“Dalle Ande all’Himalaya, stiamo perdendo i ghiacciai. Prepariamoci al disastro”

“Dalle Ande all’Himalaya, stiamo perdendo i ghiacciai. Prepariamoci al disastro”

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni”


Redazione
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“Dalle Ande all’Himalaya, stiamo perdendo i ghiacciai. Prepariamoci al disastro”
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Di Luca Fraioli, La Repubblica

 

«L’azione contro la crisi climatica è troppo lenta. Di questo passo la probabilità che si inneschi una perturbazione irreversibile del sistema terrestre continuerà ad aumentare».

Peter Wadhams ha dedicato la vita a studiare i ghiacci del Polo Nord e da tempo è rassegnato alla loro scomparsa: nel 2016 diede alle stampe A Farewell to Ice, poi pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Ma ancora oggi, a 78 anni, continua a studiare e suggerire azioni concrete dalla sua casa di Cambridge, dove ha diretto lo Scott Polar Research Institute ed è decadono del Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica. L’ultima sua pubblicazione scientifica risale a poche settimane e contiene fin dal titolo uno suggerimento per la politica: “Una strategia basata sulla valutazione del rischio per la stabilizzazione del clima”.

Professor Wadhams, qual è il problema?

«Dobbiamo ormai prendere atto che le attuali strategie climatiche, incentrate sulla riduzione delle emissioni e sulla rimozione del carbonio, probabilmente non impediranno alle temperature di superare punti di non ritorno pericolosi. E non solo a causa di un’ambizione politica insufficiente e dell’inerzia istituzionale, ma anche per una fondamentale discrepanza tra le dinamiche in accelerazione del sistema Terra e le tempistiche delle risposte politiche e tecnologiche».

Abbiamo ormai perso la battaglia di limitare il riscaldamento del Pianeta a 1.5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale?

«Penso proprio di sì. Ma si può fare ancora molto per limitare i danni e, appunto, stabilizzare il clima».

Nel vostro studio cosa proponete?

«Partiamo dalla constatazione che la lentezza con cui si agisce dipende da una grande sottovalutazione del rischio climatico e di quanto ci costerà agire in ritardo. Per questo suggeriamo un metodo che permetta di confrontare in modo scientifico i rischi legati agli interventi di mitigazione o adattamento con i rischi del riscaldamento che continua indisturbato».

Tra gli interventi che citate ci sono anche i “metodi di riflessione della luce solare” che sono al centro di molte polemiche?

«Vanno valutate tutte le possibilità, anche quelle controverse. La questione chiave non è se una tecnica comporti dei rischi, ma come questi rischi si confrontano con il rischio di un continuo riscaldamento della Terra».

Intanto stiamo vivendo l’estate più calda. Lei dove l’ha trascorsa?

«Qui a Cambridge. Fa molto caldo, anche se la sera si sta bene. Però è impressionante vedere i prati di Parker’s Piece ridotti a una distesa di stoppa marrone».

E i ghiacciai a cui ha dedicato la vita, come hanno attraversato questa estate?

«Si stanno sciogliendo più rapidamente che mai, soprattutto nell’Artico e nell’Antartico. E sulle cime più alte del mondo, quello che è successo in Nepal l’altro giorno ne è una conseguenza diretta».

Quali altri effetti possono essere innescati dallo scioglimento dei ghiacci?

«La settimana scorsa c’è stato un forte fenomeno di frammentazione all’imbocco del ghiacciaio Thwaites, in Antartide. Il suo scioglimento totale provocherebbe l’innalzamento dei mari mondiali di 65 centimetri, secondo alcune stima. E la scomparsa della calotta artica, che con il suo colore bianco rifletta la luce solare, farebbe assorbire ancora più calore dall’Oceano».

E ora sta arrivando El Niño, il più intenso mai registrato, che colpirà soprattutto aree equatoriali e Sudest asiatico…

«È davvero terribile. Il primo pensiero va ai ghiacciai delle Ande e dell’Himalaya. Mi aspetto una perdita di ghiaccio senza precedenti e molte valanghe».

Di fronte a tutto questo, si fa poco o nulla. Una volta ci ha detto: forse quando il clima farà molte vittime la politica sarà costretta ad agire…

«E invece quest’estate non è successo nulla nonostante i morti per le ondate di calore. Non so che dire, forse è perché i più vulnerabili al caldo sono gli anziani. O forse è perché non è facile individuare il nemico. Durante la pandemia c’era il virus da contrastare. A far salire la temperatura del Pianeta contribuiscono molte concause, difficili da disinnescare. C’è anche da dire che la situazione politica globale è molto cambiata negli ultimi anni: il mondo sembra essere diventato molto più egoista. E quante persone oggi credono a quello che dicono gli scienziati? Credo siano molto meno rispetto a 10 anni fa, sia per l’influenza dei social network sia per politici che attaccano i ricercatori e li privano di risorse economiche».

Ma continuando così, cosa può succedere?

«Rischiamo di trovarci in una situazione in cui non avremo più strumenti per arginare gli effetti della crisi climatica. Non potremo fare altro che conviverci, ma con costi elevatissimi. Si pensi solo agli impatti sull’agricoltura a livello mondiale e quindi alla futura disponibilità del cibo e al suo prezzo».

Professor Wadhams, qual è la sua speranza per il futuro?

«Non credo di averne più molta».

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