Spese militari, Meloni spegne i mugugni dei suoi

Spese militari, Meloni spegne i mugugni dei suoi

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo


Gino Banterla
Gino Banterla
Spese militari, Meloni spegne i mugugni dei suoi
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Dal nostro corrispondente dall’Italia

Persino nella giornata in cui scorrono in tivù le immagini, incommentabili, degli attivisti della Flotilla fermati e umiliati, al di fuori di ogni regola internazionale, dagli sgherri del criminale di guerra Benjamin Netanyahu, il Governo italiano si limita a pigolare qualche timida protesta e a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma. Nulla di più. Nessun vero cambio di passo, nessuna sanzione contro Israele, come da tempo chiedono le opposizioni. Solo il consueto esercizio di equilibrismo: indignarsi sottovoce, purché nessuno a Tel Aviv o a Washington si irriti troppo.

Del resto, che dire di fronte alle indecenti affermazioni di Ignazio Benito La Russa, presidente del Senato e dunque seconda carica dello Stato: «Quelle della Global Sumud Flotilla sono manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico; se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare».

Parole e atteggiamenti inaccettabili, che restituiscono l’immagine di un esecutivo in stato confusionale, al limite della deriva, assediato da mille problemi politici sempre più evidenti dopo la sconfitta referendaria di marzo.

La confusione emerge anche da un episodio solo apparentemente marginale, accaduto il 19 maggio al Senato. Per qualche ora, la maggioranza di centrodestra ha assaporato l’ebbrezza della ribellione contro il governo: mettere nero su bianco che destinare il 5 per cento del PIL alle spese militari, come perentoriamente richiesto dalla NATO e dall’amico Donald, non è esattamente una passeggiata salutare. Unico vero disobbediente, come si ricorderà, è stato il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha rifiutato di piegarsi al diktat di Trump, guadagnando consenso interno e credibilità internazionale.

Il contesto al Senato era una mozione sui riflessi economici legati alla sicurezza energetica: tema già abbastanza elastico da contenere gas, bollette, infrastrutture, Ucraina, Medio Oriente, Nato, Stati Uniti. Nella prima stesura del testo firmato dai capigruppo della maggioranza, al punto 8, compariva un passaggio molto chiaro. Il governo veniva invitato a mantenere un impegno “realistico e credibile” in ambito NATO, confermando il raggiungimento del precedente obiettivo del 2 per cento del PIL per la difesa, ma proponendo una revisione dei target più ambiziosi già approvati, a partire dal 5 per cento, alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali. Tradotto: cari alleati, armi sì, ma possibilmente senza trasformare il bilancio dello Stato in una fabbrica di missili.

Poi è accaduto l’inevitabile: qualcuno – presidente del Consiglio e ministro della Difesa – ha letto il testo in tempo reale. E nel nuovo documento distribuito in Aula qualche ora dopo il punto 8 non c’era più. Sparito. Depennato. Sbianchettato con la rapidità con cui, nei palazzi romani, si cancellano le frasi vere quando diventano politicamente scomode.

Il nuovo obiettivo NATO, come si ricorderà, prevede di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del PIL: 3,5 per cento per la difesa in senso stretto, cioè forze armate e armamenti, più un altro 1,5 per cento per misure più ampie legate alla sicurezza, come cybersicurezza, infrastrutture critiche, reti energetiche e mobilità militare. Meloni aveva spiegato che il traguardo sarebbe sostenibile grazie alla flessibilità del percorso e aveva assicurato che “non un euro” verrebbe sottratto ad altre priorità. Formula da prestigiatore: aumentare enormemente una voce di spesa, per circa 70 miliardi di euro in dieci anni, senza togliere nulla a tutto il resto.

Il punto 8 diceva, sia pure sommessamente, ciò che molti pensano: raggiungere il 5 per cento è una scelta irresponsabile e impossibile da sostenere. Significa decidere quale idea di Paese finanziare. Carri armati o ospedali? Fregate o scuole e ricerca? Cyberdifesa o contratti di lavoro dignitosi? Certo, l’Europa vive in un mondo instabile, carico di rischi e minacce reali. Washington chiede agli alleati europei di pagare di più, e Trump ha trasformato quella richiesta da semplice sollecitazione in una bolletta geopolitica con scadenza non rinviabile.

Le ragioni di chi, nella maggioranza, ha provato a frenare erano dunque tutt’altro che lunari: sostenibilità dei conti, priorità nazionali, rischio di sacrificare altre spese essenziali. Il ragionamento era semplice: non possiamo presentarci agli elettori dicendo che non ci sono soldi per la sanità, per i trasporti, per l’istruzione, mentre troviamo miliardi per arrivare alla quota NATO da scolari diligenti davanti al bullo americano che detta legge.

Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega, ha provato a derubricare il caso: non era il momento di discutere un tema così delicato mentre si parlava di energia; esistono sensibilità diverse; Crosetto è per la difesa, Giorgetti predica prudenza sui conti, Meloni gioca una partita importante in Europa. Una spiegazione perfetta, perché contiene tutto il caos ordinato del governo: il ministro della Difesa vuole più difesa, il ministro dell’Economia vuole non far saltare i conti, la premier vuole non scontentare né Trump, né gli elettori, né gli alleati, né se stessa.

Il rifiuto di Meloni e Crosetto di aprire davvero a una revisione dice però molto. Per la presidente del Consiglio, tornare indietro sul 5 per cento significherebbe indebolire la credibilità costruita nei vertici internazionali, soprattutto con l’amministrazione Trump e dentro la NATO. Per Crosetto, vorrebbe dire colpire il cuore della linea difensiva del governo: l’Italia deve aumentare la spesa militare, modernizzare apparati, industria, capacità operative, e non può apparire come l’alleato che firma a L’Aja e poi chiede lo sconto appena rientra a Roma. Visto da Palazzo Chigi e dal ministero della Difesa, il punto 8 non era una riflessione prudente, ma una mina sotto il tavolo.

Così la maggioranza ha corretto la maggioranza. Un atto di disciplina interna travestito da riformulazione tecnica. Il testo è stato ripulito, il governo ha evitato di auto-smentirsi e le opposizioni hanno avuto gioco facile nel denunciare la giravolta, sottolineando le divisioni interne e la contraddizione tra propaganda sovranista e obbedienza atlantica.

Alla fine resta questo: il 5 per cento del PIL per difesa e sicurezza è ancora lì. Meloni e Crosetto non vogliono arretrare da questa follia che manderebbe l’Italia a carte e quarantotto. Per ora ha vinto la linea dell’impegno internazionale, con tanto di trombe e trombettieri, nella politica come nell’informazione. Ma il punto 8 cancellato dalla mozione non è affatto morto. È stato soltanto sepolto in fretta sotto il tappeto rosso dell’affidabilità atlantica. Il problema, però, tornerà presto a galla. E la domanda resta la più semplice: dove trovare quella montagna di soldi?

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