Di Luisa Foti, La Stampa
Con Donald Trump una semplice dichiarazione finisce spesso per produrre conseguenze molto più grandi di quelle sperate. Questa volta il tycoon è intervenuto sulla questione nordirlandese sulla quale la linea tradizionale degli Stati Uniti è mantenere una posizione di neutralità, sostenendo il processo di pace e il principio del consenso sancito dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Trump è entrato a gamba tesa su un tema che Washington ha tradizionalmente trattato con estrema cautela; così, da Belfast, la questione si è allargata fino a Edimburgo e Cardiff, riaprendo il dibattito, mai sopito, sui modi in cui le nazioni possono lasciare il Regno Unito.
I movimenti indipendentisti e unionisti ci sono sempre stati e con la Brexit – soprattutto in Scozia, che nel 2016 votò per il 62% circa a favore del Remain, contro il 38% per il Leave, mentre nel complesso l’Unione scelse l’uscita dall’Ue – la questione è tornata al centro del dibattito.
Due anni prima della Brexit, nel referendum del 2014, il fronte separatista scozzese era stato sconfitto: il 44,7% votò Yes e il 55,3% No. Poi, la Corte Suprema Uk, con la decisione del 23 novembre 2022 (sentenza Uksc 31), ha stabilito che Holyrood, il parlamento “devoluto” non può legiferare unilateralmente per indire una consultazione pubblica perché la questione riguarda materie riservate a Westminster.
Trump ha toccato un nervo scoperto, ma lo ha fatto in un momento in cui i tempi sono maturi: per la prima volta nella storia, i tre governi “devoluti” sono guidati da politici appartenenti a partiti favorevoli all’indipendenza o, nel caso di Sinn Féin, alla riunificazione irlandese. Proprio per questo, i leader hanno sfruttato l’assist di Trump – benché l’incontro a Cardiff fosse già previsto – e hanno siglato un memorandum in cui hanno espresso la chiara intenzione di avvicinarsi all’Ue perché «il tempo di Westminster sta arrivando alla fine».
Il punto è ora capire come fare e quali sono le vie legali per lasciare il Regno attraverso tre percorsi costituzionali diversi. In sintesi, l’Irlanda del Nord può ricorrere al meccanismo previsto dagli Accordi del Venerdì Santo – che nel 1998 posero sostanzialmente fine ai Troubles, circa trent’anni di conflitto politico e settario tra repubblicani/nazionalisti, unionisti/lealisti e forze dello Stato britannico, durante i quali furono uccise più di 3.500 persone – mentre Scozia e Galles non hanno una via giuridica equivalente e dipendono da Westminster per un referendum.
Per questo Edimburgo chiede un nuovo voto – Swinney è arrivato a dire che «Andy Burnham potrebbe essere l’ultimo primo ministro del Regno Unito» – mentre Cardiff, per ora, non ha fissato né tempi né modalità.
In particolare, è l’Irlanda del Nord ad avere il percorso politico e giuridico più definito perché gli accordi citati prevedono che il Secretary of State for Northern Ireland – il ministro del governo britannico responsabile per l’Irlanda del Nord, che oggi è Sir Chris Bryant – convochi un border poll, e cioè un referendum sullo status costituzionale della nazione e sulla possibile riunificazione dell’isola, qualora ritenga probabile una maggioranza favorevole.
Secondo l’accordo, il border poll deve essere convocato «qualora, in qualsiasi momento, gli appaia probabile che la maggioranza di coloro che parteciperebbero al voto esprimerebbe la volontà che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e diventi parte di un’Irlanda unita».
Qui si apre però un’incognita: non è stabilito con precisione attraverso quali indicatori – sondaggi, risultati elettorali o altri elementi – si debba accertare e misurare l’esistenza di quella maggioranza.
Il Financial Times sottolinea che proprio questa formula – «qualora gli appaia probabile» – lascia un significativo margine di valutazione al ministro: i sondaggi sull’unità irlandese non sono regolari e neppure i risultati delle elezioni di Stormont, il Parlamento devoluto nordirlandese, forniscono necessariamente una risposta. L’accordo prevede quindi questa possibilità sulla base del «principio del consenso».
L’incertezza riguarda piuttosto quando il Secretary of State for Northern Ireland debba ritenere raggiunta la soglia politica che lo obbliga a convocare il voto.
Per la Scozia la questione è più complessa perché non esiste un meccanismo equivalente a quello dell’Irlanda del Nord, e dopo il 2014 Edimburgo non dispone oggi di uno strumento per imporre a Londra una nuova consultazione. A complicare ulteriormente il quadro è stata proprio la sentenza della Corte Suprema del 2022: il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un nuovo referendum sull’indipendenza, perché la materia esula dalle competenze devolute.
Il First Minister John Swinney, nonché leader del Partito nazionale scozzese (Snp), chiede un altro voto, forte di un sostegno che continua a oscillare intorno alla metà dell’elettorato. Secondo un’analisi del Financial Times, la strategia più efficace per l’Snp potrebbe quindi essere politica prima ancora che giuridica: portare il consenso a livelli tali da rendere sempre più difficile per Westminster opporsi a un referendum.
Sul quotidiano finanziario britannico, Stephen Bush indica, come soglia politica e non giuridica, un consenso stabilmente attorno al 60%: una maggioranza di quelle dimensioni finirebbe per creare, secondo la sua analisi, una pressione politica difficilmente ignorabile da Londra. Il Guardian ha spiegato che Swinney starebbe cercando proprio un meccanismo concordato per arrivare a un nuovo voto, anche se questo non è stato definito nel vertice di Cardiff.
Per il Galles, la questione è ancora diversa perché il sostegno all’indipendenza è sensibilmente inferiore rispetto alla Scozia. Rhun ap Iorwerth, First Minister del Galles e leader di Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese arrivato al governo a maggio, non ha fissato alcun calendario per una consultazione.
Secondo il Guardian, la percentuale di favorevoli a lasciare l’Unione sarebbe intorno al 32% e ap Iorwerth ha esplicitamente escluso di spingere per un referendum durante questa legislatura. Il Financial Times sottolinea inoltre che durante la campagna elettorale ap Iorwerth aveva rassicurato gli elettori proprio sul fatto che un governo Plaid Cymru non avrebbe significato una corsa immediata a lasciare il Regno Unito. La sua priorità è dimostrare che il partito sa governare, evitando che l’indipendenza appaia agli elettori come un salto immediato nel buio.
In ogni caso, i quattro firmatari del memorandum hanno chiesto una cosa a Londra: «facilitare il cambiamento costituzionale» e non opporvisi. Londra non intende aprire ora la strada a nuovi referendum. Burnham ha però oscillato negli ultimi giorni sul voto scozzese: dopo aver aperto alla possibilità di una consultazione qualora emergesse un «chiaro consenso», il suo portavoce ha ribadito che una nuova consultazione resta per ora «off limits».
Nell’immagine: i quattro firmatari del memorandum