A un impero senza egemonia resta solo la forza

A un impero senza egemonia resta solo la forza

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato


Redazione
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A un impero senza egemonia resta solo la forza

Di Marina Calculli, il manifesto

Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato. Il governo libanese di Nawaf Salam ne ha rivendicato il merito, presentandolo come una «difesa della sovranità».

Intanto è già all’opera – secondo i diktat dall’asse Usa-Israele – l’ennesimo tentativo di «demilitarizzare» Hezbollah, che invece rivendica il proprio «diritto alla resistenza». Ma anche l’Iran si è arrogato il merito della tregua, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz proprio in virtù della sua effettiva, seppur tardiva, estensione al Libano. Questo era un punto cruciale dell’accordo negoziato a Islamabad tra Iran e Stati uniti l’8 aprile, che Israele aveva immediatamente sabotato con una serie di attacchi su larga scala – oltre cento bombardamenti in dieci minuti – già archiviati alla storia come il «mercoledì nero» del paese dei Cedri.

Il segnale dell’Iran è inequivocabile: ciò che ha condotto Trump a frenare la furia israeliana contro il Libano è la pressione di Teheran sull’economia globale. Il nesso causale è plausibile, dato che persino i leader europei si sono mobilitati per preservare ed estendere la tregua al Libano, mostrando quanto abbiano a cuore la protezione della circolazione del petrolio, a differenza della protezione del popolo palestinese dal genocidio.

Israele, dal suo canto, si ostina a presentare l’accordo come una prima tappa di un «processo di pace» per incorporare il Libano nei cosiddetti Accordi di Abramo – un grande schema di pacificazione coloniale, piuttosto che di pace, che mette gli stati arabi di fronte alla scelta tra il peggio e il male: isolamento, se non distruzione; o accettazione dello smantellamento delle capacità militari e industriali e il riconoscimento del «diritto» di Israele a espandersi continuamente all’interno dei loro territori per così dire «sovrani», in cambio di un accesso limitato ai circuiti economici dominati dagli Stati uniti.

La cacofonia delle narrazioni sulla tregua – che resta comunque fragilissima – non è né sorprendente né inedita. Rivela piuttosto la tensione tra proiezioni ideologiche dello spazio regionale – uno dominato da Stati uniti e Israele; uno fondato sul riconoscimento dell’autodeterminazione e della sovranità degli stati regionali, come sostengono l’Iran e Hezbollah. In questa dialettica, si intravede un limite al potere imperiale statunitense.

Nonostante la hybris revisionista di Trump, che si pensava invincibile nel consolidare ed estendere rapidamente il proprio sistema tributario urbi et orbi, l’asse Usa-Israele sembra impantanato e ripiega verso una vecchia strategia: scaricare sui governi della regione il proprio fallimento strategico, guadagnando tempo per una riorganizzazione militare. Dagli accordi di Ta’ef del 1989, che avviarono il processo di fine della guerra civile libanese (1975-1990), la sfera normativa dello stato del Libano è diventata a più riprese estensione del campo di battaglia. Stati uniti e Israele hanno sistematicamente cercato di manovrare il potere legislativo ed esecutivo di Beirut per cercare di criminalizzare e smantellare Hezbollah, ogni volta che Israele falliva manu militari.

Ma proprio per questo, Hezbollah ha sempre reclamato un posto all’interno del parlamento e del governo: per arginare l’influenza esterna e continuare a opporsi al progetto che Israele persegue da sempre in Libano, con il pretesto di «combattere il terrorismo» – ovvero incorporare il sud del Libano all’interno del suo territorio, che è poi il motivo che ha portato alla nascita di Hezbollah nel 1982.

A ogni iterazione del tentativo di distruggere il movimento sciita, perseguita con ogni mezzo – dall’impiego di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu all’uso di attacchi terroristici, come l’esplosione simultanea di migliaia di cercapersone in tutto il Libano tra il 17 e il 18 settembre 2024 – riemerge puntualmente il tallone d’Achille del potere imperiale statunitense-israeliano: l’impossibilità di disarticolare o corrompere Hezbollah, fondata sul convincimento, sintetizzato da Ibrahim al-Amin sul quotidiano Al Akhbar, che «non (ci sia) sovranità, libertà o dignità per un popolo senza sacrifici, sangue…e lacrime». È una coesione ideologica che si sta dimostrando impossibile da erodere con la minaccia o con l’incentivo materiale e che si esprime in una grammatica del sacrificio incomprensibile alla logica tributaria statunitense.

È proprio questo a rendere la tregua così effimera. L’imperialismo statunitense ha sfigurato la regione mediorientale, ma ha definitivamente fatto cadere ogni suo pretesto morale. L’asse Usa-Israele è ormai un impero senza egemonia, incapace di produrre consenso oltre la coercizione. La guerra è destinata a proseguire per estenuazione – prima di tutto delle popolazioni civili – con la prospettiva di fare un deserto e chiamarlo pace.

Nell’immagine: manifestanti calpestano le bandiere degli Stati Uniti e di Israele durante una protesta a Giacarta

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