Dove sei, Lugano?

Dove sei, Lugano?

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche


Orazio Martinetti
Orazio Martinetti
Dove sei, Lugano?
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Dove sei Lugano del Giardino dei Giusti e del festival dei diritti umani? Dove sei città dei convegni sulla pace e la non violenza? Con chi stai, quali sono i tuoi intimi pensieri? Quale virus è penetrato nottetempo nella classe politica che ti guida?

Sono domande che, all’indomani delle polemiche che hanno diviso il Municipio sull’opportunità o meno di reprimere un presidio antifascista non autorizzato, investono altri ordini di riflessione, più ampi e più profondi, perché vanno a toccare le radici della coscienza civile di una collettività. Detto altrimenti: Lugano è ancora una città che intende dirsi antifascista? Ovvero una città che non accetta di precipitare nell’ambiguità, nelle simpatie malcelate, negli ammiccamenti sornioni, al di là delle contingenze e delle provocazioni, delle questioni d’ordine pubblico e del rispetto delle leggi? Perché qui il discorso va oltre lo Stato di diritto, che – siamo d’accordo – va difeso e preservato. Riguarda l’«anima» di una città, che non si vorrebbe diventasse in terra elvetica la culla dell’estremismo neo-fascista e neo-nazista che altrove non trova ascolto.

Si capisce che il clima è mutato. C’è in giro una gran voglia di rifilare un sonoro ceffone a tutti gli antagonisti perturbatori della vita cittadina. La maggioranza del Municipio (quattro a favore, tre contrari) avrebbe voluto scacciare con la forza gli attivisti che si erano radunati, pacificamente, in Piazza Manzoni. Per fortuna la polizia (più assennata dei politici) non è intervenuta (fors’anche per non inondare di lacrimogeni il salotto buono di Lugano, gremito di turisti e «flâneurs»).

L’impressione insomma è che siano venuti meno gli anticorpi, che il cordone sanitario sia caduto, quel che i tedeschi chiamano «Brandmauer» o porta taglia-fuoco. Graffiti, incursioni-lampo in città del gruppo «Junge Tat», oltraggio al monumento Bassanesi a Lodrino, venuta a Mendrisio del generale Vannacci. Lega e Udc non paiono intenzionate a contrastare le seduzioni autoritarie che stanno montando negli Stati confinanti: Italia, Germania, Francia, Austria. Anzi, le osservano con occhi benevolenti. Fino a ieri si trattava di gruppuscoli e di nostalgici dei regimi nazifascisti, torvi e rumorosi ma efficacemente tenuti a bada dalle istituzioni democratiche e dalle culture politiche dominanti: liberali-radicali, democristiane e socialdemocratiche. Ma ora tutto questo si sta sgretolando, sull’onda di un linguaggio che non teme più la riprovazione sociale. Sembra ormai «naturale» inserire nel discorso pubblico concetti ed espressioni come «sostituzione etnica» (ripresa dai nazionalisti francesi) o come «remigrazione» (dal vocabolario della tedesca Afd). Il vocabolario cambia, si fa meno truculento, ma la sostanza rimane.

La propaganda delle destre radicali ha da tempo fatto breccia nelle file della Lega e dell’Udc, partiti che finora non avevano mai aperto le porte a formazioni dichiaratamente «nere» sventolanti bandiere con la croce uncinata. Ma ora, anche qui, i muri appaiono meno solidi. Si vorrebbe ascoltare una condanna chiara e inequivocabile, che però non arriva. Si preferisce rimanere nella zona grigia, luogo in cui proliferano le allusioni, le mezze parole, le formule volutamente equivoche come «anti-antifascismo».

Nell’era della secca polarizzazione destra-sinistra, la partita decisiva si gioca al centro. Tocca ai partiti che storicamente hanno presidiato questo luogo della politica erigere un alto argine contro la destra; tocca a loro (perché la socialdemocrazia già lo fa) smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche.

Giova forse ricordare che l’antifascismo non è un patrimonio che appartiene esclusivamente alle sinistre: nel caso italiano, ad esempio, tutte le forze democratiche hanno dato il loro contributo alla Resistenza, perfino alcune frange monarchiche. Ciò nonostante c’è reticenza a pronunciare quella parola, al punto di provare timore. Per fortuna, anche all’interno del Municipio, sono emerse voci di dissenso. Esemplare, seppur velata di tristezza, quella espressa dal vice-sindaco Roberto Badaracco: «mi auguro che a nessuno dia fastidio l’antifascismo, che dovrebbe essere un valore a destra, come a sinistra, come al centro» (laRegione, 25 febbraio scorso).

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la manifestazione antifascista di Lugano

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