il pacchetto delle sanzioni che prevedrebbe il divieto totale del trasporto marittimo del petrolio russo. Gli Usa però hanno già sospeso per 30 giorni le sanzioni sulla vendita del greggio russo all’India, principale cliente di Mosca, che in cinque giorni ha acquistato l’equivalente mensile delle importazioni. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent non ha escluso la revoca di altre sanzioni sull’energia russa, per alleviare la pressione sui mercati.

Difficilmente una boccata di ossigeno potrà guarire il «mal di montagna», e Vladimir Milov, ex viceministro dell’Energia e oggi dissidente in esilio, dice a Politico che «uno o due mesi di prezzi alti aiuteranno la Russia, ma non la salveranno». Il fattore tempo è cruciale: se Trump vorrà evitare di prolungare la guerra contro gli ayatollah, il sollievo per Putin sarà solo temporaneo, se invece durerà più a lungo il Cremlino ci guadagnerà abbastanza da poter non rimpiangere la perdita dell’alleato di Teheran. Anche perché la strategia dell’Ucraina (e dell’Europa) si basava finora su due capisaldi: le crescenti difficoltà economiche della Russia, e gli attacchi sempre più mirati di Kyiv contro le infrastrutture energetiche e militari russe, che i nuovi missili balistici made in Ukraine avrebbero reso ancora più vasti. Ora, il primo fattore potrebbe essere disinnescato almeno per qualche mese, e sul secondo grava il rischio di una crisi economica europea che tagli gli aiuti all’Ucraina. Che però nel frattempo rientra nel gioco globale con la sua eccellenza nella difesa anti-drone: ieri Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver già inviato tecnici e tecnologie verso gli Emirati, il Qatar, la Giordania e l’Arabia Saudita. Ma, soprattutto, il Wall Street Journal sostiene che presto Kyiv potrebbe avere dei lobbysti molto altolocati a Washington: i figli di Donald Trump starebbero già fondando una società che venderebbe droni ucraini al Pentagono.

Nell’immagine: il gatto e la volpe

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