Il mondo delle guerre senza fine

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Redazione
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Il mondo delle guerre senza fine

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Si sa come iniziano le guerre, ma non come finiscono. Dalle lezioni dimenticate dell’11 settembre e delle “forever wars” in Afghanistan e Iraq, all’invasione russa dell’Ucraina e alle guerre in Medio Oriente, la storia non si ripete. Peggiora.

Talvolta è possibile prevedere. Quando un Paese – la Russia – schiera 200mila soldati al confine di un altro – l’Ucraina – un’invasione è tutt’altro che imprevedibile, sebbene furono in troppi a non volerla vedere. Così come quando una superpotenza – gli Stati Uniti – sposta una portaerei dal Pacifico al Golfo, è probabile che i negoziati di pace siano una facciata e che il dado di un attacco militare – all’Iran – sia già tratto. Riavvolgendo il nastro di un quarto di secolo, quando al-Qaeda attaccò l’America l’11 settembre 2001, una risposta militare statunitense era scontata. Altrettanto ovvia una reazione militare israeliana ventidue anni dopo nella Striscia di Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Ma se l’inizio di una guerra può essere previsto, o quantomeno è prevedibile, altrettanto non si può dire del suo svolgimento, tantomeno della fine. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti non reagirono immediatamente: costruirono il consenso internazionale per settimane. Donald Trump non ama ricordarlo, ma l’unica volta in cui fu invocato l’articolo 5 della Nato fu proprio Washington a chiedere aiuto agli alleati, che non esitarono a prestarlo. Quel consenso si sfaldò poi quando alla guerra in Afghanistan seguì quella in Iraq, giustificata con la bugia delle armi di distruzione di massa. Ma inizialmente l’azione degli Stati Uniti fu molto più multilaterale e consensuale di quanto si ricordi. A differenza di come ha agito Israele dopo il 7 ottobre. Inutile fu il monito di Joe Biden – tra i presidenti Usa più sinceramente, se non ciecamente, filo-israeliani –, che avvertì Israele di non ripetere gli stessi errori dell’America nella guerra al terrore. Nella guerra in Iraq, l’America commise l’errore dell’unilateralismo, lanciandosi in un’invasione illegale e senza l’appoggio di molti alleati: fu una guerra che lacerò sia la relazione transatlantica sia l’Europa al proprio interno. L’America commise crimini di guerra – con le immagini di Guantanamo e Abu Ghraib scolpite nella memoria di un’intera generazione –, infliggendo un colpo mortale alla propria immagine internazionale. Infine, confuse i risultati operativi di breve termine con quelli strategici: impressionanti i primi, date le capacità militari senza eguali degli Stati Uniti; catastrofici i secondi.

Lezioni di cui non ha tenuto conto Israele, sempre più isolata e convinta, astoricamente, di poter sopravvivere nel lungo periodo come una piccola Sparta in Medio Oriente. Un’Israele che in molti considerano colpevole di genocidio a Gaza, con una condanna che forse arriverà anche dalla Corte internazionale di giustizia. E che invade, rade al suolo e occupa, ma non raggiunge gli obiettivi dichiarati: Hamas, Hezbollah e il regime iraniano sono ancora lì.

Non è solo Israele a non ascoltare. Non ha imparato neppure Vladimir Putin, convinto di vincere la guerra in Ucraina in pochi giorni, e che si ritrova, quasi cinque anni dopo, con una manciata di territorio ucraino in più ma più di un milione e mezzo di soldati russi morti o feriti. Forse per Putin non è un male: una guerra lunga non era la sua intenzione iniziale, ma la prosecuzione del conflitto non solo contro l’Ucraina ma contro l’Europa è diventata la pietra miliare del suo regime. Può darsi che il regime sopravviva alla fine della fase calda della guerra in Ucraina, trasformandosi in una gigantesca Corea del Nord. Ma non sopravviverebbe a una vera fine della guerra contro l’Europa, da cui è ormai ontologicamente dipendente. Il fatto più sorprendente, però, è che è proprio l’America a non ascoltare sé stessa. Quando s’imbarcò nella guerra in Vietnam, Washington non credeva che sarebbe diventata così lunga e sanguinosa. L’evacuazione Usa da Saigon, nel 1975, riecheggiò 46 anni dopo nella fuga da Kabul, lasciata in pasto ai Talebani. Si pensava che con quell’umiliazione fosse arrivata, definitivamente, la lezione: si sa come iniziano le guerre, non come finiscono, e raramente le si chiude rapidamente con la bacchetta magica. L’opposizione alle “forever wars” è stata un caposaldo Maga, impersonato da Trump. La guerra contro l’Iran doveva andare diversamente: una spallata rapida e potente, e il regime sarebbe imploso. Per un po’ qualcuno ci ha creduto, a partire dai mercati, il che spiega in parte i prezzi del petrolio tutto sommato contenuti. Ma passati i mesi, abbiamo iniziato a prendere con le pinze gli annunci di Trump di una fine imminente della guerra. Poi ha smesso di crederci anche lui. Ora dice che la guerra in Medio Oriente finirà dopo il voto di midterm. Potrebbe non essere così. Quando l’America attaccò prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, non pensava di restare invischiata militarmente per vent’anni. Così come oggi ci rifiutiamo di vedere che le guerre in Europa e in Medio Oriente non hanno solo le tragiche sembianze delle forever wars del passato. Sono assai peggiori.

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