Il naufragio della Medusa
In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni
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In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni
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In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni
C’era una volta la Lega del Nano, quella del parla come mangi, antipolitica, a muso duro contro la casta (degli altri, perché la sua greppia guai a chi la toccava), senza timore riverenziale alcuno – di questo diamogliene atto. C’era una volta anche l’UDC, più istituzionale certo, ma comunque entro certi limiti pure lei antisistema, “di lotta e di governo” come recitava uno slogan che tanto piaceva alla sinistra d’antan, con da un secolo un piede e da un ventennio due in Consiglio federale e tutti gli altri fuori, ben piantati sulla Goldküste zurighese e nei sobborghi chimici di Ems (con diramazioni probabili in varie fondazioni e paradisi fiscali, ma tant’è).
C’era, appunto, perché al di là del fatto che ormai sono ambedue formazioni politiche consolidate, rappresentate in quasi tutti i consessi politici e consiglio-amministrativi della Svizzera l’UDC, del Ticino la Lega, le ultime circonvoluzioni balzate di recente agli onori della cronaca – le frizioni tra alleati a causa del veto-Zali, la mancata discussione a Lugano di una petizione firmata da oltre 7000 cittadini, l’assalto riuscito al CdA di AIL, l’annunciato arrocco storico in Consiglio di Stato… – lasciano perplessi. Perché puoi essere movimentista e contro tutto quello che vuoi, ma se sei il primo partito della Confederazione e, le due formazioni sommate, del Ticino, qualche obbligo istituzionale te lo devi assumere, qualche responsabilità per le decisioni prese e le loro conseguenze pure. Perché tutte queste vicende, che lo si voglia o no, oltre alla coerenza ideologica e la congruenza tra dire e fare, toccano temi importanti, come lo stato di diritto, la legalità di misure e decisioni, lo stato e il funzionamento delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.
Tanto che viene da chiedersi se il movimentismo lega-democentrista, a parole anticasta, non sia in realtà diventato una semplice forma di sorveglianza più o meno metaforicamente armata da “buttafuori” contro le ingerenze esterne al potere conquistato e da “buttadentro” dei loro compagni di merenda in consigli d’amministrazione e alti quadri dirigenziali, pubblici o privati poco importa purché se magna (per non parlare delle stravaganti e per fortuna quasi subito abortite entrate in scena nel mondo sindacale).
“È una questione che va archiviata sotto la voce cadregopoli”, chioserebbe probabilmente il dapprima esponente della Lega e poi consigliere nazionale e presidente UDC Pierre Rusconi (la citazione è quella che fece a suo tempo riferendosi alla nascita della corrente del PLRT Idealiberale, i cui ex esponenti non guarda caso col tempo sono quasi tutti transumati in una delle due formazioni) osservando l’andazzo attuale dei suoi due ex partiti.
Incredibile ma vero, pure lo stile della comunicazione, malgrado alcune smargiassate che ricordano i bei tempi andati, sta assumendo i toni della peggior partitocrazia: “Non per la cadrega ma per agire”, titolava in aprile su La Regione l’attuale presidente UDC Piero Marchesi in un commento in cui difendeva le sue politiche e spiegava la crepe con l’alleato (segno dei mutati tempi, fino a poco tempo fa i democentristi spiegavano perché non erano come i leghisti, adesso sono questi a cercare di marcare la differenza); Gobbi-Zali «pienamente motivati e pronti a raccogliere nuove sfide», ha scritto domenica Lorenzo Quadri lasciando per un volta nel cassetto lo zio Bill.
Si parla insomma per rassicurare se stessi e i propri elettori e nascondere un vuoto pneumatico di idee e visioni – gli antichi progetti ormai sono impantanati da anni, se non addirittura dimenticati – oltre che le proprie contraddizioni e i propri fallimenti: 30 anni al Territorio con Borradori prima e Zali poi e i risultati li osserviamo, li digustiamo e li sopportiamo ogni giorno; 18 anni di Istituzioni con Gobbi e proprio il direttore-municipale-consigliere nazionale leghista afferma eufemisticamente che il dipartimento “naviga in acque agitate” (per le magagne e gli scandali del DI si legga un nostro articolo pubblicato proprio su Naufraghi).
Siamo entrati in una realtà alternativa, condita da un po’ di nostalgia canaglia in salsa leghista e da scimmiottature transalpine di marca democentrista, ma che poco, davvero poco, ha a che fare con la politica vera e, di conseguenza, con i problemi reali del Ticino e dei ticinesi.
Certo, la Lega è la Lega e l’UDC è l’UDC: la prima ha influenzato la politica ticinese per venti e più anni ed è ancora una discreta macchina da “acchiappavoti”, la seconda l’ha soppiantata nel suo ruolo almeno dall’ultimo lustro, ha risorse e un background proveniente d’oltre San Gottardo di primordine, ma come acchiappavoti lascia ancora abbastanza a desiderare – la capacità di parlare alla pancia delle persone non si improvvisa né si apprende facilmente.
Certo è possibile che l’azzardo, da vascello pirata come ha scritto Scarinci, funzioni; a noi tuttavia sembra piuttosto una disperata mossa da naufragio della Medusa, con i comandanti e i loro amici maggiorenti comunque al sicuro su confortevoli scialuppe di salvataggio e i “peones” stipati su una zattera di fortuna, con l’inespressa speranza che i primi, al contrario di quanto avvenuto nel lontano 1816, non decidano cinicamente di tranciare le funi che li tengono ancora legati assieme abbandonandoli a morte (politica) sicura. Ma questo neppure il Mago Otelma è in grado di predirlo.
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