Bergoglio, l’argentino modesto che ha sorpreso il mondo
Un anno fa moriva papa Francesco, un pontefice «fuori squadra» a cominciare dal nome che nessun predecessore ha osato indossare
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Un anno fa moriva papa Francesco, un pontefice «fuori squadra» a cominciare dal nome che nessun predecessore ha osato indossare
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Un anno fa moriva papa Francesco, un pontefice «fuori squadra» a cominciare dal nome che nessun predecessore ha osato indossare
Di Franco Garelli, La Repubblica
È stato un grande papa, Francesco, un papa “fuori squadra”, a cominciare dal nome che nessun suo predecessore ha mai osato indossare.
Imprevisto e imprevedibile, si sono rivelati, sin da subito gli aggettivi più azzeccati. Ma la sua estrosità/estroversione ecclesiale gli è valsa nel tempo ben altre etichette, come il fatto di essere un papa comunista o populista o peronista, da parte di chi voleva segnalare i limiti di una figura comunque poliedrica. Ma l’accusa più equivoca è forse quella circolata in America Latina nei giorni della sua elezione, visto che un quotidiano colombiano l’ha presentato al mondo con i termini: «Argentino, modesto». Dunque un titolo a tutta pagina riduttivo, che insinuava il dubbio di che cosa la Chiesa e il mondo intero potessero attendersi da un papa figlio di una terra periferica, attestando una subalternità culturale e umana che sa di colonialismo.
E invece, proprio «l’Argentino, modesto» è stato una delle figure che nella nostra epoca più ha sorpreso la cattolicità e il mondo. Non solo perché si è caricato sulle spalle una Chiesa che stava vivendo il dramma delle dimissioni di Benedetto XVI, ma in quanto è stato il simbolo di un nuovo corso della cristianità. L’elezione di Bergoglio ha infatti reso evidente che da tempo il cristianesimo si sta ricentrando nel Sud del mondo (in America Latina, in Africa e in prospettiva in Asia), aree e Paesi ricchi di novità e di risorse umane e spirituali, che chiedono dunque di ribaltare (sia nel campo religioso che in quello umanitario) l’antico rapporto centro/periferia.
Francesco è stato l’emblema di questo nuovo segno dei tempi. Nei suoi viaggi, anzitutto, che non hanno privilegiato i grandi Paesi cattolici, ma toccato le terre più remote e difficili, dove nessuno vuole andare. Nell’affermare che la fede cristiana può essere una risorsa di senso anche per quell’Occidente che tende più a valorizzarla come un argomento “da salotto” che come un principio di vita. Nel proporre una Chiesa che ritrova se stessa se si fa ospedale da campo, agisce più come madre che come giudice, è più attenta alle ragioni degli ultimi che alle logiche del palazzo, non divide le persone tra regolari e irregolari. E ancora nel promuovere a livello planetario un cartello di fedi religiose che danno il meglio di sé nel far sì che non vi siano più scarti né umani, né ambientali; e nel richiamare i grandi della Terra alle loro enormi responsabilità. Tutti aspetti che proprio di questi tempi Prevost ribadisce con grande slancio e nuove motivazioni.
«Francesco, modesto» ha certamente avuto i suoi limiti, in parte umorali, in parte legati alla riforma di una Chiesa più annunciata e sperata che di fatto realizzata. Ma è il destino di ogni profeta aprire varchi, abbattere steccati, fare dell’utopia una ragione di crescita dell’umanità.
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