Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra

Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra


Redazione
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Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Guardiamoci attorno. In Francia il cuore della protesta è la scuola, vero centro ordinatore dell’ideologia repubblicana. È l’ultimo sintomo di un malessere di lungo periodo: dai gilet gialli agli infiniti scioperi contro Macron, che, alla fine del suo ciclo, con ogni evidenza non ha la forza per rispondere alla piazza come Pompidou nel ’68.

Allora, da primo ministro, garantì riforme e un accordo coi manifestanti per riaprire la Sorbona.

Nella Spagna socialista il cuore è la casa e l’aumento incontrollato dei canoni di locazione, come effetto del proliferare degli affitti turistici. E quanto pesi il mercato sulla politica lo si è visto anche nel voto in Parlamento che ha travolto Pedro Sánchez. L’Italia non ha una tradizione di proteste spontanee, ma legate alla forza delle organizzazioni del movimento operaio, quando c’era. Ovunque però sono ravvisabili i segni di una sofferenza sociale dal carrello della spesa, alle bollette, alla capacità di soddisfare le esigenze essenziali.

Case, scuole, aggiungiamo anche ospedali. In definitiva, Stato sociale. Sono le parole d’ordine della socialdemocrazia novecentesca. In assenza di una politica che rappresenti il bisogno, riappaiono come disagio o rivolta. Contro la globalizzazione che ha tradito le sue promesse ma anche contro la politica tradizionale che si è illusa, anche a sinistra, sulle “magnifiche sorti e progressive” del mercato.

Scioperi, occupazioni, oppure rabbia che trova sfogo nelle sirene del sovranismo oppure disincanto che si esprime nel non voto. La perdita di egemonia della democrazia come modello universale ha a che fare col restringimento della sua capacità di inclusione sociale. La turbolenza parte davvero da molto lontano. Nel grande treno dello sviluppo, i vagoni di testa hanno accelerato e i vagoni di coda si sono staccati per strada. È l’immagine che usò il subcomandante Marcos nel lontano 1994 ponendosi alla guida di un piccolo esercito di indios armati di frecce per occupare i comuni di alcune città del Chiapas. La prima rivolta contro la globalizzazione, considerata, con un po’ di paternalismo, come un segno di un mondo che scompariva. Da allora, oltre agli indios, sono stati piegati anche gli operai e la classe media. Hanno perso reddito, prestigio, dunque “sovranità”. Ed ecco l’elezione del primo Trump, la vittoria della Brexit, la crisi delle idee europee, il nuovo culto degli uomini forti trainato dalla rabbia delle tante periferie geografiche ed esistenziali.

Da tempo è tutto squadernato sotto i nostri occhi. La trasformazione tecnologica ha mutato il modo di lavorare e pensare, la globalizzazione ha allargato la forbice delle disuguaglianze, il lavoro si è fatto precario. C’è un “mondo di sopra” che vive il cambiamento come opportunità di crescita. Ma c’è una maggioranza di cittadini che tutto ciò lo subisce e lo vive come una minaccia. Ha paura di perdere le sue certezze e chiede protezione, finita l’era della redistribuzione. Qui le radici del richiamo revanscista della destra, che ha risposto alla crisi dello Stato nazione col nazionalismo, alla perdita di sovranità col sovranismo, alla rabbia del popolo col populismo.

Forse è anche utile, quantomeno per sollecitare la discussione, il contributo di prosperità proposto da Gianrico Carofiglio. Prima, però, di una tassa è necessaria una politica che si misuri con questo senso comune: la paura. Sentimento piuttosto comprensibile, visto quello che è successo: la più lunga crisi economica della storia contemporanea, poi la pandemia, riconquistata la normalità, ecco le guerre. Ci mancano solo le cavallette. In compenso si sciolgono i ghiacciai (anche il clima è politica). Da anni il mondo entra in casa come ansia.

Non basterà agitare le nobili bandiere della Costituzione contro ibarbari, o la denuncia moralisteggiante o qualche misura di buongoverno se non ci si misura con le radici storiche di quelle paure, dalla sicurezza dei confini alla nuova fase del capitalismo. Il dogma per cui il mercato, lasciato a sé stesso, distribuisce da solo i frutti del progresso è caduto. La partita vera, semmai, oggi è quale ruolo dello Stato: quello che entra nel capitale per potere o quello che governa la trasformazione per il bene comune. Uno Stato muscolare e verticale, che si allea con i monopoli tecnologici o quello democratico che programma lo sviluppo nell’interesse generale. Non tamponi, ma politica.

C’era una volta la globalizzazione. La differenza tra destra e sinistra è sul “come” si garantisce “protezione”. Se, dopo questa transizione tra un mondo che non c’è più e un altro che non c’è ancora, il mercato tornerà sovrano o se la politica saprà riprendersi il compito di dirigerne lo sviluppo. La storia continua. Non è finita nell’89 quando ci si illuse che avremmo vissuto in un mondo più ricco e pacificato.

Nell’immagine: 2 ottobre, manifestazioni studentesche a Tolosa

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