La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio

La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio

PALESTINA Nel suo comunicato stampa Tel Aviv alza una barriera di categorie legali: danno collaterale, proporzionalità, scudi umani, minaccia immediata...È un camouflage umanitario: la violenza non viene negata ma ricodificata attraverso il linguaggio del diritto internazionale per renderla una «guerra normale»


Redazione
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La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio

Di Nicola Perugini, il manifesto

La risposta dell’esercito israeliano a Naza è, prima ancora che una smentita, un esercizio non sollecitato di autodifesa giuridica. Di fronte alle accuse che emergono dalle testimonianze di suoi stessi soldati, l’esercito non si limita a contestare singoli fatti. Nel suo lungo comunicato stampa, l’esercito costruisce una barriera di categorie legali per spiegare la violenza genocidiaria che ha sferrato su Gaza: «danno collaterale», «proporzionalità», «precauzioni», «mitigazione del rischio», «obiettivi militari», «presenza di civili», «scudi umani», «minaccia immediata».

È attraverso queste categorie che l’esercito cerca di trasformare la sua guerra di eliminazione della popolazione palestinese in una “guerra normale”, in una discussione sulle procedure con cui la violenza sarebbe stata autorizzata e controllata, senza alcun rapporto con gli effetti.

QUESTA OPERAZIONE produce quello che possiamo chiamare camouflage umanitario: non la negazione della violenza, ma la sua ricodificazione attraverso il linguaggio del diritto umanitario internazionale, applicato a un’offensiva che sta violando la Convenzione del 1948 sul genocidio. La morte dei civili diventa «danno collaterale» calcolato secondo «standard degli eserciti occidentali»; il rischio per la popolazione diventa una variabile da mitigare; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come obiettivo militare; la presenza dei civili viene trasformata in un problema di targeting.

Il linguaggio del diritto viene utilizzato per offuscare la totale distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di distribuzione degli aiuti umanitari, chiese, moschee e l’uccisione di oltre 74mila persone, almeno, tra cui 20mila bambini, senza contare le decine di migliaia di morti indirette causate e ancora in corso come risultato della distruzione delle infrastrutture che sorreggono la vita a Gaza.

L’operazione di offuscamento è particolarmente significativa perché, nei toni, riflette le argomentazioni che l’esercito ha utilizzato di fronte alla Corte internazionale di Giustizia sin dall’inizio del 2024 per giustificare la violazione della Convenzione del 1948.

IL DOCUMENTARIO di Abraham e Szor diventa allora un continuum del procedimento giudiziario. Per l’esercito, Naza – con la voce di soldati israeliani che hanno partecipato e osservato da vicino al crimine dei crimini – apre un altro spazio di contestazione: non una corte, ma un forum pubblico. E la risposta dell’esercito interviene come davanti a una corte.

Il danno civile non viene negato in quanto tale: viene riclassificato. Una morte diventa incidental harm; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come military objective; la presenza di civili diventa una variabile nella valutazione di proporzionalità; l’uccisione nei pressi della distribuzione degli aiuti viene trasformata in una questione di immediate threat di presunti combattenti mischiati ai civili, di cui l’esercito non fornisce alcuna prova.

Questo lessico da burocrazia legale-militare serve a negare lo sterminio; le terminologie del diritto cercano di riportare il tutto a una normale conversazione sulle procedure. Gli effetti – Gaza rasa al suolo, due milioni di sfollati, la maggioranza del governo che invoca l’espulsione di massa dei palestinesi – scompaiono dietro al linguaggio sterile della «mitigazione del rischio».

Questo è anche il ruolo politico della categoria degli «scudi umani», categoria centrale utilizzata dall’esercito nel suo comunicato per difendersi dalle accuse di Naza. Sulla scia delle contro-insurrezioni coloniali e imperiali che, dall’Algeria al Vietnam, hanno giustificato l’uccisione di massa di civili come responsabilità dei gruppi armati anticoloniali che si «fanno scudo della popolazione», l’esercito israeliano sposta le responsabilità della sua distruzione totale sul nemico. La densa presenza dei civili nelle aree bombardate con ordigni da 2mila tonnellate diventa uno «scudo umano di Hamas». La presenza stessa di civili nell’area più densamente popolata del mondo, sottoposta a decenni di assedio e attacchi, diventa un presunto indice di illegalità.

È QUI CHE LO SCUDO UMANO diventa anche uno scudo legale. Israele, non diversamente da altri Stati coloniali, dalla guerra in Libano negli anni Ottanta passando per le due Intifada e sempre di più nelle guerre di Gaza che hanno preceduto il genocidio, usa la categoria di scudo umano per proteggersi dalla pressione politica internazionale contro le sue atrocità di massa. Lo scudo umano diventa il principale strumento di negazione del genocidio.

Scompare il contesto. Scompaiono le condizioni in cui combattono i gruppi armati palestinesi. Scompaiono le condizioni geomorfologiche in cui i palestinesi si difendono, senza montagne ove nascondersi e da cui combattere, costantemente sotto la sorveglianza dall’alto.

In ultima istanza, la risposta dell’esercito al documentario è una risposta negazionista. Quando Naza introduce la parola «genocidio», la risposta dell’esercito non entra nel merito delle testimonianze: contesta la competenza stessa degli intervistati a usare quella categoria e sostiene che le loro opinioni non possano stabilire l’esistenza di un intento genocidario. Chi è stato coinvolto nella macchina di distruzione non può parlare di genocidio: questa la singolare linea del comunicato dell’esercito.

NEL PASSAGGIO più grottesco, il comunicato dice che lo slogan «non ci sono civili non coinvolti a Gaza» – slogan che trasforma l’intera popolazione in obiettivo militare – non fa parte della cultura dell’esercito. Peccato che quella espressione sia stata postata all’infinito dai soldati nei loro video, spruzzata con lo spray sulle case di Gaza, cantata come un inno, e usata dal presidente di Israele per dare il via alla campagna di distruzione iniziata tre anni fa e ancora in corso.

Nell’immagine: soldati israeliani all’Europea Hospital di Khan Younis

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