Bruno Giussani: “Sono un resistente tecnologico. Con l’IA ci giochiamo l’integrità cognitiva”
Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori
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Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori
Di Luca Indemini, La Repubblica
In un mondo saturo di informazioni, di applicazioni di intelligenza artificiale e definito dagli algoritmi, La mente sotto assedio di Bruno Giussani (Edizioni Casagrande) è una bussola preziosa per cercare di orientarsi. “È un tentativo di mettere ordine tra tanti temi che si sentono sui social o sono parte della narrazione legata alla tecnologia, ma non sono mai chiaramente organizzati. E la gente si sente un po’ persa”. Lo spiega bene il sottotitolo: Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale.
“Abbiamo sempre vissuto la tecnologia come una serie di prodotti che noi acquistiamo, controlliamo, possediamo e ne facciamo quello che vogliamo. Dai social in avanti, e ora ancor di più con chatbot e IA, ci stiamo accorgendo che è la tecnologia che usa noi, ci controlla. E lì ti rendi conto che siamo entrati in una fase nuova, dove il prodotto è diventato piattaforma, dove la tecnologia è l’architettura virtuale nella quale noi viviamo e funzioniamo”.
Fase che ha subito una brusca accelerazione da quando ha iniziato a diffondersi l’idea – spinta soprattutto dalle Big Tech – che l’innovazione è un asset strategico: il primo che arriverà a forme di superintelligenza sarà talmente potente che potrà tenere sotto controllo tutte le altre IA. E la prima conseguenza di questa narrativa è un allentamento della regolamentazione.
Giussani analizza la questione nella prima parte “La minaccia algoritmica” e nella seconda propone un “Piccolo manuale di resistenza”. E offre spunti di riflessione su due livelli: quello individuale e quello collettivo, sociale, normativo, politico.
“Sono partito chiedendomi: cosa succede a noi come umani, a noi come società quando queste tecnologie entrano nella nostra vita? Come trasformano il modo in cui funzioniamo, come trasformano il modo in cui capiamo il mondo?”.
Il primo elemento di cui prendere consapevolezza è che la tecnologia non è mai neutrale. “I software rispecchiano la visione del mondo dei loro creatori e condizionano i nostri comportamenti. Il software è sempre politico” Un avvertimento non certo nuovo, ma troppo spesso inascoltato. Lo scrittore, giornalista ed ex curatore dei TED Talks ticinese cita Neil Postman: “Il tecnopolio è una condizione culturale e mentale consistente nella deificazione delle tecnologia”. Lo scriveva nel 1992 e si sposa benissimo con quella che è oggi la nostra relazione con la tecnologia digitale. E dal sociolgo statunitense, autore di Technopoly, prende anche una possibile risposta: adottare un’attitudine da resistente tecnologico. “Non vuol dire che sono contrario alla tecnologia, sono uno che si interroga su quello che questa tecnologia fa e sul perché è fatta così”.
E arriviamo così alle forme di “resistenza”. Quella individuale rappresenta una sfida improba: “dall’altra parte ci sono ingegneri, designer di interfaccia, psicologi, antropologi, neuroscienziati il cui compito è tenerti incollato allo schermo”. Inoltre, l’IA generativa offre qualcosa di irresistibile: la possibilità di delegare a una macchina tutto lo sforzo, in modo facile e gratuito”.
Ma è fondamentale comprendere che ciò che ci giochiamo in cambio è la nostra integrità cognitiva, la nostra capacità di preservare e controllare i nostri processi mentali, i nostri ragionamenti, la nostra memoria, senza influenze esterne. Chi controlla l’algoritmo, controlla la nostra capacità di leggere il mondo. E il primo passo per difenderci “è fare lo sforzo di capire cosa sta succedendo attorno a noi con queste tecnologie”.
A livello collettivo e politico, tema cruciale è quello della “sovranità digitale”, centrale per l’Europa, estremamente dipendente dalla tecnologia americana, tanto a livello pubblico quanto a livello privato. Quello che serve per contrastare lo strapotere delle Big Tech non è “una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di piattaforme”. Si cominciano ad avere esempi di realtà che cercano alternative europee, molti governi locali, i ministeri di alcuni Paesi europei, e anche aziende importanti, come Airbus. Bisogna puntare su sistemi federati, indipendenti, interoperabili (e quindi in grado di dialogare tra loro), trasparenti (soprattutto sull’uso che fanno dei dati) e meglio se open source.
Soprattutto alla base di tutto deve restare l’essere umano e deve essere dotato degli strumenti necessari per gestire questa complessità. È dunque fondamentale che fin dall’adolescenza, quando entrano in contatto con il mondo algoritmico, i ragazzi acquistino consapevolezza. “È importante aiutarli a imparare a usare questi strumenti in modo efficiente, ma anche aiutarli a capire la tecnologia che c’è sotto. Se vuoi usare in modo efficace e cosciente una tecnologia che imita il pensiero umano, devi saper pensare in modo critico. Diversamente sarà la tecnologia che ti usa”.
Nell’immagine: Bruno Giussani
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