Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”


Redazione
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Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”

Non aveva mai detto un no così netto all’amico Donald. Segno che per Netanyahu i sondaggi pre-elettorali sono preoccupanti. «Israele respinge il documento in 15 punti», scandisce il primo ministro durante l’ultima riunione di gabinetto, tenutasi ieri. Documento che, non più tardi di dieci giorni fa, il presidente americano aveva annunciato con clamore e definito «accordo storico per Gaza». Ma Netanyahu deve tenere a bada la destra radicale e messianica, i cui voti saranno indispensabili per tentare di non perdere le elezioni del 27 ottobre. Quindi, per rassicurarla, mette in chiaro che non ritirerà nessun soldato dalla Striscia «finché Hamas non sarà effettivamente disarmata».

È il nodo cruciale che mesi di interlocuzioni, durante la tregua fragile cominciata nell’ottobre 2025, non sono riusciti a sbrogliare. Chi disarma Hamas, quando, come. L’accordo in 15 punti sbandierato da Trump prevede che il gruppo islamista palestinese responsabile del massacro del 7 Ottobre consegni le armi, leggere e pesanti, a un’entità palestinese, e che le truppe di Israele si ritirino in modo progressivo dalla Striscia.

Spesso, però, nei negoziati in Medio Oriente chi fa la prima mossa perde, e infatti nessuna delle due parti intende farla: Hamas si è detta favorevole all’idea di smilitarizzare solo dopo che l’Idf se ne sarà andato (al momento controlla un’area superiore alla metà della Striscia), il governo dello Stato ebraico non vorrebbe scontentare l’alleato americano ma non può permettersi di lasciare le armi ai miliziani. A maggior ragione ora che il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eisenkot, ha definito la fase due dell’accordo per Gaza «un fallimento» rispetto agli obiettivi prefissati all’inizio della guerra, che erano, disse Netanyahu, la «vittoria totale» e l’eliminazione di Hamas.

«Donald Trump è un grande nostro amico alla Casa Bianca», ribadisce Netanyahu, usando parole già dette e che, alla luce dei fatti, perdono di valore. «Hanno delle idee, alcune le condividiamo e altre no, sappiamo come far valere le nostre posizioni». Il premier israeliano aggiunge che, fino a quando sarà in carica lui, la prospettiva del riconoscimento dello Stato palestinese non avrà vita. «Non ci sarà un Fatahstan o un Hamastan, né a Gaza né in Cisgiordania».

Scontata la reazione di Hamas, che si vede servita su un piatto d’argento la possibilità di mostrarsi conciliante e ligia ai patti. «Noi rispettiamo la road map raggiunta con i mediatori e i rappresentanti del Board of Peace al Cairo dieci giorni fa», afferma Basem Naim, uno dei portavoce del gruppo islamista. «Ora ci aspettiamo che il garante americano e i mediatori facciano pressione su Netanyahu». Il quale, per ora, incassa solo il plauso del suo ministro estremista, Bezalel Smotrich. «Lo ringrazio per aver chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas». Anche se, dal campo, arrivano notizie in controtendenza a proposito del progetto, autorizzato due settimane, di una zona pilota a est di Rafah con alloggi da tirare su nel territorio controllato dall’Idf.

Trump non ha ancora commentato la presa di posizione di Netanyahu sul piano in 15 punti. In un’intervista con Axios, ha detto di stare mantenendo con l’Iran «un profilo basso, una sorta di trattativa parziale» e ha sottolineato le condizioni pessime, da un punto di vista economico, in cui versa Teheran. Secondo il Wall Street Journal, il tycoon era pronto a dichiarare missione compiuta non appena fosse riuscito a sbloccare lo Stretto di Hormuz, pur senza aver siglato alcuna intesa sul nucleare iraniano. Cosa che innervosisce non poco gli israeliani. Netanyahu insiste nel dire che con lui l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Se l’amico Donald dovesse puntare al risultato minimo, non è escluso che Israele prosegua la campagna militare da solo.

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