Al più gentile. Ricordo di Aurelio Buletti
Si è spenta una delle voci più importanti (e discrete, e delicate) della poesia della Svizzera italiana
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Si è spenta una delle voci più importanti (e discrete, e delicate) della poesia della Svizzera italiana
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Si è spenta una delle voci più importanti (e discrete, e delicate) della poesia della Svizzera italiana
Si è diffusa in queste ore, fra ieri sera e stanotte, la notizia di un altro lutto nel mondo letterario svizzero di lingua italiana, dopo quello di Anna Felder, che abbiamo ricordato ieri.
Aurelio Buletti si è spento a Lugano, all’età di 77 anni. Era nato a Giubiasco, ma viveva da anni a Cassarate. A lungo insegnante di italiano alla Scuole Medie di Viganello, ha prodotto negli anni numerosi preziosi e discreti volumi di versi, editi suprattutto dall’amico Mauro Valsangiacomo sotto l’insegna “Alla chiara fonte”. Attivo in campo sociale e anche politico (si ricordi la sua militanza nel “Gruppo di Olten”), negli ultimi anni Buletti amava anche cimentarsi con il disegno e la produzione di vignette satiriche. L’ironia, del resto, è una delle caratteristiche che hanno sempre accompagnato l’uomo, l’intellettuale ed il poeta Aurelio Buletti [red.]
Nel giorno in cui scompare un amico che era anche un poeta – un amico anche perché poeta – il tributo più adeguato non può che essere la rilettura commossa dei suoi versi. La poesia, e sono certo che Aurelio sarebbe stato d’accordo con me, è la vita che si prolunga sulla carta e nella dimensione misteriosa dei suoni, dei ritmi, dei non detti, tra i silenzi dell’espressione e il bianco abbacinante della pagina. È musica fatta di parole, mentali prima ancora che dette, pronunciate. Per tutti questi motivi, può ambire a osare una continuità di vita anche dopo la scomparsa del suo autore.
«Né al primo né al più bello». Mi sono sempre chiesto per quale ragione, e con quale grado di consapevolezza, alcuni dei migliori poeti della Svizzera italiana abbiano affidato alle congiunzioni disgiuntive i titoli dei loro libri, quasi a voler dichiarare già nei frontespizi la natura stessa della poesia, che nega due cose per dirne un’altra, la più importante, la terza, quella che conta davvero e che però non si vuole dire direttamente: da Né bianco né viola di Giorgio (1944) a Né timo né maggiorana di Giovanni Orelli (1995), passando per Né al primo né al più bello di Buletti, apparso nel 1979 in una sede che, da Lugano, più defilata non si poteva immaginare, le Edizioni Iniziative Culturali di Sassari in Sardegna.
Aveva esordito nel marzo del 1973 con un minuscolo libretto delle Edizioni Pantarei di Lugano promosse da Eros Bellinelli, Riva del sole, e in fondo aveva sempre continuato così, con un understatement perseguito con rigore e coerenza, sincero nelle intenzioni come negli esiti: del 1984 sono i Trenta racconti brevi (Casagrande, Bellinzona) e del 1989 il Terzo esile libro di poesie (Mazzuconi, Lugano), cui ha fatto seguito il lungo e fruttuoso sodalizio con le edizioni “Alla chiara fonte” di Mauro e Chiara Valsangiacomo. Si vadano a rileggere, di quegli anni, il Salmo incerto, di minima fede, oppure i Segmenti di una lode più grande, o ancora il delizioso cofanetto E la fragile vita sta nel crocchio, e si avrà tutta l’estensione e la portata della sua poesia.
Né va dimenticata l’attività di traduttore, soprattutto dal francese, che ha permesso al pubblico italofono di conoscere i testi di Werner Renfer e Patrick Amstutz, autori vicini-lontani alla sua sensibilità davvero unica, di una sobrietà esemplare. Come autore e come uomo Aurelio andava stanato con delicatezza, ma il fiore che ne derivava poi – l’ultimo un contributo per «Cenobio» su Remo Beretta – era sempre adeguato al suo stile e, soprattutto, all’oggetto del suo interesse.
Aurelio era così, le sue poesie erano fulminee e gentili al tempo stesso, quasi fossero l’eco di una posizione morale, prima che letteraria in senso stretto, un luogo del mondo dal quale osservava quotidianamente le cose in termini che non temerei di definire affettuosi. Alla scomparsa di Giorgio Orelli, nel 2013, scrisse una Petizione che esaltava non solo l’essenza dell’amico scomparso, ma anche la sua umana comprensione di scrittore per una voce che era appena venuta meno:
Sarto del Paradiso, non vorresti
dal saio dei beati esonerarlo,
lasciare che si vesta come quando
stavamo ad ascoltarlo raccontare?Specialmente forniscigli una giacca
di panno morbido e taglio elegante
consona alla bellezza del suo dire:
e possa dire a lungo, fin che vuole.Non sia tenuto ai salmi del breviario,
libero resti al suo dischiuso canto,
al discorrere ampio sui suoi suoni.Sappia se si chiama proprio Marzio
uno che gli chiedeva del Poeta,
sul Fiore faccia pace con Fasani.
Chi potrebbe scrivere qualcosa di simile per Aurelio Buletti? Nessun altri che lui stesso. Ecco la chiave: la sua intera opera poetica è una lunga, intermittente e sincera petizione per sé e per gli altri. Spero che la si raccolga presto in un unico volume, e sarà un volume quasi di preghiere. Ricordiamo allora Aurelio con uno dei suoi testi giovanili, quella Riva del sole che occhieggiando alla metafora della Sonnenstube riporta in realtà l’attenzione sui fenomeni più modesti e misteriosi del dialogo tra la luce e l’ombra, la vita e la morte, il passare del tempo, insomma la vita nella sua accezione più pura e preziosa:
Riva del sole traversa la strada:
su una panca del ciglio, un’altra volta,
il vecchio e il suo superstite compagno
negoziano
quanto rimanga a che il mare li prenda;
e se sarà domani pioggia, malanno o morte.
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