L’analista cinese Wang Huiyao: “Xi e Trump sanno di dover coesistere: è un G2 de facto”
La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino
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La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino
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La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino
Di Lorenzo Lamperti, La Stampa
«Già il fatto che Xi Jinping e Donald Trump si parlino per la seconda volta in pochi mesi è un successo». Henry Huiyao Wang è il presidente del Center for China and Globalization, tra i principali think tank non governativi cinesi. In un’intervista a La Stampa, spiega la prospettiva di Pechino sulla visita di Xi a Washington e analizza i temi sul tavolo del summit tra i presidenti di Cina e Stati Uniti.
Che cosa renderebbe il vertice tra Xi e Trump un successo dal punto di vista della Cina? La priorità è raggiungere un grande accordo o semplicemente rendere più duratura l’attuale stabilità?
«Il fatto stesso che si incontrino una seconda volta in quattro mesi è già un grande successo. È già un successo che due Paesi che, durante il mandato di Trump, sono stati definiti rivali si siedano e parlino di questioni globali e bilaterali. La semplice immagine della stretta di mano e dell’incontro alla Casa Bianca a Washington è molto importante. Anche il fatto che Trump sia andato all’aeroporto ad accogliere Xi rappresenta un trattamento di altissimo livello, che non si riserva ad altri leader. Il rispetto mostrato da Trump nei confronti di Xi manda un segnale enorme all’opinione pubblica statunitense e al resto del mondo: gli Stati Uniti sono disposti a lavorare con la Cina. Dall’altra parte, Xi ha detto che ci sono tutte le ragioni per avere buone relazioni con gli Stati Uniti. Sono parole molto forti per entrambe le società».
C’è stata una prima proroga di due mesi, ma Stati Uniti e Cina possono raggiungere una tregua commerciale di più lungo periodo? Che cosa sarebbe disposta a offrire Pechino in cambio di dazi più bassi e minori restrizioni?
«Penso ci sia un buon momentum. Sul commercio, l’ultima volta è stata proposta l’istituzione di un board per il commercio, dando a ciascuna parte 30 miliardi di dollari di merci senza dazi. Questo apre un nuovo potenziale. Se possono essere liberalizzati 30 miliardi, individuando beni reciprocamente accettabili, la cifra può salire a 60, 90 o 100 miliardi, perché c’è molto interesse ad ampliare quella lista. La Cina ha già iniziato ad acquistare più soia e prodotti agricoli, mentre gli Stati Uniti sono disposti a vendere di più alla Cina. La Cina si è già impegnata ad acquistare 200 aerei Boeing, che potrebbero diventare 500 tra qualche anno. Ci sono molte cose positive in preparazione, anche sul fronte degli investimenti. Trump ha detto che non vuole che BYD investa in Messico, ma se investe negli Stati Uniti la accoglierà. Questo può aprire la strada a nuovi investimenti manifatturieri e greenfield, ai quali le aziende cinesi sono molto interessate. Entrambe le parti dovrebbero inoltre astenersi da ulteriori ritorsioni e sanzioni reciproche contro aziende come Huawei, contro aziende statunitensi in Cina o aziende cinesi negli Stati Uniti».
I rapporti economici tra Stati Uniti e Cina si stanno muovendo verso un’interdipendenza gestita o verso un graduale disaccoppiamento? E quanta leva ha oggi la Cina grazie alle terre rare?
«Penso che il secondo mandato di Trump sia molto più pragmatico del primo. Ora gli Stati Uniti si rendono conto che non possono disaccoppiarsi e che anche parlare di de-risking dalla Cina ha possibilità molto limitate, perché le due economie sono profondamente intrecciate. Più della metà delle auto elettriche Tesla sono prodotte in Cina. L’80% degli iPhone Apple è prodotto in Cina. Penso che i due Paesi abbiano capito di non poter vivere l’uno senza l’altro e di dover trovare un modo per coesistere. Ai tempi della guerra fredda c’era la “distruzione reciproca assicurata”, ora si è raggiunta una “mutually assured disruption”, cioè uno sconvolgimento economico reciproco assicurato. Le terre rare sono uno degli esempi degli strumenti che la Cina ha a disposizione per rispondere alle sanzioni statunitensi. Sono stati gli Stati Uniti a iniziare la guerra commerciale e tariffaria, ma hanno scoperto che ora la Cina dispone degli strumenti necessari per contrattaccare. Si sono quindi resi conto che è un gioco a somma zero e che non serve continuare. Per questo si raggiungono tregue. È un buon segnale: entrambe le parti stanno diventando pragmatiche. Al di là della durata della proroga, penso che sia la direzione giusta. Abbiamo avuto un vertice a maggio, un secondo ora, ne avremo un terzo a novembre a Shenzhen e forse un quarto a Miami a dicembre. Questo stabilizzerà enormemente la relazione bilaterale più importante al mondo. È questo lo scopo della visita: stabilizzare la relazione bilaterale».
Sull’intelligenza artificiale, quali accordi concreti ritiene realisticamente possibili durante il vertice?
«Per esempio un meccanismo di notifica nel caso di un incidente legato all’intelligenza artificiale, di un attacco con l’IA o qualcosa di simile. Pechino ha già annunciato che qualcosa del genere accadrà. Io ho avanzato una proposta: possiamo stabilire un principio di “non primo utilizzo” dell’IA come arma? Possiamo far convergere i due schieramenti? Possiamo avere un vertice G2 sull’IA tra le due maggiori superpotenze dell’intelligenza artificiale? Possiamo avere una governance globale, stabilire criteri, standard e regole di massima per stabilizzare questa frontiera selvaggia, questo Far West dello sviluppo dell’intelligenza artificiale nei due Paesi e nel resto del mondo. Penso sia cruciale che entrambi i leader dicano: concentriamoci e compiamo sforzi concertati per fare dell’IA qualcosa per il bene, non qualcosa per il male. Perché, se l’intelligenza artificiale diventa un mostro, una specie incontrollabile, tutta l’umanità ne soffrirà. Sarebbe devastante anche per gli Stati Uniti, la cui economia è oggi ampiamente gonfiata dagli investimenti nell’IA. La Cina ha una frazione dei costi per l’intelligenza artificiale sostenuti dagli Stati Uniti, ma ha un enorme successo nelle applicazioni. Entrambi i Paesi hanno quindi la responsabilità di rendere l’IA un modello commerciale sostenibile, affinché non si trasformi in una bolla capace di provocare un’altra crisi finanziaria e devastare l’economia globale. Stati Uniti e Cina hanno tutto l’interesse a lavorare insieme».
La risposta all’appello di Anthropic sul rallentamento dello sviluppo è stata negativa. Come mai? La Cina sente che allinearsi a una frenata imposta dagli Usa possa diventare una forma di contenimento?
«Si, la Cina è stata uno dei primi Paesi ad adottare regolamentazioni sull’intelligenza artificiale. Dovremmo far convergere ciò che hanno gli Stati Uniti e ciò che ha la Cina. Dovremmo portare il tema alle Nazioni Unite, avere un inviato speciale e cercare di creare linee guida per una governance globale dell’intelligenza artificiale, in modo da evitare la nascita di due scuole di pensiero e di due schieramenti separati sull’IA».
Sulle crisi globali, la Cina ha interesse a contribuire alla de-escalation tra Russia e Ucraina e tra Stati Uniti e Iran? E in che modo può farlo?
«Assolutamente. Il ministro degli Esteri iraniano è stato a Pechino poco prima che Xi andasse negli Usa. Il semplice fatto che la Cina sia tra i maggiori partner commerciali sia dell’Iran sia di tutti i Paesi del Golfo, così come di Ucraina e Russia, significa che Pechino esercita un’enorme influenza dietro le quinte. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto contatti con oltre 30 ministri sulla questione del conflitto tra Iran e Stati Uniti. La Cina è il maggiore acquirente di petrolio iraniano e il 40% delle importazioni cinesi di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz. La Cina ha quindi un interesse concreto alla pace nella regione. Qualsiasi accordo venga raggiunto tra Stati Uniti e Iran, o tra Russia e Ucraina, potrebbe garantire una pace più duratura se la Cina può esserne garante, testimone o firmataria. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina negli sforzi per la pace globale. Così come la Cina ha bisogno degli Stati Uniti per relazioni pacifiche attraverso lo Stretto di Taiwan e per il sostegno statunitense alla riunificazione».
Che cosa può realisticamente aspettarsi la Cina da Trump su Taiwan? Un ulteriore rinvio delle vendite di armi statunitensi sarebbe sufficiente o Pechino cerca un cambiamento più ampio nella politica americana?
«Durante la visita di Trump dello scorso maggio, Cina e Stati Uniti hanno già parlato della questione di Taiwan. Xi ha detto molto chiaramente che entrambe le parti devono essere estremamente caute sulla questione. Se non viene gestita correttamente, si può anche finire in un conflitto. Penso che Trump abbia compreso quel messaggio. Nel momento in cui era sull’Air Force One in partenza dall’aeroporto di Pechino, ha detto che gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan e che non manderanno soldati a 9.500 miglia di distanza per combattere. Successivamente hanno rinviato la vendita di armi fino ad ora. L’Oceano Pacifico è abbastanza grande da accogliere sia gli Stati Uniti sia la Cina. Soprattutto ora che il presidente Trump sta cambiando il pivot: gli Stati Uniti prima facevano il pivot verso l’Asia, mentre ora stanno tornando verso l’America Latina e l’emisfero occidentale. La tendenza è verso una maggiore integrazione. In futuro potremmo avere una più ampia Greater China Economic Union con Taiwan, proprio come l’ASEAN o l’Unione Europea. Penso che alla fine gli Stati Uniti debbano riconoscere questo fatto. Se riusciamo a tenere sotto controllo la questione di Taiwan, allora le relazioni tra Stati Uniti e Cina saranno molto più stabili».
Sulla penisola coreana, Trump vuole riaprire il dialogo con Kim Jong-un. Pechino ha interesse facilitare attivamente un nuovo dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord?
«Penso che Trump stia facendo la cosa giusta cercando un dialogo con la Corea del Nord. Sia la Corea del Nord sia la Corea del Sud sono vicini della Cina, che è il loro maggiore partner commerciale. Più di 70 anni fa abbiamo avuto la guerra di Corea e ancora oggi abbiamo soltanto un cessate il fuoco. Quindi perché non avere un accordo di pace? Invitiamo le quattro parti che hanno combattuto: gli Stati Uniti alla guida dell’Occidente, la Corea del Nord, la Corea del Sud e la Cina. Potremmo avere colloqui di pace a quattro e un vertice di pace a quattro, in modo da arrivare davvero a una pace permanente nella penisola coreana. Bisogna coinvolgere la Cina. Se gli Stati Uniti vengono a parlare con la Corea del Nord, sono sicuro che senza la Cina non avranno successo. Questo rappresenta un ulteriore incentivo per Trump a parlare con la Cina e a coinvolgerla nel processo».
Pensa che questo vertice indichi la nascita di una sorta di G2, come l’ha definito più volte Trump? Oppure Pechino respinge questa definizione perché entra in conflitto con la sua visione di un ordine multipolare?
«Penso che sia già stato stabilito un nuovo equilibrio tra Stati Uniti e Cina. Trump lo chiama G2. La Cina non lo riconosce apertamente perché non vuole alienarsi i Paesi del Sud globale. Ma Cina e Stati Uniti sono le due maggiori economie, le due maggiori potenze dell’intelligenza artificiale e le due maggiori potenze militari. Di fatto, il G2 è già una realtà».
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