Di Enzo Pranzini, il manifesto
I pescatori peruviani temono l’arrivo del Natale, perché con il Bambino (El Niño) s’interrompe quella risalita di acqua fredda dai fondali che porta in superficie i nutrienti. La produzione di plancton diminuisce, l’intera catena alimentare marina s’indebolisce e la gran parte dei pesci si allontana dalla costa. Non succede tutti gli anni e con la stessa intensità, ma una drastica riduzione del pescato li affligge con intervalli variabili fra i due e i sette anni. Solo nel XX secolo si è compreso che quell’anomalia, apparentemente limitata alle coste del Perù, è in realtà l’espressione del principale fattore che determina la variabilità del clima della Terra fra un anno e l’altro.
EL NIÑO NASCE NEL PACIFICO equatoriale, ma è capace di modificare il clima di gran parte del pianeta, influenzando la distribuzione delle piogge, la temperatura e la frequenza di eventi estremi come siccità, alluvioni e ondate di calore. In condizioni normali gli alisei, che soffiano da est verso ovest convergendo verso l’equatore, spingono le acque superficiali calde in direzione dell’Indonesia e dell’Australia. Lungo le coste del Perù e dell’Ecuador, invece, risalgono acque profonde (upwelling), fredde e ricche di nutrienti, che alimentano una delle più importanti aree di pesca del mondo.
QUANDO GLI ALISEI si indeboliscono, o vengono temporaneamente sostituiti da venti occidentali, l’equilibrio si rompe. Le acque calde si spostano verso il Pacifico centrale e orientale, l’upwelling si attenua e cambia la zona in cui l’oceano cede calore all’atmosfera. Di conseguenza, si modificano la circolazione dei venti e la distribuzione delle piogge tropicali. Questi cambiamenti si propagano nell’atmosfera, interagiscono con altri processi e arrivano a influenzare il clima di continenti posti a migliaia di chilometri di distanza
GLI EFFETTI NON SONO GLI STESSI OVUNQUE. Sulle coste del Perù e dell’Ecuador si verificano piogge torrenziali che producono frane e alluvioni, mentre Indonesia, Australia e vaste regioni dell’Asia meridionale possono essere colpite da gravi siccità. Anche l’Africa, le Americhe e, più indirettamente, l’Europa risentono di queste modificazioni, sebbene con intensità e modalità diverse.
L’INTENSITÀ DI UN EVENTO di El Niño è valutata in base al valore della temperatura superficiale del mare in un’area di controllo (la Regione 3.4, nel Pacifico equatoriale centrale), calcolata come media mobile di tre mesi, rispetto alla media climatologica trentennale di riferimento (1991–2020) a cui si somma il valore dato dal riscaldamento globale. La classe massima Molto forte (Very strong nella classificazione Noaa) si ha con anomalie termiche di +2°C e oltre.
NELL’800 NON VI ERANO BOE oceanografiche che facessero queste misure, ma abbiamo i dati acquisiti dalle navi che solcavano i mari, sui cui registri di bordo si prendeva nota della posizione, della pressione atmosferica, della velocità e direzione del vento, dello stato del mare e della temperatura dell’acqua. La serie storica inizia con quelli del 1854 e, con complesse elaborazioni statistiche per tener conto della loro minore accuratezza, è stato possibile stimare che l’anomalia termica verificatasi nell’evento 1876-78 sia stata di circa 2,5°C. Pur con queste incertezze, si può ritiene che di eventi molto forti dal 1854 al 1981 ve ne sia stato solo uno solo, ma sappiamo con certezza che ne sono poi arrivati tre in rapida successione: 1982-1983, 1997-1998 e 2015-2016; ai quali bisogna già aggiungere quello che si sta sviluppando in questi mesi e che raggiungerà il picco nel prossimo inverno. Difficile pensare che tutto ciò non dipenda dal riscaldamento globale!
NELLA REGIONE 3.4 VI SONO 15 delle 48 boe oceanografiche della rete Tao (Tropical Atmosphere Ocean) realizzata nell’ambito di una collaborazione internazionale tra Stati Uniti, Giappone, Francia, Taiwan e Corea del Sud, e fra queste ve ne sono alcune di quelle che l’amministrazione Trump aveva intenzione di disattivare, sollevando proteste della comunità scientifica internazionale.
LE BOE MISURANO molti parametri dell’atmosfera e del mare, e sull’elaborazione dei dati della temperatura dell’acqua viene costantemente calcolata l’anomalia termica, il cui valore ha superato i 2,0°C all’inizio di agosto. Non basta però un superamento per lanciare l’allarme El Niño: è sul valore della sua media mobile calcolata su tre mesi che viene fatta la classificazione dell’intensità dell’evento. La probabilità che nel prossimo inverno El Niño sia molto forte, stimata dalla Noaa al 25% in aprile e al 63% in giugno, è ora superiore al 90%; ma le alluvioni e le frane che hanno colpito recentemente l’Ecuador e il Perù sembrano anticipare l’evento.
EL NIÑO RAPPRESENTA LA FASE CALDA dell’Enso (El Niño-Southern Oscillation), un’oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera. La fase opposta è La Niña, caratterizzata da acque superficiali più fredde del normale e da un rafforzamento degli alisei. Anch’essa può provocare eventi estremi, come alluvioni e cicloni tropicali, ma nella storia non ha mai prodotto crisi umanitarie paragonabili a quelle associate ai più intensi eventi di El Niño. Tra le due si alterna una fase neutra. L’intero ciclo si ripete mediamente ogni due-sette anni e un episodio di El Niño dura in genere nove-dodici mesi.
L’ACCUMULO DI ACQUA CALDA nel Pacifico occidentale è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per lo sviluppo del Niño, e l’innesco sembra dipendere dall’interazione di diversi processi – fra cui improvvisi indebolimenti degli alisei, onde oceaniche e fluttuazioni della circolazione atmosferica tropicale – la cui interazione non è ancora completamente compresa. Per questo non è possibile sapere con largo anticipo se in un determinato anno si svilupperà un evento di El Niño. Una volta avviato, però, la sua evoluzione può essere prevista con diversi mesi di anticipo, sebbene solo in termini probabilistici, come molti centri di ricerca stanno facendo proprio oggi.
Nell’immagine: alluvione a Huaycoloro, Peru