Governare stanca
Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili
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Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili
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• – Orazio Martinetti
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• – Orazio Martinetti
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• – Orazio Martinetti
Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili
Qual è lo stato d’animo della compagine governativa? A detta del presidente del PLRT Alessandro Speziali il «governo è stanco», spossato, privo di energia e povero di iniziative. Ed è pure un filino arrabbiato con il parlamento, giudicato riottoso, che dal canto suo, balcanizzato com’è, non brilla con proposte innovative. Anche per il presidente dalla Camera di Commercio Andrea Gehri si assiste «ad un degrado progressivo della qualità del dialogo che, inevitabilmente, provoca confusione e genera insicurezza diffusa nella popolazione». Sul lato opposto protestano vivacemente i sindacati, agli occhi dei quali il Ticino è diventato un «Far West», una terra di mezzo desolata, funestata da sforbiciate ai sussidi e da salari che restano al palo, dominata da una «visione miope e pericolosa della gestione delle finanze cantonali».
Dal rinnovo dei poteri cantonali (esecutivo e legislativo) sono trascorsi poco più di sedici mesi, ma già tira una brutta aria. Musi lunghi, smorfie d’insoddisfazione. C’è da chiedersi come mai, visto che le elezioni del 2023 hanno consegnato al paese un Consiglio di Stato immutato nella sua composizione partitica. Di conseguenza la causa del malessere non può risiedere nella (scarsa) qualità dei titolari dei cinque dipartimenti. Sarebbe troppo facile, troppo comodo urlare «piove governo ladro». Ci dev’essere dell’altro, un insieme di fattori più profondi, e quindi più difficilmente risolvibili. Vediamone alcuni.
Così inquadrata, la «stanchezza» governativa appare in un’altra luce, più comprensibile e giustificabile. Siamo infatti di fronte a questioni radicate, di lunga durata, frutto di ritardi storici che il cantone non è mai riuscito a colmare nonostante sforzi e investimenti. Gli storici dell’economia parlano in proposito di «costanti». I salari inferiori alla media nazionale appartengono a questa fenomenologia, così come la migrazione dei giovani cervelli verso i centri economici e tecnologici d’oltralpe. Il cittadino deluso e scornato chiede alla politica soluzioni rapide e concrete, com’è suo legittimo auspicio. La classe politica vorrebbe intervenire e rimediare, ma allarga le braccia in segno di impotenza. Capisce che gli strumenti di cui dispone non sono più sufficienti. Si rende conto che i problemi che più angustiano la popolazione non hanno soluzione perché generati da dinamiche croniche esterne (v. traffico) o perché gravati da troppe variabili (v. cassa malattia). Di qui la stanchezza (o frustrazione?) che paralizza i nostri rappresentanti, e non solo loro.
Scritto per laRegione
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